Nella piccola città dove sono cresciuta quest’anno ci saranno quarantanove prime classi in meno, nella scuola pubblica, mi racconta un’amica che vive ancora lì e fa, ha fatto tutta la vita, la maestra. Le società sportive faticano a formare le squadre giovanili. Non ci sono abbastanza bambini. Cioè, per essere più precisi. Nella palestra dove andavamo da piccole, mi dice, ti ricordi? Eravamo sette squadre di ragazzini della stessa età, facevamo i tornei fra di noi. Quest’anno non si è arrivati a formare una sola squadra: gli iscritti sono meno di dieci, bisognerà rinunciare, indirizzarli a uno sport individuale. Peccato, perché lo sport individuale è bellissimo per carità, ma ti forma all’agonismo dell’uno contro uno, tutti avversari di tutti. A cinque sei anni sarebbe molto più utile uno sport di squadra. Imparare a convivere, ascoltarsi, aspettarsi, sostenersi. Fare le cose insieme, specialmente se sei figlio unico e ora sono quasi tutti figli unici, te lo può insegnare solo la scu…
Nella piccola città dove sono cresciuta quest’anno ci saranno quarantanove prime classi in meno, nella scuola pubblica, mi racconta un’amica che vive ancora lì e fa, ha fatto tutta la vita, la maestra. Le società sportive faticano a formare le squadre giovanili. Non ci sono abbastanza bambini. Cioè, per essere più precisi. Nella palestra dove andavamo da piccole, mi dice, ti ricordi? Eravamo sette squadre di ragazzini della stessa età, facevamo i tornei fra di noi. Quest’anno non si è arrivati a formare una sola squadra: gli iscritti sono meno di dieci, bisognerà rinunciare, indirizzarli a uno sport individuale. Peccato, perché lo sport individuale è bellissimo per carità, ma ti forma all’agonismo dell’uno contro uno, tutti avversari di tutti. A cinque sei anni sarebbe molto più utile uno sport di squadra. Imparare a convivere, ascoltarsi, aspettarsi, sostenersi. Fare le cose insieme, specialmente se sei figlio unico e ora sono quasi tutti figli unici, te lo può insegnare solo la scuola, lo sport, il coro. E il coro, domando. C’è ancora il coro della Bellini, la scuola di musica? Ma no, la Bellini ha chiuso da anni, non lo sapevi? Peccato. Sì, peccato. Vabbè, allora ciao. Ciao.
Non ci sono notizie, in questo racconto. Niente che non sappiamo già. L’inverno demografico, certo. Aumentano gli anziani diminuiscono i bambini: una società — un corpo collettivo — morente, ce lo mostrano ogni anno i numeri. Poi quei numeri astratti diventano quarantanove prime elementari in meno, squadre che spariscono, cori che chiudono. Fra dieci anni sarà una generazione di adolescenti che manca all’appello, fra venti un migliaio di venticinquenni in meno, in quella piccola città, all’ingresso del lavoro. Ma tanto. Meglio così. Il lavoro non c’è già oggi. I lavori che abbiamo fatto noi, quelli per cui abbiamo studiato o fatto pratica anni e decenni, sono spariti insieme alle edicole, i correttori di bozze, le agenzie di viaggi, i portieri di notte, i rappresentanti di commercio, gli impiegati di banca. Sostituiti da voci incise su nastri, app, siti internet che ti chiedono di dimostrare, prima di entrare, che non sei un robot. D’ora in avanti, da intelligenze artificiali in grado di far rivivere la voce dei morti e la prosa di Arbasino, da aquiloni killer che ti guardano negli occhi prima di sparare. Un drone che sembra un giocattolo, è finita così la guerra di Piero.
