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Il fattore Germania

Berlino, 28 aprile: Friedrich Merz (afp)

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Il nuovo governo tedesco è destinato a cambiare molte cose. Innanzitutto a Berlino. Ma ancor più in Europa e in politica estera. È qui che la leadership di Merz va osservata da vicino
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Il nuovo governo tedesco che il 6 maggio avrà la fiducia del Bundestag è destinato a cambiare molte cose. Innanzitutto in Germania, dove con un massiccio piano di investimenti pubblici da 100 miliardi l’anno il governo cercherà di rilanciare le sorti di un modello economico in profonda crisi. Ma ancor più in Europa e in politica estera.

È qui che, in tempi di tumultuosi cambiamenti, la leadership del cancelliere Merz va osservata da vicino perché potrebbe esercitare un ruolo chiave, magari in sintonia con Ursula von der Leyen.

L’accordo di governo tra Cdu-Csu e Spd non può più definirsi una Grosse Koalition: un tempo quei partiti rappresentavano i due terzi del Parlamento, oggi sono riusciti a fare una maggioranza per un soffio. Ma sono partiti a razzo, modificando il freno “costituzionale” al debito, addirittura con i due terzi del Parlamento della precedente legislatura, riunito nella sua ultima seduta.

L’intesa sul programma è stata poi raggiunta piuttosto rapidamente. L’Spd, in…

Il nuovo governo tedesco che il 6 maggio avrà la fiducia del Bundestag è destinato a cambiare molte cose. Innanzitutto in Germania, dove con un massiccio piano di investimenti pubblici da 100 miliardi l’anno il governo cercherà di rilanciare le sorti di un modello economico in profonda crisi. Ma ancor più in Europa e in politica estera.

È qui che, in tempi di tumultuosi cambiamenti, la leadership del cancelliere Merz va osservata da vicino perché potrebbe esercitare un ruolo chiave, magari in sintonia con Ursula von der Leyen.

L’accordo di governo tra Cdu-Csu e Spd non può più definirsi una Grosse Koalition: un tempo quei partiti rappresentavano i due terzi del Parlamento, oggi sono riusciti a fare una maggioranza per un soffio. Ma sono partiti a razzo, modificando il freno “costituzionale” al debito, addirittura con i due terzi del Parlamento della precedente legislatura, riunito nella sua ultima seduta.

L’intesa sul programma è stata poi raggiunta piuttosto rapidamente. L’Spd, indebolita dal modesto risultato elettorale, ha accettato una linea dura sull’immigrazione, ottenendo in cambio solide posizioni ministeriali e, in prospettiva, l’incremento del salario minimo fino a 15 euro. Sullo sfondo, dopo una improvvida apertura di Merz in campagna elettorale, c’è l’impegno comune ad arginare l’Afd, una destra estremista secondo la definizione ormai ufficiale dell’intelligence tedesca.

La capacità di mettere un argine all’Afd andrà dimostrata nei fatti, ma la svolta di una Germania che investe su infrastrutture, difesa, innovazione e transizione verde non è comunque trascurabile e avrà un impatto europeo.

Sarebbe tuttavia un errore attendersi risultati immediati. La congiuntura tedesca resta infatti tutt’altro che favorevole, con previsioni di crescita zero per quest’anno. E i problemi maturati nell’ultimo ventennio e diventati evidenti dopo il Covid non spariranno in pochi mesi.

L’economia è resa vulnerabile dalla rinuncia forzata al gas russo a buon mercato, dal rallentamento della globalizzazione che indebolisce un sistema tutto orientato verso l’export. E più in generale da un’industria che, per quanto solida ed eccellente, resta ancorata a un’idea di competitività del secolo scorso, mentre innovazione tecnologica e servizi finanziari non sono certo all’avanguardia, neppure per gli standard europei.

Non mi aspetto dunque nuovi miracoli tedeschi, mi aspetto piuttosto un forte ruolo europeo. Subito dopo la vittoria elettorale Friedrich Merz, atlantista convinto in un Paese che nel corso dei decenni aveva nutrito molte illusioni sulla Russia, si è schierato dalla parte dell’Ucraina e ha detto chiaro e tondo che mira a «rafforzare l’Europa al più presto così da acquisire una reale indipendenza dagli Usa».

Ora il nuovo governo tedesco vede la luce subito dopo la conclusione dei primi 100 giorni dell’amministrazione Trump, 100 giorni che hanno consumato 80 anni di fiducia transatlantica e fatto scendere una nube di incertezza sull’economia mondiale, peggiorando tutte le previsioni, specie quelle relative agli stessi Stati Uniti.

L’Unione europea ha risposto all’ondata di annunci e di decisioni della Casa Bianca muovendosi finora nella direzione giusta, con fermezza, responsabilità e unità. Ma non certo con la velocità necessaria. Ora, con l’insediamento del nuovo governo tedesco, si creano forse le condizioni per accelerare.

Questa accelerazione non può essere solo tedesca. E ci sono tutte le condizioni perché il nuovo governo e il suo leader Merz ne siano consapevoli. Vale per il negoziato sui dazi commerciali con Trump, che deve essere guidato dalla Commissione.

Vale in modo particolare e fortemente simbolico sugli ulteriori fondi comuni per la difesa che sono necessari dopo il primo passo del fondo Safe. Vale in generale per il rafforzamento dell’euro e del suo ruolo di safe asset, di recente evocato anche dal presidente della Bundesbank. Insomma una Germania più forte è nell’interesse di tutti, a condizione che si muova in chiave europea.

Mi aspetto nelle prossime settimane un rilancio del binomio franco-tedesco, dopo un periodo di raffreddamento. A Merz e Macron, che hanno in comune la necessità di fronteggiare la sfida della destra di Afd e Le Pen, non è certo sfuggita la domanda di fermezza nella difesa dei valori delle democrazie liberali e del multilateralismo che ha portato ai successi elettorali di Carney e Albanese in Canada e in Australia.

In fondo, contro il nazionalismo sovranista, la contrapposizione a Trump si è rivelata più utile dell’inseguimento di linguaggi e obiettivi dell’estrema destra stessa.

Il rilancio della collaborazione tra Parigi e Berlino avrà probabilmente un occhio di riguardo verso la Polonia, anche attraverso il cosiddetto Triangolo di Weimar. A maggior ragione è auspicabile un ruolo attivo dell’Italia.

La natura stessa della coalizione al governo in Germania è una opportunità per spingere, maggioranza e opposizione con i rispettivi interlocutori, su obiettivi condivisi, a partire dal finanziamento dei beni comuni europei.

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