L’intreccio tra fede e geopolitica
di Maurizio MolinariDonald Trump
Donald Trump è in arrivo a Roma per partecipare alle esequie di papa Francesco sovrapponendo fede e geopolitica, sullo sfondo della prova di forza in atto sull’Ucraina per far accettare a Volodymir Zelensky una pace che premia Mosca.
La fede è quella degli oltre 1,4 miliardi di cattolici e descrive il palcoscenico globale dal quale Trump vuole rilanciare il messaggio che il vice JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha consegnato a Bergoglio poco prima della sua morte: l’America è «una nazione sotto Dio» impegnata a riaffermare i valori tradizionali della Chiesa. Questo è il motivo per cui il 53 per cento dei cattolici americani ha votato per Trump alle presidenziali, rifiutando gli «eccessi della cultura woke» — secondo un’indagine del Wall Street Journal — su educazione, diritti di genere e immigrazione. E questo spiega perché l’evangelico Mike Huckabee si è insediato a Gerusalemme presso il governo di Israele definendosi «ambasciatore di Gesù Cristo». Ciò che accomuna il movimento…
Donald Trump è in arrivo a Roma per partecipare alle esequie di papa Francesco sovrapponendo fede e geopolitica, sullo sfondo della prova di forza in atto sull’Ucraina per far accettare a Volodymir Zelensky una pace che premia Mosca.
La fede è quella degli oltre 1,4 miliardi di cattolici e descrive il palcoscenico globale dal quale Trump vuole rilanciare il messaggio che il vice JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha consegnato a Bergoglio poco prima della sua morte: l’America è «una nazione sotto Dio» impegnata a riaffermare i valori tradizionali della Chiesa. Questo è il motivo per cui il 53 per cento dei cattolici americani ha votato per Trump alle presidenziali, rifiutando gli «eccessi della cultura woke» — secondo un’indagine del Wall Street Journal — su educazione, diritti di genere e immigrazione. E questo spiega perché l’evangelico Mike Huckabee si è insediato a Gerusalemme presso il governo di Israele definendosi «ambasciatore di Gesù Cristo». Ciò che accomuna il movimento di Trump, dai cattolici agli evangelici, è la volontà di «ribaltare l’America» sostituendo accoglienza dei clandestini, bagni per i trans nei luoghi pubblici e relativismo culturale con una riscoperta del legame fra patria, famiglia e fede. Sono valori che i “Make America Great Again” condividono con partiti e gruppi sovranisti europei — Italia compresa — assieme all’auspicio che il nuovo Pontefice possa esserne se non il protagonista almeno un valido interlocutore.
La scommessa di Trump è di ripetere quanto avvenne con Barack Obama nel 2013: se all’epoca l’elezione di Bergoglio testimoniò la sensibilità della Chiesa per i valori progressisti di cui era portatore il presidente afroamericano appena rieletto — dalla lotta alle diseguaglianze all’apertura al Sud del mondo — ora il nuovo Conclave può dimostrare attenzione per il rinascente conservatorismo che si impone da Washington a Berlino, da Buenos Aires a Varsavia. Ed il terreno che più conta per Trump è l’argomento che Vance ha affrontato con Bergoglio: i migranti. Ovvero passare, nel linguaggio di Trump, dalla «tolleranza verso l’illegalità all’integrazione di chi arriva legalmente». È questa convergenza fra popolo “Maga” e sovranisti europei che spiega perché la premier Meloni alla Casa Bianca ha indicato la possibilità di «Make West Great Again», ricostruire l’Occidente su principi che includono i valori tradizionali della Chiesa. Tutto ciò è destinato ad essere descritto da foto e messaggi di Trump a Piazza San Pietro, nel momento delle esequie, grazie all’uso strategico dei social network che ha distinto i primi cento giorni dell’amministrazione, dimostrando quanto il presidente Usa creda nel metodo di comunicazione di Elon Musk. D’altra parte, la situazione che Trump predilige è l’imprevedibilità e la scomparsa di Bergoglio lo pone all’improvviso davanti all’opportunità di imporsi sulla scena della fede globale.
Ma non è tutto perché c’è anche la geopolitica: sul parterre di San Pietro la vicinanza fisica con i leader europei, da Ursula von der Leyen a Emmanuel Macron, crea le premesse per incontri romani — fortuiti o meno — capaci di gettare un ponte fra Trump e quegli alleati verso i quali non cela dubbi, sospetti, se non autentico disprezzo. Ma se ai funerali di Giovanni Paolo II nel 2005, il presidente israeliano Katzav strinse la mano al nemico siriano Assad e scambiò perfino qualche battuta con l’iraniano Khatami non si può escludere che Trump riesca a rompere il ghiaccio con la presidente della commissione Ue contro la quale ha scatenato la guerra dei dazi. Oppure possa condividere un momento di dialogo con il presidente ucraino Zelensky, a dispetto del duro scontro innescato dalla presentazione ieri di un piano americano per la fine della guerra che guarda a Mosca. L’assenza del capo del Cremlino, Vladimir Putin, favorisce le interazioni fra alleati, veri o ex, accomunati dalla necessità di trovare compromessi sulle emergenze che incombono: una tregua commerciale per tranquillizzare i mercati e fare quadrato sulla Cina; superare le divergenze su Ucraina e Medio Oriente per far terminare i «conflitti infiniti» senza favorire le autocrazie di Mosca e Teheran.
Insomma, che si tratti di fede, commercio o sicurezza le esequie di Francesco sono destinate a trasformarsi nel crocevia del mondo in trasformazione. Nel segno del metodo che domina ovunque in questo momento della Storia: l’imprevedibilità.