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Cuore e diritto non sono uguali

Elena Cecchettin (ansa)

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La voce delle vittime e dei familiari viene da una dimensione altra e ascoltarla con rispetto significa accoglierne l’intelligenza emotiva.
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Alle vittime e ai familiari delle vittime va riconosciuto uno statuto di sacralità. Tale è il loro dolore e talmente è irreparabile e inconfortabile da esigere la tutela del tragico privilegio dell’immunità. Il che non significa offrire una giustificazione, quasi che i sopravvissuti siano i portatori di un handicap meritevole di risarcimento. No, è vero piuttosto che la voce delle vittime e dei familiari viene da una dimensione totalmente altra, annichilita dallo strazio: e ascoltarla con rispetto significa accoglierne «la cognizione del dolore» e l’intelligenza emotiva.

Dunque, le parole di Elena Cecchettin («una sentenza pericolosa» e «un terribile precedente») sono da meditare perché espressione di una verità alla quale noi, che non siamo vittime, non siamo in grado di accedere. A noi spetta, piuttosto, considerare altre verità e altri linguaggi. E sotto questo profilo, la sentenza della Corte di assise di Venezia sul femminicidio di Giulia Cecchettin risulta giusta e assai import…

Alle vittime e ai familiari delle vittime va riconosciuto uno statuto di sacralità. Tale è il loro dolore e talmente è irreparabile e inconfortabile da esigere la tutela del tragico privilegio dell’immunità. Il che non significa offrire una giustificazione, quasi che i sopravvissuti siano i portatori di un handicap meritevole di risarcimento. No, è vero piuttosto che la voce delle vittime e dei familiari viene da una dimensione totalmente altra, annichilita dallo strazio: e ascoltarla con rispetto significa accoglierne «la cognizione del dolore» e l’intelligenza emotiva.

Dunque, le parole di Elena Cecchettin («una sentenza pericolosa» e «un terribile precedente») sono da meditare perché espressione di una verità alla quale noi, che non siamo vittime, non siamo in grado di accedere. A noi spetta, piuttosto, considerare altre verità e altri linguaggi. E sotto questo profilo, la sentenza della Corte di assise di Venezia sul femminicidio di Giulia Cecchettin risulta giusta e assai importante. Intanto una premessa: Filippo Turetta è stato condannato al massimo della pena, l’ergastolo, con l’applicazione dell’aggravante della premeditazione e di quella della relazione affettiva già ricorrente tra autore di reato e vittima. Ciò rafforza l’idea che Turetta abbia agito in piena lucidità e con determinazione, non in preda a un raptus o per un’azione d’impeto. Ma a seguito di un processo mentale, per quanto possibile razionale: «Alla luce della efferatezza dell’azione, della risolutezza del gesto compiuto e degli abietti motivi di arcaica sopraffazione che tale gesto hanno generato: motivi vili e spregevoli, dettati da intolleranza per la libertà di autodeterminazione della giovane donna, di cui l’imputato non accettava l’autonomia delle anche più banali scelte di vita».

Ed è significativo che, nelle motivazioni della sentenza, si scriva: «È pacifico che le condotte di Turetta abbiano avuto carattere persecutorio e siano in astratto idonee a ingenerare nella vittima uno stato di ansia e di paura». E ancora più interessante è il fatto che la sentenza neghi risolutamente quegli alibi morali che si sarebbero potuti ravvisare in uno stato di disperazione dell’assassino (come ha argomentato l’avvocata Ilaria Boiano). Una sorta di attenuante emotiva che, partendo da uno stato di frustrazione, da un panico da abbandono e da una prostrazione sentimentale, interpreterebbe l’uccisione di Cecchettin come una — ancorché massimamente riprovevole — “prova d’amore”. Certo, una prova d’amore deforme e deviata, ma pur sempre espressione corrotta di un sentimento.

Le motivazioni della Corte spazzano via ogni lettura giustificatoria, indicando tra i moventi non il “perduto amore”, bensì l’im-potenza di Turetta e mettendo al centro della sua crisi la questione del possesso: il giovane uccide non per troppa sofferenza, ma perché non più capace di esercitare il potere proprietario sulla partner.

Tutto ciò, in quelle motivazioni, viene espresso attraverso una rigorosa argomentazione di natura giuridica senza il ricorso a una facile chiave morale o psicologica. E veniamo alle parole che hanno suscitato la reazione di Elena Cecchettin: i giudici hanno escluso, nell’infliggere la condanna, l’aggravante della crudeltà. Ma questo fa emergere un fondamentale problema di linguaggio. In altri termini, non tutta la ragione giuridica e la lingua del diritto sono traducibili nel vocabolario del discorso comune. La crudeltà sulla quale deve valutare la Corte non corrisponde all’interpretazione suggerita dal sentimento morale corrente. Turetta non avrebbe inflitto a Cecchettin sofferenze ulteriori finalizzate ad accrescere il dolore della vittima oltre a quelle destinate a determinarne la morte. E quindi non ricorrerebbe l’aggravante della crudeltà.

Non è una distinzione superflua, né una interpretazione cavillosa: è piuttosto la ricerca dell’esattezza nel definire i comportamenti criminali, valutarli sotto il profilo penale e sanzionarli adeguatamente. Tanto più all’interno di motivazioni così puntualmente argomentate. Insomma, è una lezione di diritto che non si lascia condizionare dalla volontà di blandire la pubblica opinione o di vellicarne le più oscure pulsioni.

Ciro Cascone, avvocato generale della Corte d’appello di Bologna, intervistato da Il Messaggero, ha sottolineato la necessità di una riflessione sul linguaggio della magistratura: non critica tuttavia le motivazioni della sentenza di Venezia, pur sottolineando come «le parole dei magistrati devono essere corrette e ponderate», ma ragiona sul linguaggio della legge in materia di violenza di genere ed evidenzia come siano stati fatti «passi da gigante sul tema».

Questi indubbi risultati positivi, che tali restano nonostante la complessiva immaturità della nostra organizzazione sociale verso il fenomeno del femminicidio, devono indurci a considerare con il massimo rispetto le differenti opinioni, muovendo dalla necessità di coltivare la capacità di distinguere e di prevedere verità diverse. Quelle della sofferenza e del cuore non sono in conflitto con le ragioni del diritto: parlano un’altra lingua, ma questo non produce necessariamente il caos. Può portare ricchezza a chi abbia orecchie per intendere.

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