Nulla è più “europeo” di una piazza. La filosofia greca nasce nell’agorà, Socrate la attraversa ogni giorno per scrutare l’anima degli uomini. La polis romana la ricrea nel Foro, alla ricerca del buon governo della Res Publica. Nell’era moderna — in ogni città di questo continente — la piazza è il luogo dell’incontro, dell’amicizia, dello scambio e della condivisione, ma poi anche della protesta, della rivolta, dello sdegno e della rivendicazione. Solo qui, in questa parte di mondo, è esistita ed esiste una “cultura della piazza”, che non porta da nessuna parte ma è sempre e comunque storia e memoria, movimento e cambiamento. Lo scrive Elias Canetti: “Trovavo nella piazza il calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza…”. Basterebbe questo, a dare un senso al raduno che oggi, nella capitale, darà voce a tanti cittadini smarriti ma non rassegnati. Quei cittadini siamo noi, che chiediamo all’Europa di esistere, di dimostrare al mondo che i valori …
Nulla è più “europeo” di una piazza. La filosofia greca nasce nell’agorà, Socrate la attraversa ogni giorno per scrutare l’anima degli uomini. La polis romana la ricrea nel Foro, alla ricerca del buon governo della Res Publica. Nell’era moderna — in ogni città di questo continente — la piazza è il luogo dell’incontro, dell’amicizia, dello scambio e della condivisione, ma poi anche della protesta, della rivolta, dello sdegno e della rivendicazione. Solo qui, in questa parte di mondo, è esistita ed esiste una “cultura della piazza”, che non porta da nessuna parte ma è sempre e comunque storia e memoria, movimento e cambiamento. Lo scrive Elias Canetti: “Trovavo nella piazza il calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza…”. Basterebbe questo, a dare un senso al raduno che oggi, nella capitale, darà voce a tanti cittadini smarriti ma non rassegnati. Quei cittadini siamo noi, che chiediamo all’Europa di esistere, di dimostrare al mondo che i valori espressi nei secoli da questa civiltà sono sempre vivi e che siamo pronti a difenderli in questa terribile età del ferro spacciato per oro, come scrive Ezio Mauro. “Piazza Europa” — lo spiega bene Michele Serra, che ha il grande merito di averla inventata — è una piazza “gentile” in un tempo infame che ha riscoperto la legge della forza bruta. È una piazza “plurale” in un’epoca che pretende solo omologazione e assuefazione di fronte ai nuovi poteri. Ed è una piazza “dialettica” in una stagione di pensieri unici che rifuggono dalla complessità e delegittimano il “diverso parere”.
Chi la irride, pensandola piena di vuoto o tutt’al più di anime belle che sognano paradisi nella fetida terra, non capisce o non vuole capire. C’è posto per tutti, in una manifestazione in cui la bandiera europea sfida il vento come simbolo di un’identità democratica. Per i cultori del pacifismo “senza se e senza ma”, che per quanto appaia irenista è infinitamente più nobile del bellicismo senza limiti. Ma anche per i sostenitori di una “difesa europea”, di cui non possiamo fare a meno e di cui avremmo dovuto dotarci in ben altra temperie, lontana dalle due guerre sanguinose che da Gaza a Mariupol ci bussano alle porte di casa. Per come la vedo io, sventolare la bandiera europea significa prima di tutto invocare la pace e la libertà, come valori fondativi dell’Unione che ce le ha faticosamente garantite per almeno 80 anni. E significa riconoscersi in quei principi non negoziabili che ci hanno reso, almeno sulla carta, “comunità di destino”: la democrazia e le costituzioni, la separazione e il bilanciamento tra i poteri, la laicità e la solidarietà, l’uguaglianza e la tolleranza, i diritti e il Welfare. Se c’è un prezzo da pagare, per difendere l’essenza di ciò che siamo e che abbiamo costruito, siamo pronti a farcene carico. Il Manifesto di Ventotene, che oggi distribuiamo insieme al giornale, è molto più che un semplice tributo all’europeismo che fu. Basta leggere le parole di Spinelli, Rossi e Colorni, per capire quanto sia attuale la virtuosa alchimia di idealismo e realismo che le aveva animate. Non è forse vero, oggi come allora, che “i democratici si sentono smarriti”? Che nelle pieghe del ’900 sta riemergendo una pulsione neo-imperiale pronta a quetarsi solo “nell’egemonia dello Stato più forte”? Che “la sovranità assoluta degli stati nazionali” porta “alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri”?
