La campagna di primavera del centrosinistra allargato è cominciata. È accaduto un po’ in sordina con il congresso di +Europa, ma sarebbe sbagliato ignorare il segnale. Il problema è che questa ampia area, estesa sulla carta fino alla renziana Italia Viva, non è finora tenuta insieme da una visione comune, da un’idea coerente del futuro del paese. Si candida a governare, eppure è sempre alla ricerca di un linguaggio per rivolgersi agli elettori. O meglio, il linguaggio ci sarebbe e nasce dalla contrapposizione frontale a Giorgia Meloni e al suo governo. Lo abbiamo visto in Parlamento sul caso Almasri, dove tutti — salvo il gruppo di Calenda — si sono scagliati contro l’assenza della premier e l’insufficienza dei due ministri chiamati a sostituirla, Nordio e Piantedosi. Parole quasi identiche, da Renzi a Fratoianni. L’occasione è stata ben colta e non poteva essere diversamente.
Peraltro ci si è affidati ancora una volta alle circostanze e non basta. La liberazione di Cecilia Sala fu u…
La campagna di primavera del centrosinistra allargato è cominciata. È accaduto un po’ in sordina con il congresso di +Europa, ma sarebbe sbagliato ignorare il segnale. Il problema è che questa ampia area, estesa sulla carta fino alla renziana Italia Viva, non è finora tenuta insieme da una visione comune, da un’idea coerente del futuro del paese. Si candida a governare, eppure è sempre alla ricerca di un linguaggio per rivolgersi agli elettori. O meglio, il linguaggio ci sarebbe e nasce dalla contrapposizione frontale a Giorgia Meloni e al suo governo. Lo abbiamo visto in Parlamento sul caso Almasri, dove tutti — salvo il gruppo di Calenda — si sono scagliati contro l’assenza della premier e l’insufficienza dei due ministri chiamati a sostituirla, Nordio e Piantedosi. Parole quasi identiche, da Renzi a Fratoianni. L’occasione è stata ben colta e non poteva essere diversamente.
Peraltro ci si è affidati ancora una volta alle circostanze e non basta. La liberazione di Cecilia Sala fu un colpo a favore del governo, tale da indurre anche l’opposizione a rallegrarsi; la confusione del caso Almasri ha permesso alla stessa opposizione di riguadagnare spazio e tornare all’attacco. Ma si vive un po’ alla giornata e infatti i sondaggi indicano un’opinione pubblica ferma nelle sue convinzioni: un discreto margine di vantaggio per il centrodestra; il centrosinistra in cerca della novità decisiva; il grande mare dell’astensione in cui ognuno può illudersi di pescare consensi, ma che in realtà nessuno sa come prosciugare. In poche parole, al centrosinistra allargato manca il fatidico colpo d’ala. A parte Franceschini e la sua ingegneria elettorale (il modello proporzionale per rinviare le alleanze a dopo il voto), quello che si chiede ai vari soggetti in campo è almeno qualche iniziativa comune, un’idea ben declinata che non si riduca a spartirsi i seggi alla vigilia del prossimo voto legislativo. Previsto per il 2027, salvo sorprese, quindi abbastanza lontano.
E qui si ritorna al congresso di +Europa. Dove si è visto che tutto il “campo largo”, quindi non solo l’asse Pd-5S, è unito sul referendum per la cittadinanza agli stranieri. Una procedura da abbreviare, riducendo a 5 anni, invece degli attuali 10, il requisito della residenza — ovviamente legale — in Italia. Anche i renziani condividono questa soluzione e si preparano alla campagna. È uno dei temi, certo non l’unico, su cui si misura il graduale rientro di Renzi nella cornice del centrosinistra. L’obiettivo è di spostarne l’equilibrio più al centro, evitando che la rotta sia decisa dal solo Conte, o se vogliamo dal duopolio con Elly Schlein. Sotto questo aspetto il quesito referendario ha un valore simbolico prima che pratico. Tuttavia non sappiamo se sia in grado di superare il 50 per cento dell’affluenza, cioè il limite per renderlo valido. Molti ne dubitano, e comunque ai fini del futuro centrosinistra conta soprattutto condividere una battaglia, anche se fosse perdente.
Diverso discorso riguarda gli altri quattro quesiti, quelli sul lavoro a cui la Cgil tiene molto. Qui è difficile che si possa costruire lo stesso fronte compatto che abbiamo visto per la cittadinanza. Il più importante dei quattro, quello sul cosiddetto “jobs act”, mira a ripristinare il fatidico articolo 18. A suo tempo il premier Renzi ne fece una delle battaglie emblematiche della sua stagione a Palazzo Chigi: il simbolo stesso di un’operazione volta a cambiare il volto del Pd e a conquistare gli elettori moderati. Poi le cose sono andate come sappiamo e il nome di Renzi solo adesso torna pronunciabile in certi ambienti del Pd. Ma certo non dei Cinque Stelle. Per cui, se c’è una logica, il referendum della Cgil è respingente per i renziani e per numerosi “riformisti”, al contrario di quello sulla cittadinanza. La strada è ancora lunga.