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Debito comune scelta urgente

Donald Trump 

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Una buona misura del nostro ritardo viene dall’Ucraina
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L’onda d’urto di Donald Trump ha sì risvegliato l’Unione europea da un lungo torpore geopolitico, ma l’andamento è ancora troppo lento. Mentre il mondo, là fuori, corre veloce come il vento. E non aspetta noi. La nostra fatica europea, di cui conosco a menadito motivazioni politiche e procedurali, rischia così di tradursi alla lunga in impotenza.

Che ruolo avremo nel nuovo grande gioco? Il ruolo di spettatori fragili e divisi, terreno di influenza o addirittura di conquista per il ritorno delle potenze? Oppure un ruolo da protagonisti, di una superpotenza europea della pace, dell’apertura ai commerci, del welfare, della cooperazione con il Sud globale, dello stato di diritto e della libertà?

La risposta, oggi, dipende in primo luogo dalla difesa comune. Fin qui è stato compiuto un passo avanti. Importante, per i 150 miliardi di prestiti del Fondo Safe vincolati a progetti di difesa comuni e in larga parte al “buy european”. Meno significativo per la deroga al Patto di Stabilità, il …

L’onda d’urto di Donald Trump ha sì risvegliato l’Unione europea da un lungo torpore geopolitico, ma l’andamento è ancora troppo lento. Mentre il mondo, là fuori, corre veloce come il vento. E non aspetta noi. La nostra fatica europea, di cui conosco a menadito motivazioni politiche e procedurali, rischia così di tradursi alla lunga in impotenza.

Che ruolo avremo nel nuovo grande gioco? Il ruolo di spettatori fragili e divisi, terreno di influenza o addirittura di conquista per il ritorno delle potenze? Oppure un ruolo da protagonisti, di una superpotenza europea della pace, dell’apertura ai commerci, del welfare, della cooperazione con il Sud globale, dello stato di diritto e della libertà?

La risposta, oggi, dipende in primo luogo dalla difesa comune. Fin qui è stato compiuto un passo avanti. Importante, per i 150 miliardi di prestiti del Fondo Safe vincolati a progetti di difesa comuni e in larga parte al “buy european”. Meno significativo per la deroga al Patto di Stabilità, il cui impatto è incerto.

Per essere pronti in cinque anni, visto che il piano è stato opportunamente ribattezzato Readiness 2030, serve altro. Serve un programma finanziato da alcune centinaia di miliardi di debito comune.

Una buona misura del nostro ritardo ci viene guardando all’Ucraina. L’Unione europea è stata in questi tre anni il primo finanziatore del Paese aggredito (per l’esattezza: 138 miliardi tra aiuti economici e militari contro i circa 95 forniti dagli Stati uniti), e per l’Ue un regime putiniano a Kiev costituirebbe una minaccia permanente. Non possiamo dunque essere appesi al filo delle telefonate tra Trump e Putin. Ben venga l’Europa dei volenterosi, che la propaganda del Cremlino descrive come guerrafondaia mentre è la sola che lavora per una pace giusta e duratura. Il fatto è che gli sforzi dei volenterosi sono un surrogato, necessario ma troppo fragile, della difesa comune che ancora non c’è.

A richiamare l’Unione sulla necessità di non fermarsi ai primi passi sono anche le decisioni prese la settimana scorsa dalla Germania. Decisioni storiche, tanto rapide — volute da un Cancelliere non ancora insediato — da far risaltare la nostra lentezza comune. Il Bundestag con una maggioranza dei due terzi composta da Cdu, Spd e Verdi ha rotto la gabbia del freno del debito introdotta sedici anni fa. La Germania investirà circa 50 miliardi per dieci anni in infrastrutture, innovazione e transizione verde. La Commissione ne misurerà l’impatto sul deficit, mentre il debito, oggi poco sopra il 60% del Pil, dovrebbe raggiungere la media europea, sopra l’80%.

Una politica meno restrittiva può far uscire la Germania dalla stagnazione degli ultimi due anni ed è una buona notizia per l’economia europea e per noi italiani, specie in questa primavera del 2025 in cui il motore dell’economia americana rallenta, il dollaro si indebolisce e i mercati tornano a guardare anche all’Europa.

Poi c’è la seconda parte del piano decennale di investimenti tedeschi, quei 50 miliardi l’anno di spesa militare che, più che farci agitare gli spettri del militarismo tedesco, dovrebbero farci correre a sventolare la bandiera della difesa europea. Anche perché per paesi come Italia, Francia e Spagna la flessibilità delle regole europee di bilancio non cancella i vincoli, finanziari e di consenso, che derivano da debiti pubblici troppo alti.

Se vogliamo la Readiness 2030, e se vogliamo evitare divergenze pericolose tra i paesi dell’Unione, ci serve l’emissione di debito comune per la difesa. E ci serve deciderla entro l’estate.

Vanno per prima cosa definite missioni comuni, ossia programmi di difesa ai quali la scala europea conferisca un chiaro valore aggiunto e che si integrino, riequilibrandola, nell’alleanza Nato, magari partendo dai sistemi più innovativi e quindi di norma meno ipotecati da irrevocabili impegni nazionali. Nella proposta del Fondo Safe si comincia a fare riferimento a queste missioni, citando la difesa aerea e missilistica, i droni avanzati, i sistemi satellitari, le capacità cyber. L’emissione di debito comune dovrebbe finanziare queste missioni comuni, piuttosto che essere indirizzata pro quota ai 27 Stati membri. A differenza di NextGenerationEu questi eurobond non avrebbero infatti una prevalente finalità redistributiva, rievocando l’antica controversia sull’”azzardo morale” del debito europeo, ma finanzierebbero in comune un bene comune, con il vantaggio di tutti.

Ricordo che anche cinque anni fa, di fronte alla pandemia, la risposta europea si era tradotta prima in decisioni sulle regole (Patto di stabilita e aiuti di stato) e poi nel Fondo Sure, prestiti per la Cassa Integrazione. Il grande programma di Recovery arrivò dopo qualche mese di difficile negoziato.

Non è impossibile ripetere quel mezzo miracolo, e l’idea degli eurobond sta faticosamente facendosi strada in vari Governi e nelle maggiori famiglie politiche europee.

Per l’Italia, battersi per questo programma comune sarebbe una risposta lungimirante al risveglio della passione e del sogno europei che abbiamo visto in Piazza del Popolo e nella lezione di Benigni. Questo risveglio chiede decisioni. Non in una futura terra promessa europea, ma qui e ora.

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