Germania, anno zero. All’alba di questa devastante Rivoluzione Trumputiniana, il voto tedesco di domani è il primo stress-test che ci aiuterà a capire se la povera Europa ha ancora anticorpi sufficienti per resistere al virus dell’autodistruzione. I sondaggi sembrano premiare la Cdu di Alexander Merz, che dovrebbe confermarsi primo partito. Ma resta la gigantesca incognita dell’Afd, il partito neonazista. Più che una colossale mucca in corridoio, un micidiale cavallo di Troia a disposizione degli Architetti del Caos, che tra Washington e Mosca preparano il nuovo ordine mondiale nel quale ci sarà spazio solo per le autocrazie e le post-democrazie. La Germania è più che strategica. Da Locomotiva d’Europa, ne è diventata zavorra. Recessione economica e declino industriale, crollo dei partiti storici e disagio sociale, implosione delle politiche migratorie e risveglio del terrorismo jihadista: gli ingredienti perfetti per una svolta sovranista e anti- europeista, reazionaria e securitaria…
Germania, anno zero. All’alba di questa devastante Rivoluzione Trumputiniana, il voto tedesco di domani è il primo stress-test che ci aiuterà a capire se la povera Europa ha ancora anticorpi sufficienti per resistere al virus dell’autodistruzione. I sondaggi sembrano premiare la Cdu di Alexander Merz, che dovrebbe confermarsi primo partito. Ma resta la gigantesca incognita dell’Afd, il partito neonazista. Più che una colossale mucca in corridoio, un micidiale cavallo di Troia a disposizione degli Architetti del Caos, che tra Washington e Mosca preparano il nuovo ordine mondiale nel quale ci sarà spazio solo per le autocrazie e le post-democrazie. La Germania è più che strategica. Da Locomotiva d’Europa, ne è diventata zavorra. Recessione economica e declino industriale, crollo dei partiti storici e disagio sociale, implosione delle politiche migratorie e risveglio del terrorismo jihadista: gli ingredienti perfetti per una svolta sovranista e anti- europeista, reazionaria e securitaria, xenofoba e illiberale.
Pane per i denti della Tecno-Destra americana, che attraversa l’Oceano, ingrossa i fiumi di rabbia di una nazione smarrita e impoverita, ma con gli armadi del passato ancora pieni di scheletri. Hanno lavorato bene, gli operosi Dottor Stranamore rinchiusi nei laboratori della Casa Bianca. Trump, già al comizio finale del 4 novembre, attacca Angela Merkel e “l’Europa tanto carina, ma tremenda che ci sta derubando”. Poi arriva Musk, che dopo il Maga già riciclato dal Commander in Chief lancia il Mega, Make Europe Great Again, posta su X il suo dialogo con Alice Weidel, invita la gente tedesca a liberarsi una volta per tutte dal “complesso della Shoah” e la sprona a votare Alternative fur Deutschland come “unica speranza per la Germania”. Subito dopo si aggiunge Vance, che alla Conferenza di Monaco tende “le mani ai fascisti” e fa “la pipì sul tappeto degli europei” (come scrivono Bret Stephens e Masha Gessen sul New York Times), omaggia la leader dell’Afd e si rifiuta di incontrare Scholz in Cancelleria: una solida stampella per i nipotini del Fuhrer, un cinico sgambetto agli alleati comunitari. Infine tocca a Steve Bannon avvelenare i pozzi: il Principe delle Tenebre, con il saluto romano esibito alla convention dei conservatori, ripete il gesto che già sfuggì al Doge all’Inauguration Day, ma lo accompagna allo stesso Fight, Fight, Fight che The Donald gridò appena ferito durante il comizio di Butler del luglio 2024. E in un’intervista a questo giornale spiega bene la Dottrina Mega applicata al voto tedesco: “La nostra campagna per conquistare l’Europa comincerà domenica con le elezioni in Germania, dove i nostri alleati otterranno un chiaro e significativo successo… Ci concentreremo sui singoli Stati, per conquistarli uno dopo l’altro, man mano che andranno alle urne… Gli effetti, poi, cambieranno l’intera direzione dell’Europa”.
