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Le ragioni del Manifesto di Ventotene

Un momento della manifestazione ''Una piazza per l'Europa'' a Piazza del Popolo, Roma, 15 Marzo 2025

 

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Nel documento si pensa a un’Europa unita in una federazione e ciò richiede un’enorme energia politica, per superare le molteplici sovranità statali.
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Nei due punti del Manifesto di Ventotene su cui la destra polemizza - la democraticità del processo di formazione dell’Europa federale, e il regime della proprietà privata - non c’è nulla da rettificare o da giustificare con imbarazzate motivazioni inerenti il contesto storico in cui fu scritto.

Il Manifesto pensa a un’Europa unita in una federazione, e ciò richiede un’enorme energia politica, per superare le molteplici sovranità statali. Questo passaggio dalla pluralità all’unità è appunto una rivoluzione, l’attivazione di un potere costituente che travolge le istituzioni esistenti. Agli autori del Manifesto, temprati a una visione alta e dura della politica, era del tutto evidente che le rivoluzioni — tutte: borghesi, comuniste, fasciste — non sono un pranzo di gala, non possono …

Nei due punti del Manifesto di Ventotene su cui la destra polemizza - la democraticità del processo di formazione dell’Europa federale, e il regime della proprietà privata - non c’è nulla da rettificare o da giustificare con imbarazzate motivazioni inerenti il contesto storico in cui fu scritto.

Il Manifesto pensa a un’Europa unita in una federazione, e ciò richiede un’enorme energia politica, per superare le molteplici sovranità statali. Questo passaggio dalla pluralità all’unità è appunto una rivoluzione, l’attivazione di un potere costituente che travolge le istituzioni esistenti. Agli autori del Manifesto, temprati a una visione alta e dura della politica, era del tutto evidente che le rivoluzioni — tutte: borghesi, comuniste, fasciste — non sono un pranzo di gala, non possono essere democratiche: la politica rivoluzionaria (che per loro si esprimeva nel partito rivoluzionario) travalica le vecchie legittimità, le norme, le procedure, le discussioni, e disegna un ordine nuovo, post-rivoluzionario. Sarà questo, semmai, a organizzarsi come una democrazia.

L’altro punto oggetto di polemica, sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, non prefigura un regime socialista; significa piuttosto che la costituzione economica dell’Europa unita può articolarsi in modalità molto differenti tra loro: dal comunismo al capitalismo alle molte forme intermedie (liberalsocialismo, Stato sociale) che cercano di contemperare l’interesse privato e quello comune. Quello che importa è la federazione, cioè la politica, non l’economia.

Il Manifesto è quindi realistico nel valutare la gravità della posta in gioco: è semmai il suo intero progetto a presentarsi problematico, non tanto perché anti-democratico quanto perché impraticabile, in un’Europa distrutta dalla guerra, occupata da due imperi contrapposti, e destinata a ricomporsi intorno agli Stati nazionali, più facilmente rivitalizzabili rispetto all’ambiziosissimo piano federalista.

E infatti la Ue (e prima la Cee) nascerà, dopo il fallimento della Ced nel 1954, su una base teorica e pratica lontanissima da quella del manifesto di Ventotene, non sul federalismo politico ma sul funzionalismo economico, giuridico, burocratico di Jean Monnet, di Paul-Henry Spaak e di Robert Schumann. Dai Trattati di Roma del 1957 a quelli di Maastricht del 1992 a quello di Lisbona del 2007 emerge che gli Stati conservano gran parte della loro sovranità e mettono in comune alcune funzioni — sempre in maggior numero, certo, ma sempre sulla base del fatto che essi sono i “Signori dei Trattati” — . Spinelli fu critico di questa impostazione, e tutta la sua attività fu rivolta all’obiettivo federalistico: come spiegò in un libro del 1960, “l’Europa non cade dal cielo” ma esige un investimento politico unitario fortissimo, che non c’è stato — e infatti oggi la Ue non è un soggetto politico reale — .

Ma perché Meloni polemizza contro un’Europa che non c’è, cioè l’Europa di Ventotene o, come si preferisce dire, gli Stati Uniti d’Europa? Un’Europa, inoltre, che di fatto nessuno fra i capi di Stato e di governo sembra volere, al di là dei molti omaggi verbali a un “europeismo” non certo federalista, come dimostrano le difficoltà che incontra il piano di riarmo di Ursula von der Leyen. E la risposta è che Meloni sta polemizzando contro Draghi, e la sua tesi che l’Europa debba agire come uno Stato unico, e, quindi, contro l’esercito europeo comune; un’ipotesi destinata a rimanere tale, in assenza di un cervello politico unico che a quell’esercito fornisca una strategia e una missione, con continue e precise decisioni politiche.

Che un politico conservatore con simpatie sovraniste sia più ostile di molti altri a un progetto di Europa federale è ovvio. La peculiarità di Meloni è però che cerca di capitalizzare la sua posizione anche sul piano ideologico, facendo riferimento a un testo (il Manifesto) che in verità non ha molta attinenza con la Ue di oggi, ma che lei utilizza per un esercizio di propaganda esagitata e provocatoria contro una “sinistra” descritta come ultra-europeista e quindi come anti-nazionale e antidemocratica; da parte sua, l’opposizione nella provocazione è entrata senza esitazioni. Ne è nato un dibattito confuso, avvitato su se stesso, che sta occultando il problema politico attuale: dopo il no all’esercito comune che cosa fa in positivo l’Italia nella configurazione geopolitica relativamente nuova che si sta delineando? Una domanda a cui si attende una risposta appropriata, al di là di polemiche strumentali e improvvisate.

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