La politica estera del governo tiene banco sui nostri media, ma è lecito supporre che l’opinione pubblica non abbia le idee troppo chiare al riguardo. Più che un confronto di linee politiche, è uno scontro di “slogan” in cui problemi complessi vengono sminuzzati e usati come armi per la polemica quotidiana. Nel giro di pochi giorni, il ruolo dell’Italia è stato descritto come del tutto irrilevante e marginale (da Pd, 5S e renziani); ma poi, con un rapido salto della quaglia, quello stesso ruolo di Palazzo Chigi diventa centrale, anzi decisivo per riavviare il rapporto tra Europa e Stati Uniti (analisi di Fratelli d’Italia, condivisa senza slanci da Lega e Forza Italia).
Emarginata e buttata in un canto, quando Macron, Merz, Starmer e Tusk vanno in Ucraina senza di lei; oppure irrinunciabile punto di equilibrio euroatlantico, quando Giorgia Meloni convince Vance, il vice-Trump, a sedersi intorno a un tavolo con Ursula von der Leyen? Probabilmente, né l’una né l’altra ipotesi. Ci muov…
La politica estera del governo tiene banco sui nostri media, ma è lecito supporre che l’opinione pubblica non abbia le idee troppo chiare al riguardo. Più che un confronto di linee politiche, è uno scontro di “slogan” in cui problemi complessi vengono sminuzzati e usati come armi per la polemica quotidiana. Nel giro di pochi giorni, il ruolo dell’Italia è stato descritto come del tutto irrilevante e marginale (da Pd, 5S e renziani); ma poi, con un rapido salto della quaglia, quello stesso ruolo di Palazzo Chigi diventa centrale, anzi decisivo per riavviare il rapporto tra Europa e Stati Uniti (analisi di Fratelli d’Italia, condivisa senza slanci da Lega e Forza Italia).
Emarginata e buttata in un canto, quando Macron, Merz, Starmer e Tusk vanno in Ucraina senza di lei; oppure irrinunciabile punto di equilibrio euroatlantico, quando Giorgia Meloni convince Vance, il vice-Trump, a sedersi intorno a un tavolo con Ursula von der Leyen? Probabilmente, né l’una né l’altra ipotesi. Ci muoviamo in un terreno delicato, come sempre quando è in gioco la politica estera, il campo che negli anni maturi della Prima Repubblica aveva permesso di trovare alcune utili convergenze. Ora siamo tornati in alto mare. In realtà l’Italia di Meloni non è l’ultima della classe, ma nemmeno, è logico, è una sorta di demiurgo che scioglie i nodi e risolve i problemi. È una media potenza che gode di una certa considerazione in un quadro peraltro destabilizzato dalle guerre in corso, senza che nessuno dei leader che si ritengono tali, neanche Trump, sia in grado di dominare la scena.
In Europa Francia e Germania stanno tentando di ricostruire il vecchio asse privilegiato e da lì condizionare la politica dell’Unione. L’Italia del centrodestra non è pronta né disposta a integrarsi nel duopolio franco-tedesco e del resto forse non sarebbe la benvenuta. Per varie ragioni, compresa la relativa differenza degli interessi strategici e militari. Da un lato si è capito che negli ultimi anni gli interlocutori preferiti di Macron sono stati altri: da Draghi a Enrico Letta, da Gentiloni a Renzi. Dall’altro lato il tedesco Merz avrebbe un atteggiamento più conciliante, ma anch’egli deve misurarsi con l’estrema destra. Parigi e Berlino affrontano la questione in modi diversi, ma entrambe le capitali vedono il pericolo e temono che l’Italia non offra garanzie sufficienti. Le posizioni di Matteo Salvini, i suoi rapporti ostentati con i lepenisti in Francia e AfD in Germania creano imbarazzo sul piano generale.
Quanto alla premier Meloni, la sua antipatia — ricambiata — verso il presidente francese non è casuale: è figlia di una differente idea d’Europa e di un sistema di relazioni personali che non s’incrociano mai. La presidente del Consiglio peraltro insegue una prospettiva volta a ridefinire gli equilibri europei che non sembra realistica, almeno a breve scadenza. Il caso della Romania è emblematico. Il candidato della destra, Simion, che condivide con Fratelli d’Italia lo stesso gruppo nel Parlamento europeo, ma su una linea filo-Putin, è stato sconfitto dal candidato europeista. È un tassello significativo. La sua vittoria avrebbe rafforzato la voce dei nazionalisti. Invece, stando così le cose, si ripropone per l’Italia il tema di una scelta più netta in favore non tanto di Bruxelles, quanto di un’Europa saldamente ancorata allo scenario atlantico, senza tentazioni di civettare con personaggi di altri mondi.
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Si tratta a ben vedere della linea che Giorgia Meloni ha sempre seguito con coerenza, sia con Biden sia ora con Trump e Vance. Trump non è Biden, ma l’idea italiana è che alla fine dovrà affrontare Putin senza fargli sconti. A maggior ragione a Roma si devono evitare certi errori, come il rapporto con il romeno per il desiderio di non perdere vecchi sodalizi con figure che oltretutto si rivelano perdenti.