Non sono viaggi onirici da Grande Dittatore, tipo Charlot nel 1940. E neanche deliri ketaminici di un’allegra brigata di buontemponi. Dovremmo smetterla di pensare a Trump come al solito spaccone cresciuto a The Apprentice, o come l’Al Capone degli Untouchables “solo chiacchiere e distintivo”. Dovremmo piantarla di credere che, da bravo palazzinaro newyorchese, la spari sempre più grossa solo per poi raggiungere un accordo più conveniente. In otto anni tutto è cambiato. Donald Primo pareva un accidente della Storia, destinato all’oblio di fine mandato. Donald Secondo è tutt’altra cosa: oggi si sente davvero un Messia, pronto a dettare le regole globali per un tempo molto lungo. Come sottolineano ancora Stephens e Gessen, il suo “Dio mi ha mandato per salvare l’America” è una frase degna di un ayatollah iraniano o di un crociato medievale, non di un presidente americano. E il suo approccio alla geopolitica, commerciale o transactional come adesso si dice, nasconde un’idea molto precisa dei rapporti di forza basati sul saccheggio. Il suo obiettivo non è trovare un compromesso, ma umiliare l’interlocutore. Per lui il negoziato significa: “Io vinco, tu hai perso”. A ben vedere, è la stessa logica di Putin. Per questo i due si intendono a condividono la loro Yalta Bis, fondata sulla vendetta e sull’esclusione degli altri attori dalla scena.
Le due guerre in corso sono l’occasione per imporre al pianeta la nuova egemonia. In Medioriente si tratta solo di far evacuare quel milione e mezzo di cocciuti palestinesi da Gaza, trasformando la Striscia in un resort di lusso lungo 14 chilometri e ristabilendo la finta pace di Abramo a suon di dollari e petroli, da scambiare con le monarchie sunnite del Golfo in funzione anti-iraniana. In Europa si tratta solo di scaricare Zelensky – mortificandolo come “attore fallito”, “presidente abusivo”, “mendicante che chiede soldi” – e poi di capovolgere la realtà dei fatti, trasformando l’Ucraina da Paese aggredito a “bottino di guerra” da spartire e spolpare in nome di una pace terrificante. Per la Russia il bottino è la terra: Donbass e Crimea, ovviamente, ma poi anche la linea che tra Mariupol, Zaporizhzhia e Kherson dà sbocco al Mar Nero. Per l’America il bottino sono le Terre Rare: il 50% delle immense risorse energetiche di uno Stato fallito, nel quale indire false elezioni e insediare un governo-fantoccio sul modello bielorusso. Questo dice il tavolo di Riyad, dove Mark Rubio e Sergei Lavrov hanno avviato il piano, che una volta attuato permetterà all’Uomo del Cremlino di cullare il suo sogno zarista, e al Capo della Casa Bianca di dedicare le sue “cure” all’Indo-Pacifico e alla Cina.
L’Europa, per lo Sceriffo di Mar-a-Lago, è l’utile idiota. Può solo arrendersi, o perire. È palestra per il priapismo dei Padroni del Mondo. È brodo di coltura per il Maga e il Mega, che seppelliranno quella certa idea di Occidente in cui abbiamo creduto e sperato per ottant’anni. Divisa e derisa, l’Unione ha un grande merito: quello di aver sostenuto la resistenza di Kiev, dove la bandiera della Federazione Russa sventolerebbe già da tre anni se i Paesi Nato non gli avessero fornito missili e munizioni. E questo farebbero bene a ricordarselo le spocchiose regine del tua culpa e le vedove inconsolabili del grilloleghismo, quelle che “Rimbambiden è un criminale e noi gli siamo andati dietro”, “armare gli ucraini è stata una follia”, “questa guerra era persa fin dall’inizio”, “Trump ha smascherato la propaganda bellicista dell’Occidente” e altre amene ipocrisie. Ma l’Unione ha anche un grande demerito: quello di non aver tentato in parallelo una seria mediazione diplomatica. Oggi, nella conventio ad excludendum imposta dai due imperi, Bruxelles paga anche questa inerzia. Dai vertici straordinari convocati all’Eliseo si odono solo vaghi ruggiti del coniglio. Secondo Stephens e Gessen, l’Europa può diventare il più grande rischio geopolitico del globo. La crisi che attraversa e il canto della sirena Mega la sfidano sui suoi valori fondanti: la democrazia rappresentativa, l’economia liberale, la società aperta, i diritti umani, la cooperazione, il multilateralismo. La sua debolezza è quasi “provocante”: come il Libano degli Anni ‘60, è un giardino senza recinzioni, pieno di frutteti da saccheggiare.
Per questo il voto in Germania di domani è così importante. Se cade Berlino, crolla la Ue. Il popolo tedesco ha in mano il nostro destino, a un passo dalla dissoluzione finale. Sulla quale, del resto, scommettono le stesse destre sfasciste del Continente: quella di Weidel e quella di Nigel Farage, quella di Salvini e quella di Meloni, che ancora una volta si rincorrono nella corsia di sorpasso, tra radicalismo ideologico e atlantismo euroscettico. Oggi la Sorella d’Italia si video-collegherà da Palazzo Chigi con la stessa simpatica confraternita di ultraconservatori che ieri ha ospitato Bannon con il saluto di Hitler e Musk con la motosega di Milei. Non aspettiamoci altro, se non un orgoglioso e caloroso inno al patriottismo tricolore. Così palesemente e gioiosamente affine al neo-imperialismo yankee.