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Il pregiudizio falso e quello vero

Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, i due funzionari uccisi a Washington 

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Assistiamo a fenomeni che non sono ormai troppo lontani dalla caccia all’ebreo. E questa cosa ha un nome preciso
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Criticare le azioni criminali perpetrate a Gaza da Benjamin Netanyahu e dal suo governo di fondamentalisti non è antisemitismo. Significa giudicare il premier israeliano per quel che dice e quel che fa. Proprio come battezzare Putin un tiranno sanguinario non significa essere antirussi, né si rende antiamericano chi disprezza il trumpismo e le sue oscenità. Ciò che Israele sta infliggendo alla popolazione civile palestinese è un orrore disumano. Non c’è giustificazione possibile. Il massacro del 7 ottobre ha messo Israele, non per la prima volta nella storia, in condizione di dover reagire. Tuttavia, come ha detto David Grossman nella bella intervista rilasciata ieri a Repubblica, non c’è più alcun legame tra la necessaria risposta ai tagliagole e stupratori di Hamas e la ritorsione in atto nella Striscia. La legittima risposta al terrorismo non può essere la pulizia etnica. Anche per questo va respinta la tesi di Netanyahu, secondo il quale ad armare la mano dell’assassino che ha ucc…

Criticare le azioni criminali perpetrate a Gaza da Benjamin Netanyahu e dal suo governo di fondamentalisti non è antisemitismo. Significa giudicare il premier israeliano per quel che dice e quel che fa. Proprio come battezzare Putin un tiranno sanguinario non significa essere antirussi, né si rende antiamericano chi disprezza il trumpismo e le sue oscenità. Ciò che Israele sta infliggendo alla popolazione civile palestinese è un orrore disumano. Non c’è giustificazione possibile. Il massacro del 7 ottobre ha messo Israele, non per la prima volta nella storia, in condizione di dover reagire. Tuttavia, come ha detto David Grossman nella bella intervista rilasciata ieri a Repubblica, non c’è più alcun legame tra la necessaria risposta ai tagliagole e stupratori di Hamas e la ritorsione in atto nella Striscia. La legittima risposta al terrorismo non può essere la pulizia etnica. Anche per questo va respinta la tesi di Netanyahu, secondo il quale ad armare la mano dell’assassino che ha ucciso a Washington una coppia di impiegati dell’ambasciata israeliana è stata la voce di quei governi che condannano Tel Aviv e chiedono di fermare il massacro di Gaza. Quella voce è necessaria, e anzi in alcuni casi fin troppo timida. Resta che due persone sono state uccise solo perché ebree, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza da Gaza, e una riflessione onesta sull’antisemitismo non può fermarsi qui.

Criticare Netanyahu, abbiamo detto, non è antisemitismo. L’omicidio di Washington, invece, cos’è? Riempire di insulti Liliana Segre, che ormai non può prendere parola senza che centinaia di dementi le diano della nazista, cos’è? Setacciare l’agenda per scoprire dove parla un ebreo e mobilitarsi per impedirgli di intervenire, cos’è? Chiedere al cliente israeliano di un ristorante di prendere posizione su Gaza come condizione per servirgli la pasta, cos’è? È antisemitismo. Risposta facile ma, purtroppo, non abbastanza condivisa. Preoccupa un fatto più di tutti: chi a buona ragione contesta l’uso strumentale e censorio dell’accusa di antisemitismo finisce spesso per negarne l’esistenza anche dove questo si manifesta, eccome. Al Salone del Libro di Torino, pochi giorni fa, un pugno di manifestanti si è palesato alla presentazione di un libro di un autore e ha lanciato l’orribile slogan “via i sionisti dal Salone”. A Milano un commerciante ha ritenuto di dover apporre un cartello all’ingresso del suo esercizio per spiegare che “israeliani e sionisti” non sono benvenuti. Era già successo una volta che cartelli vietassero l’accesso ai locali pubblici agli ebrei. Lo facevano i nazisti e i fascisti.

Ripetere l’esperienza nascondendosi dietro la bandiera palestinese non rende la pratica meno odiosa e razzista. Insistere a sostenere che si tratta solo di azioni motivate dall’operato di Israele è una mistificazione, in parte consapevole. Lo testimonia involontariamente l’uso sempre più frequente, in molte sortite antisemite, della parola “sionista” al posto di ebreo. Come se questa ipocrita sostituzione lessicale dovesse assolvere al compito di scacciare ombre di razzismo. Qui però non siamo alle ombre, siamo sotto una cappa solida di pregiudizio e odio. Il sionismo è il movimento politico nato alla fine dell’Ottocento con l’obiettivo di dare una patria agli ebrei. A parte l’ipocrisia lessicale, resterebbe da fare i conti con il senso politico dell’accusa, se le parole hanno ancora un senso: chi usa sionista come una lettera scarlatta sta di fatto sostenendo che Israele non dovrebbe esistere. Il che è in effetti ciò che pensano molti, sebbene non tutti abbiano il coraggio di ammetterlo pubblicamente o lo neghino persino dopo aver urlato nelle manifestazioni “Palestine will be free, from the river to the sea”, cioè dal fiume al mare.

Esattamente come il 7 ottobre non dà diritto allo sterminio dei palestinesi, allo stesso modo le azioni del governo israeliano non possono sdoganare la pratica dell’odio e della persecuzione. Le parole sono importanti. Ci agganciano alla realtà, la misurano, permettono di comprenderla anche quando ce ne restituiscono la durezza e il male che la pervade. Il loro svuotamento di senso, o la loro torsione illogica, è sempre un brutto segno e forse mai come in questa epoca il degrado della lingua è lo specchio della pessima salute del nostro dibattito pubblico. Assistiamo a fenomeni che non sono ormai troppo lontani dalla caccia all’ebreo. E questa cosa ha un nome: antisemitismo. Una pulsione millenaria delle nostre società, anche quando non si manifesta in superficie, ma che nel tempo che ci è dato di vivere è davanti a noi. Fingere di non vederlo non aiuta le nostre democrazie né la causa palestinese.

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