Nell’ora più buia, dunque, l’Europa vede una luce. Ma non è il fuoco del logos, che accende i principi della civiltà: la parola, il verbo, la ragione. È la spada di Marte, che riflette i bagliori della guerra: gli eserciti, le armi, le rovine. E allora diciamolo subito, con tutta l’angoscia e l’inquietudine del caso: a voler essere ottimisti, questo Next Generation Eu di stampo militare è un “male necessario”.
L’Unione lo lancia nel bel mezzo della notte trumputiniana che ha sconvolto la Terra. Con brutale schiettezza — ma con totale sconsideratezza di sé, della sua Storia e della sua memoria — lo chiama Rearm Europe. Come se i Paesi di questa gloriosa parte di mondo — politicamente esausta e moralmente sfibrata — non avessero nient’altro da offrire alla fase se non altre bombe, altri missili, altri soldati.
Il “necessario” sta qui: di fronte alla legge del saloon che lo sceriffo di Washington impone a Occidente, e alla dottrina neo-imperiale che lo zar di Mosca minaccia a Oriente, il…
Nell’ora più buia, dunque, l’Europa vede una luce. Ma non è il fuoco del logos, che accende i principi della civiltà: la parola, il verbo, la ragione. È la spada di Marte, che riflette i bagliori della guerra: gli eserciti, le armi, le rovine. E allora diciamolo subito, con tutta l’angoscia e l’inquietudine del caso: a voler essere ottimisti, questo Next Generation Eu di stampo militare è un “male necessario”.
L’Unione lo lancia nel bel mezzo della notte trumputiniana che ha sconvolto la Terra. Con brutale schiettezza — ma con totale sconsideratezza di sé, della sua Storia e della sua memoria — lo chiama Rearm Europe. Come se i Paesi di questa gloriosa parte di mondo — politicamente esausta e moralmente sfibrata — non avessero nient’altro da offrire alla fase se non altre bombe, altri missili, altri soldati.
Il “necessario” sta qui: di fronte alla legge del saloon che lo sceriffo di Washington impone a Occidente, e alla dottrina neo-imperiale che lo zar di Mosca minaccia a Oriente, il Vecchio continente aveva il dovere di fare qualcosa.
«Do something», come aveva detto Mario Draghi all’Europarlamento di Strasburgo. L’hanno fatto. Ma siamo lontani anni luce dall’auspicio di Macron, che chiede ai colleghi capi di Stato e di governo di «essere all’altezza di questo tempo».
Sul piano pratico, il pacchetto da 800 miliardi varato dai Ventisette non risponde alle incognite che restano. Come sostituiremo gli Atacms, gli Himars e i Patriot che l’America non manda più a Zelensky e che noi non produciamo? Come copriremo le maggiori spese in armamenti fino all’1,5% del Pil, senza gravare sui debiti futuri degli Stati membri?
Cosa c’entra questo aumento esponenziale degli investimenti militari dei singoli Paesi con la “difesa comune”, che invece di quantità di risorse aggiuntive esige uniformità dei sistemi d’arma? Il nucleare francese e quello britannico saranno parte integrante di una nuova force de frappe comunitaria? C’è davvero in campo l’ipotesi di un contingente di peace-enforcing da mandare sul terreno ucraino, dopo l’eventuale “cessate il fuoco”?
I nodi da sciogliere restano tanti. Sia sull’emergenza immediata (come garantire ancora il sostegno alla resistenza ucraina). Sia sulla deterrenza futura (come dotare la Ue di un arsenale sufficiente a scoraggiare l’espansionismo russo).
Anche in questo l’Unione ha tanto da farsi perdonare. Il mitologico “esercito comune” andava costruito anni fa, con pazienza e lungimiranza, “per” l’Europa e non “contro” un nemico, in epoche di stabilità e non nel fuoco della battaglia combattuta dagli imperi risorti.
Adesso è tutto più difficile e drammatico. Nessuno sa se la sporca guerra di Putin è davvero «una sfida esistenziale per l’Europa», come sostiene von der Leyen.
Le parole dell’uomo del Cremlino non rassicurano: quei «non restituiremo ciò che è nostro» e «c’è ancora chi vorrebbe tornare ai tempi di Napoleone, dimenticando come finì», racchiudono tutto il titanismo neocoloniale della “Russia come Eurasia e anti-Occidente” di cui parlavano Milan Kundera e Czeslaw Milosz.
