Molte cose accadono in Europa, ma soprattutto in Italia, nelle ultime ore. Trump e i suoi collaboratori hanno scompaginato, come è noto, gli assetti del vecchio continente. Gli esiti sono ancora insondabili, intanto però Emmanuel Macron parla e agisce come il vendicatore dell’Europa offesa: i sette leader di paesi Ue al tavolo di Parigi non sono tutta l’Unione, anzi, eppure rappresentano il tentativo di dare una risposta immediata alla Casa Bianca e al tempo stesso raccogliere qualcosa (non poco) della logica del “trumpismo”. Il punto è non lasciar cadere il tema delle maggiori spese per la difesa, che i francesi vedono nella prospettiva dell’esercito comune. In realtà le probabilità che gli Stati Uniti tendano a disimpegnarsi dalla Nato non appartengono più alla fanta-politica: diventano ipotesi persino plausibili, mentre la storia accelera in forme mai viste da decenni.
Molte cose accadono in Europa, ma soprattutto in Italia, nelle ultime ore. Trump e i suoi collaboratori hanno scompaginato, come è noto, gli assetti del vecchio continente. Gli esiti sono ancora insondabili, intanto però Emmanuel Macron parla e agisce come il vendicatore dell’Europa offesa: i sette leader di paesi Ue al tavolo di Parigi non sono tutta l’Unione, anzi, eppure rappresentano il tentativo di dare una risposta immediata alla Casa Bianca e al tempo stesso raccogliere qualcosa (non poco) della logica del “trumpismo”. Il punto è non lasciar cadere il tema delle maggiori spese per la difesa, che i francesi vedono nella prospettiva dell’esercito comune. In realtà le probabilità che gli Stati Uniti tendano a disimpegnarsi dalla Nato non appartengono più alla fanta-politica: diventano ipotesi persino plausibili, mentre la storia accelera in forme mai viste da decenni.
Giorgia Meloni è andata al vertice e sarebbe stato impensabile il contrario. Ci sono tuttavia varie ragioni che spiegano il suo scetticismo circa l’iniziativa macroniana, a cominciare dall’antica diffidenza verso le ambizioni dell’Eliseo: stavolta coincidenti, peraltro, con un momento drammatico per l’ “establishment” europeo. In ogni caso la posizione dell’Italia in questo passaggio cruciale va vista sullo sfondo dell’altro evento di giornata. Abbastanza strano nella sua dinamica e quindi a maggior ragione significativo. Per la seconda volta in quattro giorni la portavoce del ministero degli Esteri russo è tornata ad accusare Sergio Mattarella per le frasi su Monaco 1938. I russi hanno fatto finta di offendersi per esser stati paragonati ai nazisti aggressori di allora: un’equivalenza inesistente nelle parole del presidente della Repubblica. Come mai Mosca ritorna sull’episodio a distanza di giorni, addirittura minacciando “conseguenze”? Una reazione a freddo, studiata per accrescere la tensione.
È evidente che nulla avviene a caso in questo frangente internazionale. I russi sanno che l’Italia è il paese in cui l’opinione pubblica favorevole a Mosca è ampiamente diffusa in modo trasversale. L’invasione dell’Ucraina e i tre anni di guerra sanguinosa trovano ambienti politici e mediatici sensibili, pronti a giustificare l’una e gli altri. Mattarella è stato fermo nel ricordare la lealtà atlantica a cui l’Italia non ha mai inteso venir meno. Su questo punto ha incontrato la linea seguita da Giorgia Meloni. Ma nulla è scontato. Certe posizioni che sembrano nel solco della tradizione, in realtà richiedono un attento lavoro politico e comunque sono a rischio: la ragione è che il “trumpismo” ha dato la stura a una nuova ondata di anti-americanismo, di cui non si scorge la fine. Anzi, probabilmente siamo solo agli inizi.
Forse l’attacco reiterato a Mattarella nasconde allora l’intenzione di mettere alla prova la resistenza italiana. Da un lato abbiamo un vertice istituzionale pro-Nato, ma in una fase in cui le alleanze occidentali soffrono un’inedita turbolenza innescata da Trump. Dall’altro, un’opinione popolare che al Cremlino immaginano, di sicuro sbagliando, in grado di rovesciare l’orientamento del governo di centro-destra. Un esecutivo il cui vice-premier, Salvini, è peraltro persona molto gradita a Mosca. Il giochino provocatorio intorno a Mattarella è quindi volto a innervosire il vertice del governo che non potrà esimersi dal rispondere ai russi, proteggendo il presidente. Con ciò si creerà, nelle speranze di Putin, un fattore d’instabilità in un esecutivo che vuole essere al tempo stesso membro dell’Unione, socio affidabile della Commissione von der Leyen, ma anche interprete della proiezione europea del binomio Trump-Musk. Obiettivo un po’ troppo impegnativo, a meno di considerare che la risposta europea non sarà né rapida né così efficace. Chi vuol rallentare e rinviare potrebbe aver ragione una volta di più.