La destra che disprezza le libertà
di Luigi ManconiCome nel romanzo distopico di uno scrittore mediocre, oggi la bandiera delle libertà viene brandita dalle mani robuste della destra politica e mediatica di tutto il mondo. J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ed Elon Musk, “l’uomo più ricco del mondo”, accusano le democrazie liberali di mortificare la libertà di pensiero e di espressione: e, per tutelarla, promuovono le autarchie e i regimi dispotici.
È un paradosso grottesco e tragico che manifesta una tendenza in rapida crescita e che ha numerose radici. Tra queste, l’incapacità della sinistra politica di mobilitare grandi masse per rivendicare i diritti sociali, economici e civili; la sopravvalutazione del ruolo dello Stato nell’economia e nella regolazione della vita collettiva; un’idea di ordine sociale disciplinato dal centralismo e dalla burocrazia.
Questo apre vaste praterie alle incursioni delle destre, che si propongono come nuovi tribuni della plebe e pugnaci tutori dell’autonomia individuale. E tuttavia le ista…
Come nel romanzo distopico di uno scrittore mediocre, oggi la bandiera delle libertà viene brandita dalle mani robuste della destra politica e mediatica di tutto il mondo. J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ed Elon Musk, “l’uomo più ricco del mondo”, accusano le democrazie liberali di mortificare la libertà di pensiero e di espressione: e, per tutelarla, promuovono le autarchie e i regimi dispotici.
È un paradosso grottesco e tragico che manifesta una tendenza in rapida crescita e che ha numerose radici. Tra queste, l’incapacità della sinistra politica di mobilitare grandi masse per rivendicare i diritti sociali, economici e civili; la sopravvalutazione del ruolo dello Stato nell’economia e nella regolazione della vita collettiva; un’idea di ordine sociale disciplinato dal centralismo e dalla burocrazia.
Questo apre vaste praterie alle incursioni delle destre, che si propongono come nuovi tribuni della plebe e pugnaci tutori dell’autonomia individuale. E tuttavia le istanze rivendicate rivelano una concezione di libertà assai simile a quella magnificamente raccontata trent’anni fa da Corrado Guzzanti. Una voglia di sregolatezza che reclama il diritto a sottrarsi a tutti i vincoli, i limiti e le responsabilità comuni: una forma nazional-popolare di anarcocapitalismo, un po’ familista e un po’ alla rucola.
Oggi quella stessa impostazione viene riproposta in maniera più strutturata e appena più sofisticata da parte di chi ha letto le sinossi dei saggi di Robert Nozick e di Friedrich von Hayek, si eccita davanti alle performance gaglioffe di Javier Milei e si compiace voluttuosamente della conquistata libertà di poter chiamare ancora froci i froci e negri i negri. Di conseguenza trova ampio ascolto il messaggio che definisce liberticida la sinistra (non che questa non abbia le sue responsabilità, e pesanti) e che indica la destra come paladina dell’indipendenza dell’individuo.
Ma poi succede che qui, nel nostro cortile domestico, le destre non reggano a lungo il gioco di finzione. E le istanze che si vorrebbero libertarie finiscono con il rivelare una significativa tentazione autoritaria. Lo confermano due esempi recentissimi.
Il primo: il tema della violenza maschile contro le donne è di una urgenza tale da non consentire un approccio tutto simbolico. Eppure sembra proprio questo l’orientamento sotteso all’introduzione del femminicidio come reato autonomo proposta dal governo.
È vero che rispetto all’omicidio il femminicidio contiene un ulteriore disvalore rappresentato dalla volontà di assoggettamento e possesso e dalla violazione della dignità della donna in quanto tale. Ma ha davvero senso rendere questa condotta, la più riprovevole, una figura di reato autonoma e applicabile solo quando la vittima dell’uccisione motivata da odio e discriminazione sia una donna?
Da un lato, infatti, l’assassinio, se originato da odio o discriminazione nei confronti di una categoria (un genere, una minoranza…), assume una gravità maggiore e meriterebbe un trattamento sanzionatorio non inferiore a quello del femminicidio. Dall’altro, il contrasto di questo crimine intollerabile può affidarsi soltanto al mero inasprimento sanzionatorio quando non si finanziano a sufficienza i centri antiviolenza e non si investe sulla prevenzione?
In assenza di ciò, temo che neppure la previsione dell’ergastolo possa rappresentare un valido deterrente rispetto a delitti che non hanno una dinamica razionale e sui quali, dunque, la sola minaccia di pena difficilmente può risultare efficace (Federica Resta). D’altra parte, sul piano empirico, come ha notato Tamar Pitch, si può dubitare che questo provvedimento incida più di tanto, dal momento che «molti di quelli che uccidono poi si suicidano o tentano di farlo».
Dell’intero provvedimento emerge soprattutto l’evocazione dell’ergastolo, coerentemente a una politica penale illiberale che è riuscita a introdurre in poco più di due anni oltre cinquanta tra nuovi reati, incrementi di pena e aggravanti di varia natura.
Ma si rintraccia la medesima tendenza autoritaria anche in una proposta di legge sul fine vita che prevede, in aggiunta ai quattro requisiti indicati dalla Corte costituzionale per consentire l’accesso al suicidio assistito, un’ulteriore condizione. Ovvero che il paziente si sottoponga a un trattamento di cure palliative.
Se questo obbligo diventasse legge, si avrebbe una duplice conseguenza: ridurre il principio essenziale dell’autodeterminazione e disattendere la giurisprudenza della Corte Costituzionale che ha più volte ribadito il diritto del paziente a rifiutare le cure. E ciò sulla base di quel comma 2 dell’articolo 32 della Costituzione che così recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
È rispettoso della “persona umana” obbligarla a sottoporsi, perché possa accedere al suicidio assistito, a terapie il cui esito è tutt’altro che garantito e i cui risultati sono in genere parziali? Vedete quanto è facile che dietro la rivendicazione della libertà si palesi lo sprezzo per le libertà fondamentali.