Questo ci dice l’oligarchia amerikana di Trump e di Musk, che da comandanti in capo della superpotenza risorta umiliano e ricattano amici e nemici, abbattono confini e costruiscono muri, comprano paesi come fossero merci e rottamano aiuti come fossero rifiuti, spengono satelliti come fossero lampioni e sparano dazi come fossero missili. E questo ci dice l’autocrazia russa di Putin, che gioca alla tregua posticcia di Gedda come il gatto col topo, va in tuta mimetica a visitare le truppe nel Kursk e torna al Cremlino per ricevere il fido Lukashenko, mostrando all’Ucraina che l’unico modello consentito, nella nuova sfera d’influenza di Mosca, è la Bielorussia, cioè uno stato-satellite guidato da un governo-fantoccio. L’Europa, in tutto questo, è pura astrazione geografica. Tagliata fuori dai tavoli di qualsiasi negoziato. “Piazza Europa” grida no a tutto questo, nel solco di Ventotene e di tutto quello che di buono per noi è cominciato da lì. Gli “Stati Uniti d’Europa, i quali non possono poggiare che sulla Costituzione di tutti i Paesi federati”, abbracciando “in una visione d’insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità” e con “l’unica concepibile garanzia di una pacifica cooperazione”.
Questo, come scrive Gustavo Zagrebelsky, è lo spirito sentimentale e pre-politico che guida questa piazza, inclusiva per definizione: si mobilita per qualcosa, non contro qualcuno. Naturalmente reclama un sussulto, un colpo d’ala, un’assunzione di responsabilità dalle classi dirigenti, a partire da quella italiana. Ma non ha soluzioni da lanciare né proposte da bocciare. È chiaro che il Piano Rearm Europe, per come è stato concepito, non parla al cuore dell’Europa che vorremmo. Ed è altrettanto chiaro che le spaccature a sinistra, nel voto su quel piano, sono dolorose e incresciose: nell’abisso globale, è triste vedere il Pd isolato nel partito socialista europeo, e la sua segretaria che per non perdersi resta sospesa tra il sì e il no e alla fine sceglie il “nì”, cioè decide di non decidere. Una forza progressista e compiutamente riformista avrebbe potuto fare una solenne dichiarazione di voto, dicendo all’Europarlamento “il vostro piano di riarmo non rispecchia l’anima democratica dell’Unione; nonostante questo lo voteremo, perché siamo un partito responsabile e vogliamo l’unità dell’Europa e della sinistra, ma da domani ci batteremo per riscrivere quel piano, e lo faremo con tutte le nostre forze”.
Si poteva fare, ma non si è fatto. Ed è ancora più triste constatare che ancora una volta gli errori dell’opposizione mettono la sordina agli orrori della maggioranza, tra Salvini che vota no al Piano Von der Leyen e Meloni che si astiene sulla mozione di sostegno a Kiev perché “troppo anti-trumpiana”: uno strappo che butta al macero un’intera politica estera, uno scempio che in tempi normali avrebbe innescato una crisi di governo. Sono drammi nel dramma, che le famose e fumose élite dovranno risolvere. Ma anche in questo caso non chiedete a “Piazza Europa” di scegliere tra burro e cannoni. Non siamo qui per questo, oggi. Ancora una volta, mi rifugio a Ventotene. A “un saldo Stato Federale”, che si doti dei suoi organi esecutivi, “disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali” e “spezzi decisamente le autarchie” e tutti i regimi. Se “Piazza Europa” oggi porta la sua piccola pietra, qualcosa di buono si può ancora costruire. Mi torna in mente uno dei lasciti più belli e sofferti di Pietro Ingrao: sognammo una torre, scavammo nella polvere.