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Usa-Europa, se Meloni sta con Trump

Parigi, 27 marzo: Giorgia Meloni lascia l'Eliseo dopo il vertice sull'Ucraina (reuters)

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Al di là della tronfia grancassa del governo, le domande che ogni cittadino dovrebbe porsi sono le seguenti: c’è un solo aspetto della mia vita quotidiana che è cambiato, dal 25 settembre 2022 a oggi? La mia condizione materiale è migliorata?
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Un miglio dopo l’altro, la zattera meloniana alla deriva nell’Atlantico si avvicina sempre più alla East Coast. Nell’intervista al Financial Times la presidente del Consiglio lo dice chiaro e tondo: sono una conservatrice, e mi sento vicina a Trump. Poi aggiunge che ha ragione J.D. Vance, l’Europa ha un po’ perso i suoi valori di libertà. Meno male che nel frattempo li ha ritrovati l’America del Maga, dove una studentessa di origine turca viene fermata e arrestata per strada solo per aver scritto un articolo filo-palestinese sulla rivista universitaria e una “Ramba” nominata segretaria della Sicurezza interna si fa fotografare gioiosa davanti ai detenuti in gabbia, come ai tempi del lager iracheno di Abu Ghraib.

È la “politica della crudeltà”, come l’ha ribattezzata The Atlantic, ed è il nuovo spirito del tempo delle destre trumpiane di tutto il mondo. Meloni incarna appieno lo Zeitgeist. E sogna in grande, pensando a una “Nazione presidenziale” come quella dell’amico Donald. Rilanci…

Un miglio dopo l’altro, la zattera meloniana alla deriva nell’Atlantico si avvicina sempre più alla East Coast. Nell’intervista al Financial Times la presidente del Consiglio lo dice chiaro e tondo: sono una conservatrice, e mi sento vicina a Trump. Poi aggiunge che ha ragione J.D. Vance, l’Europa ha un po’ perso i suoi valori di libertà. Meno male che nel frattempo li ha ritrovati l’America del Maga, dove una studentessa di origine turca viene fermata e arrestata per strada solo per aver scritto un articolo filo-palestinese sulla rivista universitaria e una “Ramba” nominata segretaria della Sicurezza interna si fa fotografare gioiosa davanti ai detenuti in gabbia, come ai tempi del lager iracheno di Abu Ghraib.

È la “politica della crudeltà”, come l’ha ribattezzata The Atlantic, ed è il nuovo spirito del tempo delle destre trumpiane di tutto il mondo. Meloni incarna appieno lo Zeitgeist. E sogna in grande, pensando a una “Nazione presidenziale” come quella dell’amico Donald. Rilancia addirittura l’elezione diretta del premier, per spiegare agli italiani che «la madre di tutte le riforme» — spiaggiata alla Camera da mesi — è necessaria per dare stabilità ai governi e far scegliere ai cittadini da chi farsi guidare.

Può sembrare solo rituale propaganda. In realtà è qualcosa di più: l’ennesima “contro-narrazione” a uso del popolo bue. La minestra riscaldata e rancida del “premierato forte” serve solo a riempire con qualcosa una tavola altrimenti mestamente vuota.

Certo, c’è la guerra russo-ucraina, il conflitto israelo-palestinese, c’è il trumputinismo che impera e l’Europa che latita: i tg parlano di questo, la gente si angoscia per questo. Eppure, come ai tempi di Bill Clinton, «it’s the economy, stupid». E qui il piatto piange.

Al di là della tronfia grancassa di palazzo Chigi, le domande che ogni cittadino di questo Paese dovrebbe iniziare a porsi sono le seguenti: c’è un solo aspetto della mia vita quotidiana che è cambiato, dal 25 settembre 2022 a oggi? La mia condizione materiale è migliorata, dal giorno in cui si è insediato il governo dei patrioti?

Sarebbe bello poter rispondere sì. Ma a parte gli azionisti e i manager delle banche e delle multiutility che hanno continuato a macinare extra-profitti record, nessun italiano onesto può dire che le cose vanno meglio. Parlano i numeri, che sovrastano il vacuo chiacchiericcio dei mezzibusti di regime e stracciano le veline bugiarde stilate da Fazzolari per i giornali-fratelli.

