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Difesa comune, uniti per necessità sulla sicurezza

Kiev, 24 febbraio: i leader europei nella capitale ucraina nel terzo anniversario della guerra (afp)

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L’Europa deve decidere quale ruolo avere rispetto a un pianeta diviso fra Usa, Russia e Cina. Può negare l’evidenza. Oppure raccogliere la sfida inattesa
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La scelta del presidente americano Donald Trump di allontanarsi da Kiev e avvicinarsi a Mosca per porre fine in fretta al conflitto in Ucraina nasce dalla volontà di staccare la Russia dalla Cina ma genera una scossa geopolitica globale che obbliga l’Unione europea a diventare «una sola nazione», anche sulla sicurezza, come ha suggerito Mario Draghi intervenendo all’Europarlamento.

Posto davanti alla sfida di Mosca e Pechino di ridisegnare l’ordine di sicurezza internazionale uscito dalla Guerra fredda, Trump, anziché difenderlo come faceva il predecessore Joe Biden, rilancia guardando a un mondo diviso fra sfere di influenza di Usa, Russia e Cina, con Putin più legato a lui grazie ad accordi economici di nuova generazione — come quello sulle terre rare — e Xi Jinping nel ruolo di grande rivale assediato.

È un disegno strategico rivoluzionario, da imporre a colpi di decisioni brutali, che comporta un drammatico cambiamento dei rapporti fra Stati Uniti ed Europa perché Ue e Gran…

La scelta del presidente americano Donald Trump di allontanarsi da Kiev e avvicinarsi a Mosca per porre fine in fretta al conflitto in Ucraina nasce dalla volontà di staccare la Russia dalla Cina ma genera una scossa geopolitica globale che obbliga l’Unione europea a diventare «una sola nazione», anche sulla sicurezza, come ha suggerito Mario Draghi intervenendo all’Europarlamento.

Posto davanti alla sfida di Mosca e Pechino di ridisegnare l’ordine di sicurezza internazionale uscito dalla Guerra fredda, Trump, anziché difenderlo come faceva il predecessore Joe Biden, rilancia guardando a un mondo diviso fra sfere di influenza di Usa, Russia e Cina, con Putin più legato a lui grazie ad accordi economici di nuova generazione — come quello sulle terre rare — e Xi Jinping nel ruolo di grande rivale assediato.

È un disegno strategico rivoluzionario, da imporre a colpi di decisioni brutali, che comporta un drammatico cambiamento dei rapporti fra Stati Uniti ed Europa perché Ue e Gran Bretagna non sono più nei panni di alleati che godono della totale protezione di Washington ma diventano partner che devono dimostrare la volontà di assumersi oneri e responsabilità in misura assai superiore a quanto avvenuto dal 1945.

Ciò significa che l’Europa deve decidere quale ruolo avere rispetto a un pianeta diviso fra Usa, Russia e Cina. Può certamente negare l’evidenza, guardarsi all’indietro e immaginare che il passato magicamente tornerà ma ciò comporta gravi rischi perché quando la Storia accelera diventa feroce.

L’altra opzione è raccogliere la sfida inattesa e puntare a far leva sulla forza dell’Europa per affrontare da protagonisti i nuovi scenari. La forza dell’Unione europea viene dal rispetto dei principi dello Stato di diritto su cui è stata costruita a cominciare dal Manifesto di Ventotene e dall’essere il mercato economico più prospero al mondo.

Sono due pilastri frutto dell’identità e della creatività di un’Unione che ha però una evidente debolezza: manca di difesa militare. Da qui l’urgenza di accelerare la costruzione di una sicurezza comune, sin dall’incontro di domenica 2 marzo in programma a Londra, con capacità tali da farsi rispettare come partner dagli Stati Uniti e come interlocutori di alto profilo da Russia e Cina.

