L’impazienza della fede, la coscienza della Chiesa davanti alla crisi di un mondo alla deriva, senza più una nozione comune del bene e del male, hanno accorciato il conclave eleggendo il primo papa nord-americano della storia al secondo giorno di votazioni, con il quarto scrutinio. Appena rivestito di bianco, ma con indosso la mozzetta rossa e la croce di ferro del 267° pontefice romano, Robert Francis Prevost è venuto avanti in un tramonto di maggio, affacciandosi col nome di Leone XIV alla loggia delle benedizioni tra i lampi dei cellulari protesi dalla piazza e l’occhio delle telecamere di tutto il mondo, a confermare la moderna universalità di un rito aperto dai simboli più antichi del Vaticano, la fumata bianca sul tetto e il suono delle campane tra gli applausi della folla.
Le mani giunte con l’anello piscatorio al dito, poi le braccia spalancate in un saluto ripetuto ma controllato, così come controllate sono state le prime parole del nuovo pontefice, che si era addirittura a…
L’impazienza della fede, la coscienza della Chiesa davanti alla crisi di un mondo alla deriva, senza più una nozione comune del bene e del male, hanno accorciato il conclave eleggendo il primo papa nord-americano della storia al secondo giorno di votazioni, con il quarto scrutinio. Appena rivestito di bianco, ma con indosso la mozzetta rossa e la croce di ferro del 267° pontefice romano, Robert Francis Prevost è venuto avanti in un tramonto di maggio, affacciandosi col nome di Leone XIV alla loggia delle benedizioni tra i lampi dei cellulari protesi dalla piazza e l’occhio delle telecamere di tutto il mondo, a confermare la moderna universalità di un rito aperto dai simboli più antichi del Vaticano, la fumata bianca sul tetto e il suono delle campane tra gli applausi della folla.
Le mani giunte con l’anello piscatorio al dito, poi le braccia spalancate in un saluto ripetuto ma controllato, così come controllate sono state le prime parole del nuovo pontefice, che si era addirittura annotato su un grande taccuino le frasi del breve discorso, per leggerle al microfono prima di proseguire brevemente a braccio, e finire con una preghiera d’invocazione alla Madonna. Non un programma, dunque, ma un’assunzione di responsabilità, da parte di un papa giovane (per le abitudini dell’istituzione) che con i suoi 69 anni può dover reggere il governo della Chiesa per una lunga fase, ma soprattutto per un periodo travagliato e difficile. E l’elemento che è sembrato unire la loggia e la piazza, ieri all’annuncio, è proprio questa consapevolezza dei tempi che viviamo e della difficoltà di governarli, nello smarrimento — per laici e credenti — del principio di bene comune.
L’emozione della folla dei fedeli alla fumata bianca è il segno di una preoccupazione generale che cerca ricovero e conforto, e trova rassicurazione nel rito che si compie uguale a se stesso, lasciando spazio sotto le formule canoniche alla novità della persona chiamata sulla cattedra di Pietro. L’interpretazione che il nuovo Papa ha dato della sua autorità spirituale che si affaccia al mondo è quella del pastore, che raccoglie l’eco di questo sentimento e lo risolve mettendo al centro della sua azione la pace. Questa è stata infatti la parola pronunciata per prima, e ripetuta più volte da Leone XIV presentando se stesso alla Chiesa e al mondo. La pace «annunciata da Cristo risorto agli apostoli», la pace «a tutta la terra», la pace «disarmata e disarmante», la pace implorata come una «grazia speciale» alla Madonna di Pompei.
Insieme, l’annuncio di una Chiesa aperta e sinodale, pronta ad abbracciare coloro che soffrono nel segno di Francesco, ma anche la certezza dei valori della fede e dell’annuncio cristiano, da testimoniare «senza paura», con un richiamo implicito a Giovanni Paolo II: «Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà». Una fiducia americana più che romana, uno spirito del fare, l’impegno a far fronte a un compito difficile nella scristianizzazione del mondo e nella divisione della Chiesa.
Vedremo ora alla prova dei fatti come la cultura e la natura di un Papa nato a Chicago incideranno sulla Curia romana. Il segno dell’America sul mondo è oggi controverso, per molti aspetti inquietante. Certo l’attenzione del cardinale Prevost ai temi sociali e la sua vicinanza a Francesco complicano fino all’impossibile il tentativo di “annessione” da parte di Donald Trump. Ma nello stesso tempo non c’è stato bisogno che lo Spirito Santo entrasse nella Cappella Sistina come alito, vento, nube, acqua o fuoco, secondo la tradizione, per scombinare tutti i calcoli della vigilia, le profezie e le alleanze: gli uomini riuniti in Conclave hanno avvertito un’emergenza, e hanno cercato una nuova energia spirituale e di governo fuori dalla vecchia Europa, ancorandola al Vangelo più che ai testi della diplomazia, curiale e di governo. Così dopo Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio è tramontata davvero l’epoca dei Papi italiani come tradizione, tentazione, obbligazione e potrà riemergere in futuro come semplice opportunità: ma prima dovremo leggere i segni che sulla Chiesa e sugli uomini lascerà il Papa d’America.