La crescita è al punto zero: l’aggiornamento al Def sparerà un più 0,8, ma sappiamo già che se va bene faremo la metà. La produzione industriale è crollata del 3,5% nel 2024 e mostra il segno meno da 23 mesi consecutivi. Il fatturato dell’industria è sceso di 46 miliardi. La Cassa integrazione è cresciuta del 30%, a 426,5 milioni di ore. I posti a rischio per i lavoratori delle aziende in crisi hanno raggiunto quota 126.447 a gennaio. La pressione fiscale è salita al 42,6%, e il Fiscal drag si mangia i già scarni benefici legati al taglio delle aliquote Irpef. Le bollette del gas esplodono, più 31,8% nell’ultimo anno.

I pochi record che abbiamo sono quelli di cui dovremmo vergognarci: svettiamo al primo posto nella Ue per numero di poveri assoluti e per costo dell’energia delle imprese, mentre siamo fanalino di coda per potere d’acquisto dei salari, per tasso di occupazione femminile e per numeri di giovani che non studiano e non lavorano.

Si discute poco o niente di questo declino senza fine, iniziato prima di Meloni ma palesemente accelerato dal suo governo. Non si affrontano i nodi che soffocano l’economia e la società. La questione sociale è il grande rimosso della fase. La disuguaglianza esplode: abbiamo 1,3 milioni di lavoratori poveri, che diventano uno su quattro tra gli under 30. Il Welfare implode: Fondazione Gimbe ci ha appena raccontato il fallimento del decreto-beffa sulle liste d’attesa e il collasso degli ospedali, dove mancano 7mila medici e 10mila infermieri.

Le destre al comando fischiettano, e pensano ad altro. Ma le sinistre? L’opposizione marcia divisa ma non sa più colpire unita. Schlein insiste sulla sanità, mentre Conte incalza sulla pace: convergenze parallele per niente virtuose, al contrario di quelle che teorizzava Aldo Moro.

E i sindacati? Anche qui la vecchia Triplice è ormai quasi un simulacro di se stessa, tra una Cgil che urla in piazza supportata dalla Uil, e una Cisl che sussurra acquattata in soggiorno: divergenze cacofoniche per niente efficaci, che condannano all’irrilevanza proposte e proteste.

Ma anche la politica industriale è scomparsa dai radar. Nell’indifferenza generale è stata smantellata Industria 4.0, e il poco o tanto di buono che si portava dietro. Nel silenzio generale stiamo per vendere l’Ilva a Baku Steel, azienda dell’Azerbaijan, fiero staterello con un Pil da 87 miliardi, contro i 2.300 miliardi del nostro.

E qui, a onore del vero, pesa anche l’eclissi di un capitalismo privato straccione e arraffone. I clamorosi ritardi del Pnrr fanno il resto: con appena 64 miliardi spesi su 130, ci accingiamo a presentarci a Bruxelles con le mani alzate, vittime della nostra inefficienza.

Le destre al comando divagano: l’azzimato Tajani e il quaquaraqua Salvini bisticciano, mentre il sedicente ministro Foti sfarfalla e del prestigioso commissario Fitto si sono perse le tracce. Ma la Confindustria? Che fine ha fatto il Quarto Potere, come De Gasperi chiamava l’invincibile armata degli Agnelli e dei Pirelli, degli Orlando e dei Costa? E la Confcommercio, che una volta prestava decine di parlamentari alla Dc? Tutti scomparsi, anche loro.

A malapena ci ricordiamo chi li presiede, questi corpi intermedi che non intermediano più. Pagano dazio (in senso simbolico, ma presto anche pratico) alle ultra-destre trumpiane di oggi, nemiche giurate della concertazione ben più di quanto non lo fossero già quelle thatcheriane e reaganiane di ieri. Ma scontano anche una lunga e accidiosa stagione di corporativismo e di collateralismo, quasi sempre ispirato al piccolo interesse di bottega e quasi mai a un’idea complessiva di società, di Paese, di mondo.

Questo passa il convento, oggi. E questo, paradossalmente, giustifica anche i sondaggi pietrificati grosso modo intorno ai valori delle ultime elezioni politiche. L’Italia galleggia come può sui suoi mali atavici, gli italiani annaspano senza alternative credibili.

Come ricorda sempre Sergio Mattarella, non senza una punta di amarezza: si fa il pane con la farina che c’è. E di farina oggi ce n’è poca, e la poca che c’è è di qualità molto scarsa.

Per questo Meloni festeggia il suo tristanzuolo Midterm rifugiandosi nel premierato forte. Deve confonderci, visto che non ci può convincere. Ma è la prima a sapere che le riforme istituzionali sono come le litterae degli antichi romani: non dant panem. Al Financial Times assicura: «Non starò qui a scaldare la sedia, ma per lasciare una Nazione migliore di come l’ho trovata». Nobile proposito: ma finora miseramente fallito.

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