Tutto parte dalla difesa dell’Ucraina perché è attorno alla sovranità di Kiev che i nuovi equilibri si stanno creando. Le opzioni che hanno Ue e Gran Bretagna — perché su questo terreno Londra ha capacità irrinunciabili — sono due: inviare soldati in Ucraina e aumentare la spesa militare in maniera significativa.

A essersi finora detti a favore di intervenire in Ucraina sono stati il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron mentre Varsavia guida il fronte di chi punta ad aumentare la spesa militare dentro la Nato almeno fino al 3,5 per cento del Pil, se non oltre.

Il nuovo cancelliere tedesco in pectore, Friedrich Merz, può essere decisivo su entrambi i fronti perché la Germania è il più grande Paese della Ue e, assieme a Parigi e Londra, può essere protagonista anche su un terzo fronte: l’aumento di produzione di hard power ovvero armamenti capaci di consentire la protezione dei nostri confini e dunque delle nostre democrazie.

In questa cornice l’Italia di Giorgia Meloni ha molte opzioni: abbiamo reparti scelti capaci di operare in tempi stretti su ogni scenario, capacità industriali importanti nell’hard power e siamo la nazione Ue con le maggiori capacità navali. Ma a patto di riuscire ad avere, al governo come anche all’opposizione, il coraggio di osare sfidando le resistenze ideologiche.

C’è un precedente a cui guardare a tale proposito: la scelta compiuta all’inizio degli anni Ottanta dall’Italia di Giovanni Spadolini e dalla Germania di Helmut Schmidt, che accettarono di schierare gli euromissili per fronteggiare gli SS-20 dell’Urss posizionati nell’Europa orientale. Allora si trattò di rafforzare la Nato, oggi invece bisogna far nascere la difesa comune europea, che porterà inevitabilmente a scelte condivise anche sulla politica estera.

È un percorso certo difficile per più aspetti: le lacerazioni politiche nei singoli Paesi Ue, l’assenza di norme economiche europee per favorire i privati che vogliono investire nella difesa, la resistenza di un’opinione pubblica molto condizionata dall’opposizione aprioristica agli armamenti.

Ma come è già avvenuto in passato l’Europa può e deve trovare la capacità di crescere in tempo di crisi: armonizzando le differenze, superando gli ostacoli grazie alla volontà di rafforzarsi senza mai negare le proprie radici popolari, socialiste e liberali, accomunate dalla volontà di difendere le democrazie da ogni tipo di intolleranza e totalitarismo.

Ecco perché l’iniziativa anglofrancese di creare un fondo comune per la difesa va nella direzione giusta così come il binario intergovernativo è la strada obbligata per l’Unione al fine di consentire più rapidità di azione a quei Paesi dotati delle potenzialità necessarie. A cominciare da Germania, Francia, Italia, Polonia e Spagna — i Paesi maggiori — a cui aggregare la Gran Bretagna, la Scandinavia, i Baltici e chiunque altro vorrà.

Questo spiega perché quando l’ex presidente della Bce e l’ex premier Mario Draghi chiede all’Europa di «essere una» su sicurezza, energia e intelligenza artificiale dimostra di interpretare lo spirito del nostro tempo, percepire l’urgenza del momento.

E forse suggerire ai Ventisette anche la necessità di accelerare il più possibile l’adesione dell’Ucraina alla Ue perché ciò potrebbe essere una scelta, morale e politica, capace di garantire l’indipendenza di Kiev come anche di costruire lungo i nostri confini orientali una credibilità destinata a farci rispettare da Mosca e Pechino come anche a convincere l’alleato di Washington che l’Europa ha scelto di assumersi la responsabilità di difendere le proprie libertà.

Sempre d’intesa e d’accordo con un’America che già è al lavoro per la realizzazione di un Iron Dome transatlantico, capace di proteggere anche 450 milioni di europei dalla minaccia di piogge di missili e droni simili a quelle che l’Iran ha scagliato contro Israele, facendoci comprendere come è cambiato il campo di battaglia.

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