Sul piano politico, il documento dei Ventisei fissa almeno quei requisiti minimi di realtà e dignità vergognosamente negati a Zelensky nell’imboscata che i due cowboy Trump e Vance gli avevano teso nello studio ovale. Rispetto per la sovranità territoriale ucraina, obbligo di coinvolgere Kiev nei negoziati, solide e credibili garanzie di sicurezza dopo gli eventuali accordi di pace.
Non basterà a sventare la pace terrificante alla quale i due architetti del caos vogliono impiccare l’Ucraina. Ma è meglio di niente. E va dato atto a Giorgia Meloni di non aver tradito il poco che resta del patto comunitario: l’Italia rimane una zattera alla deriva in mezzo all’Atlantico, ancora incerta su quale sia la costa giusta su cui fare naufragio. Ma ancora per un po’ resta valida la stretta di mano con l’alleato Zelensky, ed è rimandato l’abbraccio mortale con l’amico Donald.
Ciò detto, in questa scossa dell’Unione resta “il male”. È quello che descrive Gustavo Zagrebelsky quando spiega le sacrosante ragioni della manifestazione del 15 marzo: un’Europa rassegnata a dimostrare a se stessa e al mondo la sua esistenza in vita solo grazie alle armi non è più la culla della civiltà che avevano sognato i padri fondatori.
L’Europa era un progetto di cooperazione e di sviluppo, di mediazione e di progresso, di multilateralismo e di superamento dei blocchi: era nata sulle rovine del Novecento per scongiurare altre guerre, non per farne di nuove. Nel 1957, a Roma, un “esercito comune” non fu mai pensato perché avrebbe contraddetto lo spirito di quel Trattato, costruito sulla pace e per la pace nell’era della Guerra fredda e dell’equilibrio del terrore.
È chiaro, lo scenario oggi è radicalmente cambiato: insieme alla storia è riesplosa la geografia, le crisi economiche hanno riacceso razzismi e sovranismi, sono tornati il sangue e il suolo, i conflitti bellici e le invasioni barbariche. È quindi legittimo il realismo di chi, per fare la pace, prepara la guerra.
Ma lo è ancora di più l’idealismo di chi oggi è pronto a scendere nella piazza evocata da Michele Serra. Rivendicando i valori che vogliamo difendere, difendendoci — cioè democrazia e libertà, uguaglianza e diritti. Chiedendo all’Unione di scommettere sulla forza della pace. Pretendendo che — insieme all’Europa militare, per la quale oggi siamo pronti persino a violare i sacri vincoli del Patto di stabilità — si rilanci anche l’Europa sociale, quella della coesione e del welfare, quella dell’inclusione e della solidarietà, cioè quella comunità di destino fatta di donne e di uomini in carne e ossa per la quale invece di risorse straordinarie non ne sono mai state concesse.
E qui — al di là degli incomprensibili “salti quantici” e degli insopportabili neutralismi ispirati al “né-né” — va dato atto a Elly Schlein di aver raddrizzato il tiro, sia su Trump sia sul piano von der Leyen.
Non so dire se a gettare la prima pietra della costruzione europea sia stato il “momento Churchill” del 1940 — quando Sir Winston entrò a Downing Street, rovesciò l’appeasement della Conferenza di Monaco e lanciò la controffensiva di terra, di cielo e di mare contro Hitler — oppure il “momento Ventotene” del 1941 — quando Altiero Spinelli, insieme a Colorni e Rossi, scrissero il Manifesto dell’Europa federale e antifascista, libera e unita. Ma per quello che abbiamo visto e vissuto negli ottant’anni successivi so che il primo non può esistere senza il secondo.
Nell’ultimo numero di Italianieuropei, D’Alema racconta che in un dibattito a Parigi difese il ruolo dell’Europa come «principale argine all’imbarbarimento del mondo». Gli rispose George Steiner: «Monsieur, la barbarie c’est nous!». In morte di un Occidente assassinato dall’autocrate della Casa Bianca, l’Unione deve uscire da questo incubo. Un vero “popolo europeo” è l’esercito senza armi di cui ora abbiamo più bisogno. Contro il regime dell’angoscia. Per una politica della speranza.