Il piano inclinato
Ezio MauroE adesso possiamo chiederci com’è stato possibile. Già questa è una sconfitta, perché interviene a cose fatte, senza poter cambiare la realtà. Da cittadini siamo retrocessi a spettatori di una politica trasformata in performance, con l’unica ossessione di cambiare il mondo, rimodellandolo secondo un progetto autoritario e reazionario. Il ritardo con cui ci muoviamo appare incolmabile: noi siamo ancora dentro il dubbio cognitivo, cercando di capire se è davvero concreto il reale, mentre il nuovo potere in un giorno solo ha chiuso il ciclo storico della globalizzazione, ha cancellato il liberismo economico imprigionando il libero commercio e i mercati aperti, ha messo fuori gioco l’Organizzazione mondiale del commercio, ha affondato le Borse e ha reinstallato il protezionismo, incurante della lezione del 1930, quando le norme di protezione dell’economia nazionale dalla concorrenza straniera provocarono la rincorsa tra inflazione e recessione, fino a innescare la Grande Depressione. Dun…
E adesso possiamo chiederci com’è stato possibile. Già questa è una sconfitta, perché interviene a cose fatte, senza poter cambiare la realtà. Da cittadini siamo retrocessi a spettatori di una politica trasformata in performance, con l’unica ossessione di cambiare il mondo, rimodellandolo secondo un progetto autoritario e reazionario. Il ritardo con cui ci muoviamo appare incolmabile: noi siamo ancora dentro il dubbio cognitivo, cercando di capire se è davvero concreto il reale, mentre il nuovo potere in un giorno solo ha chiuso il ciclo storico della globalizzazione, ha cancellato il liberismo economico imprigionando il libero commercio e i mercati aperti, ha messo fuori gioco l’Organizzazione mondiale del commercio, ha affondato le Borse e ha reinstallato il protezionismo, incurante della lezione del 1930, quando le norme di protezione dell’economia nazionale dalla concorrenza straniera provocarono la rincorsa tra inflazione e recessione, fino a innescare la Grande Depressione. Dunque, cos’è accaduto per rendere possibile a un uomo solo questo assalto arbitrario non solo al commercio e all’economia, ma all’ordine mondiale?
Disabituati all’estremismo in questa età grigia dell’indistinto democratico, increduli di vederlo al potere, anzi di trovarlo insediato nello studio ovale alla Casa Bianca, ci siamo dimenticati che per definizione non conosce limiti. Dobbiamo quindi pensare di essere appena all’inizio di un piano rivoluzionario che vuole realizzare un vero e proprio cambio di regime, con un sovvertimento totale delle regole e dei vincoli di responsabilità che il potere ha impartito a se stesso in questo lungo dopoguerra di pace. Il cemento di questa operazione è il nazionalismo ideologico, l’egoismo di sé stessi coltivato nel Paese come risarcimento delle frustrazioni di status e di condizione sociale, poi liberato ed esasperato dalla vittoria di Trump, e ora impugnato non solo come restaurazione di una fiducia smarrita nel futuro, ma come vendetta contro gli altri: contro tutti gli altri, ex amici ed ex nemici, perché la rivoluzione annulla il passato in quanto non accetta lasciti e non riconosce obblighi, mentre crea la storia senza condividerla.
Il metodo è binario, con due schemi elementari: difesa e offesa. Tutte le decisioni vengono prese denunciando un contesto ostile, col mondo in agguato permanente e il presidente protettore e vendicatore del popolo indifeso, ma soprattutto suscitatore e interprete di una coscienza reazionaria della nazione tradita, stanca di reggere il peso di alleanze internazionali, di mediazioni culturali, di doveri costituzionali: e finalmente autorizzata a pensare a sé stessa, rimpicciolendo il concetto universale di libertà a una dimensione domestica, di tutela più che di emancipazione. Uscendo clamorosamente — sia il leader che il suo popolo — dalla gabbia del politicamente corretto per sperimentare l’inconsueto, sceneggiare l’impossibile, pronunciare l’impensabile, a garanzia di una perpetua trasgressione che trasfigura l’uomo più potente d’America in un outsider, comunque antropologicamente estraneo all’alfabeto istituzionale dell’élite.
Qui scatta una nuova alleanza di classe (la nuova classe rivoluzionaria) per la distruzione del vecchio ordine, qualcosa che va ben oltre i confini del partito repubblicano, ormai ribaltato dalla furia della nuova destra estrema e svuotato del suo deposito conservatore di tradizione, oggi inerte e inservibile, disconosciuto. Quello di Trump non è più un partito, che ha comunque dei confini culturali, istituzionali, e una storia, e non è nemmeno un comitato elettorale permanente: è un movimento vivo nelle delusioni e nelle attese della società, chiamato a riprendersi l’America trasformandola nel primo impero del mondo che contempla solo se stesso, e non accetta compromessi col privilegio sovrano del suo destino. Quel che manca si prende, quel che serve s’ingloba, quel che piace si annette. Lo garantisce l’istinto rapace del leader che vede il mondo come preda, lo spazio come saccheggio, il potere come conquista, il territorio come annessione: in una logica proprietaria che comprende anche la presidenza e spiega la radice dell’assalto al Campidoglio per non lasciare la Casa Bianca, negando la sconfitta, mentre ipoteca il sogno del terzo mandato. Che avrebbe la funzione di dare infine un imperatore all’impero, e soprattutto di rompere la cornice della Costituzione, il vero atto fondativo del nuovo ordine a cui si preparano le destre estreme di tutto il mondo, già abbondantemente fuori dal sistema, in una prassi quotidiana de-costituzionalizzata.
È qui che bussa il capitalismo, per entrare di rinforzo nella classe rivoluzionaria, assistere dall’interno alla grande distruzione di sistema e partecipare col suo genio innovatore all’algoritmo di redistribuzione degli spazi di potere nel nuovo ordine mondiale. Dovunque si crea il mondo nuovo, i tycoon del Big Tech ci sono, e trasformano la realtà in cui viviamo, disegnando il futuro: potevano mancare nella più ambiziosa operazione del secolo, vale a dire la riscrittura delle regole del gioco dopo il rifiuto della regola democratica? Per entrare nella stanza dove ribolle l’ultima stregoneria ideologica, bisogna chinare la testa: ma che importa? Non una voce si è levata dalla Silicon Valley a chiedere rispetto per la libertà del commercio, il capitalismo alla prova dei fatti non ha in sé il sentimento della democrazia in cui ha vissuto e di cui ha beneficiato, non se ne fa testimone e difensore, rinuncia alla filosofia d’impresa e di mercato, entra nel nuovo secolo accontentandosi di fare business, visto che può direttamente tradurlo in politica, come mai era accaduto. Musk è l’avanguardia, ormai proprietario con “X” del mercato delle parole, privatizzando l’arena pubblica e offrendola al leader perché possa diffondere l’antiverità del discorso pubblico: nel quale è importante soltanto credere e applaudire perché tutte le risposte sono già state rivelate, non ci sono più domande, e non c’è niente da capire.
Davanti a questo piano inclinato, è ancora il caso di domandarci com’è potuto accadere? In realtà quando salta il codice faticoso ma equilibrato della democrazia delle istituzioni, del diritto e dei diritti, tutto diventa sbilanciato, estremo, esasperato: e soprattutto possibile.