Quelle reticenze su Paragon
di Giuliano FoschiniLa società di software israeliana Paragon ha denunciato che in Italia il suo prodotto è stato utilizzato fuori dalle regole, spiando giornalisti e attivisti. È una storia che allarma perché attiene alle libertà di ogni singolo cittadino — quel software è uno strumento in grado di spiare 24 ore su 24 chiunque, senza che possa essere in grado di accorgersene — e dunque mette in discussione le fondamenta di una democrazia.
Per questo quella denuncia va trattata con rigore, serietà. E soprattutto con il massimo della trasparenza: tutti abbiamo il diritto di sapere cosa è successo. E le istituzioni hanno il dovere di spiegarlo con chiarezza e senza omissioni, nel rispetto della sicurezza nazionale e delle leggi che la regolamentano.
Non è, purtroppo, quello che sta accadendo in queste settimane come hanno denunciato con forza le opposizioni, su tutti l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Che avevano chiesto al governo di rispondere ad alcune semplici domande in Parlamento, …
La società di software israeliana Paragon ha denunciato che in Italia il suo prodotto è stato utilizzato fuori dalle regole, spiando giornalisti e attivisti. È una storia che allarma perché attiene alle libertà di ogni singolo cittadino — quel software è uno strumento in grado di spiare 24 ore su 24 chiunque, senza che possa essere in grado di accorgersene — e dunque mette in discussione le fondamenta di una democrazia.
Per questo quella denuncia va trattata con rigore, serietà. E soprattutto con il massimo della trasparenza: tutti abbiamo il diritto di sapere cosa è successo. E le istituzioni hanno il dovere di spiegarlo con chiarezza e senza omissioni, nel rispetto della sicurezza nazionale e delle leggi che la regolamentano.
Non è, purtroppo, quello che sta accadendo in queste settimane come hanno denunciato con forza le opposizioni, su tutti l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Che avevano chiesto al governo di rispondere ad alcune semplici domande in Parlamento, durante un question time, e si sono sentite invece obiettare che no, spiegazioni pubbliche non potevano essere fornite. Perché l’argomento era già in discussione al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza. E che, al massimo, dovevano essere concordate le domande.
Una tesi che, però, pone una serie di problemi. Politici e tecnici. Primo punto: gli italiani hanno il diritto di sapere, con una parola soltanto e con chiarezza, se le forze di polizia hanno utilizzato quel software. E questo con i Servizi, e dunque con il Copasir, non c’entra nulla.
Paragon dispone una serie di limitazioni al suo utilizzo che non sono compatibili con le regole di ingaggio del nostro sistema di intercettazioni. Regole che sono proprie di uno stato di diritto e che hanno l’obiettivo di garantire lo svolgimento delle indagini e nello stesso tempo i diritti degli intercettati. Polizia, carabinieri, finanza e polizia penitenziaria, dunque, non possono usarlo, anche se sotto il controllo di una procura. Lo hanno fatto?
L’utilizzo è invece concesso ai Servizi, chiaramente nel rispetto delle norme. E veniamo così al Copasir dove è in corso la discussione, con le regole di quel luogo: e cioè tutto quello che emerge deve restare segreto. Bene: se dovessero affiorare anomalie nell’uso del Paragon da parte delle agenzie di intelligence, il Copasir interverrà.
Ma non è accettabile, nel rispetto del lavoro del Comitato, che diventi il solo teatro di queste discussioni. Usarlo per non dare risposte pubbliche (è successo anche sulla vicenda Almasri) è infatti un modo, non corretto, per sottrarsi al dibattito. Tirando per la giacca un organo istituzionale che è garanzia per tutti, a prescindere dagli schieramenti.
Infine: non si può non notare che un governo che ha fatto una bandiera politica della continenza dell’uso delle intercettazioni, anche a scapito del buon esito delle indagini, si trovi oggi ad alzare un fortino a difesa di un software che ha spiato cittadini italiani con modalità opache. Un’altra ragione per cui le risposte che aspettiamo devono essere pubbliche. Perché hanno a che fare con la politica. Dunque con la democrazia.