È andata così che una bellissima giornata di primavera, la prima domenica di sole è diventata un giorno di pensieri blu e mi dispiace essere qui a condividerli perché certo, anche a me piacerebbe essere l’amica allegra, quella con la voce che ride e che ti mette sempre di buon umore, alleggerisce, vede il bello che c’è perché c’è sempre, a cercarlo. Ieri però non l’ho trovato, questo bello, ma anche la malinconia deve avere un suo posto. Anche la paura e la tristezza lo devono avere perché è poi qui, credo, uno dei semi inariditi. La pianta che non cresce in questo inverno a primavera è morta di paura. La paura di non farcela, la paura di non essere all’altezza, la paura di non avere soldi per vivere, di non sopravvivere in questo spaventoso Squid Game, in questa gara dove vincono i più furbi, i più crudeli, i più svelti, i più ricchi. Ho scorso le notizie del giorno, della settimana. Il Papa con l’ossigeno al naso. Se cercate un simbolo: un Papa che boccheggia. La bambina che cammina da sola nel deserto. Se volete un video per un reel pietoso e di successo, qui dove mancano i bimbi per fare le classi di scuola, eccolo. Che poi i bimbi ci sarebbero, ma sono figli di gente straniera e nessuno vuole classi dove “gli italiani” sono in minoranza, no? Raccolte di firme, proteste. La Lega che vince le elezioni perché l’italianità va protetta. La Lega di Salvini amico di Elon Musk, quello col formaggio in testa che i figli li commissiona poi li chiama XY4 o qualcosa così ma è l’uomo più ricco del mondo, se hai i miliardi puoi fare quello che ti pare, anche andare in maglietta e cappello da baseball nella sala Ovale, non sei mica Zelensky a cui chiedono come ti sei vestito. Il Presidente pazzo ti ama: quello che deporta gli immigrati in catene, tutti criminali, e vende a cinque milioni la gold card ai capi dei cartelli. Quello con la lavagnetta che dichiara guerra di dazi al mondo. Democraticamente eletto, cosa vuoi dire. L’altro, di là, dice che l’esercito russo non uccide i civili. Che il massacro di Bucha non esiste, è propaganda. L’altro ancora bombarda le ambulanze, gli ospedali, stermina un popolo e bambini tutti i giorni, ogni giorno. Qui in patria. Ragazzi di vent’anni che uccidono ragazze di vent’anni. Si sono resi conto?, vedo che ci chiediamo. Capiscono cos’è la morte? Perché studiano, vanno all’università: cosa, esattamente, non capiscono? Dice: hanno paura. Di perdere potere. Hanno paura delle donne libere. Se fosse: chi dovrebbe insegnar loro come affrontare la paura senza un coltello? Non so, mi domando. I genitori che vanno a prenderli in macchina dopo il delitto? Le scuole? Un coro? Una squadra di rugby un allenatore di basket? Ma non ci sono i numeri, vedete, per fare una squadra. Ancora. Figli che uccidono padri per difendere le madri aggredite dai padri. Ragazzi in banda che uccidono ragazzi che difendono altri ragazzi dalla banda. Coltelli, e altri coltelli. Donne che muoiono per una liposuzione, ragazze per una rinoplastica perché non vorrai mica avere cosce grosse o un brutto naso, intanto. Bisognerà pure che tu faccia la tua gara. Medici da radiare non radiati, non si è fatta la commissione in tempo. Tac e risonanze magnetiche fra sei mesi, per chi non paga. Manifestazioni per la pace, intanto, ma armate una contro l’altra. Tutto bellissimo, sui social. Sorrisi brindisi amici famosi, frasi motivazionali. Un’epoca triste raccontata da immagini felici.
Hanno ripubblicato due libri bellissimi, ultimamente. Uno è Pippi Calzelunghe, che ha ottant’anni e che sulla libertà delle ragazze — delle persone — dice tutto quel che c’è da dire. Un altro è Fuochi di Lorenzo Mattotti, quarant’anni dalla prima edizione. Fuochi è un libro di guerra, diciamo per semplicità, racconta una battaglia. Lorenzo Mattotti è un Maestro, un illuminato. Difatti vive altrove, solitario. Dice, l’ultima tavola dei suoi disegni. “La sera mi stendo sul letto e nella penombra vedo a sinistra una finestra che dà sul cielo, a destra una porta che apre al corridoio oscuro. Per guardare la dolcezza della sera faccio molta fatica, perché mi attira il buio della porta”. Pausa, respiro. “Per questo dipingo solo finestre: è legittima difesa. Non voglio più fuochi che rischiarino la notte. Nella mia mente voglio il giorno”. Solo la bellezza, credo. La bellezza la conoscenza la condivisione. Solo ostinarsi a non andare nel buio. Dipingere finestre ci porterà fuori da qui. Potrebbe, per lo meno. Proviamo, speriamo.