Gaza, la disumanità e il giudizio
di Ezio MauroA differenza della guerra in Ucraina, dove permane un barlume di politica e quindi di diplomazia, in Medio Oriente lo spartiacque passa ormai soltanto tra umanità e disumanità. Questo è il criterio estremo, anzi l’ultimo, con cui possiamo guardare ciò che accade a Gaza, e prendere posizione. Siamo infatti davanti al massacro di una popolazione civile, insistito, programmato, strategico, che proprio per questo chiede di essere giudicato in sé, per ciò che significa, per la sua portata e per le sue conseguenze: qualcosa che rimarrà nella storia e nella memoria delle persone e dei popoli.
Anche l’assalto terroristico del 7 ottobre ai civili ebrei da parte di Hamas, con la sua furia assassina e il bottino umano di prigionieri, ha rappresentato un salto nel nostro tempo, perché lo abbiamo vissuto come la riemersione selvaggia del pogrom che dal passato buio dell’Europa tornava a insanguinare la contemporaneità.
Questo vuol dire che i due eventi sono per sempre legati insieme, con un…
A differenza della guerra in Ucraina, dove permane un barlume di politica e quindi di diplomazia, in Medio Oriente lo spartiacque passa ormai soltanto tra umanità e disumanità. Questo è il criterio estremo, anzi l’ultimo, con cui possiamo guardare ciò che accade a Gaza, e prendere posizione. Siamo infatti davanti al massacro di una popolazione civile, insistito, programmato, strategico, che proprio per questo chiede di essere giudicato in sé, per ciò che significa, per la sua portata e per le sue conseguenze: qualcosa che rimarrà nella storia e nella memoria delle persone e dei popoli.
Anche l’assalto terroristico del 7 ottobre ai civili ebrei da parte di Hamas, con la sua furia assassina e il bottino umano di prigionieri, ha rappresentato un salto nel nostro tempo, perché lo abbiamo vissuto come la riemersione selvaggia del pogrom che dal passato buio dell’Europa tornava a insanguinare la contemporaneità.
Questo vuol dire che i due eventi sono per sempre legati insieme, con un rapporto di causa e effetto: non dobbiamo dimenticarlo, per non ingannare la storia e la verità. Ma dobbiamo avere la forza di dare un giudizio distinto per ognuno, per evitare calcoli di compensazione e recuperare invece la nitidezza delle responsabilità.
Siamo infatti oltre il limite in cui il Medio Oriente ha vissuto i suoi conflitti: perché siamo arrivati a un punto in cui tutti i criteri politici di giudizio sono saltati, travolti dalla dimensione tragica di quel che sta accadendo. Abbiamo pensato che quelle categorie tradizionali valessero anche per Israele e Palestina, ma non è così.
Il pogrom del 7 ottobre è fuori da questi confini: proprio perché concepito come massacro di massa di donne e uomini colpevoli soltanto di essere ebrei, conferma la strategia tipica di un’organizzazione terroristica che si è impadronita tragicamente della rappresentanza di un popolo, lo usa come ostaggio nel conflitto e fa dei suoi lutti e delle sue sofferenze il nutrimento della propria propaganda.
A Gaza con lo sterminio dei civili, affamati, messi in fuga e bombardati, siamo oltre le esperienze che abbiamo vissuto nel dopoguerra. Lo schema democratico ha provato a farsi valere anche qui, su questo terreno di conflitto, replicando le sue regole: Hamas ha attaccato, trucidato, stuprato, imprigionato, dunque Israele ha il diritto di difendersi. Ma essendo una democrazia, a differenza di Hamas, ha il dovere di farlo restando nei confini della proporzione, ponendosi un limite, cioè rimanendo se stessa, perché la democrazia obbliga terribilmente.
Ma mentre ripetevamo la formula democratica occidentale ci rendevamo conto che quel codice rituale non riusciva a governare e a disciplinare quanto stava accadendo, perché era superato e travolto dalla realtà che fuorusciva dal suo perimetro. Netanyahu non si pone limiti nella volontà di sradicare Hamas, perché ritiene che il proposito di distruggere lo Stato ebraico («Israele esisterà finché l’Islam non lo annienterà») non riconosca limitazioni né di tempo né di modalità, sia una sorta di assoluto.
Ma soprattutto, decimando e scacciando un popolo Netanyahu può distruggere il miraggio dei due Stati, che ha sempre avversato. Quindi autorizza se stesso ad andare oltre ogni proporzione, al di là della pietà e dell’umanità, assolutizzando il diritto di difesa, come se fosse sovraordinato e non legato ad altri principi e obblighi.
C’è un punto, ci dev’essere per forza, in cui l’esercizio della difesa passa di segno e diventa un’altra cosa: pura offesa, volontà di massacro, con la morte inseguita e procurata come strumento di sgombero di un territorio e sradicamento di un popolo.
A Gaza quel punto è superato: dovunque sia fissato, siamo oltre. Quando la guerra passa dagli eserciti al popolo lo trasforma in bersaglio, entra nelle case, nelle scuole, negli ospedali, con i bombardamenti uccide persone inermi, vecchi, bambini, superando ogni discrimine e trasformandosi in furia cieca: che trova spiegazione soltanto in se stessa, perché ha superato la soglia dell’orrore.
Quando il blocco del pane diventa un’arma, consegna a chi lo usa un potere feroce, dosando la quantità di sopravvivenza degli esseri umani trattati come prigionieri alla mercé di una potestà incontrollata, regolando la quota della loro disperazione, calpestando ciò che resta della loro dignità, spogliata dall’inermità.
Ma proprio l’esercizio di questa sproporzione, la strategia dell’eccesso, l’abuso primordiale della fame come strumento di dominio corrodono anche la dignità dei dominanti, spostano irrimediabilmente il parametro dell’equilibrio, della giustizia, del diritto: e infine dell’umanità.
Non si può tacere. Certo, tutto è complicato dal fatto che l’antisemitismo, oltre a contagiare sempre più l’Occidente (anche nella sua parte che si vuole progressista) sta trovando in questi crimini una nuova licenza di espressione, come se la tragedia lo autorizzasse a rimuovere l’interdetto storico e morale più pesante del Novecento, già eroso da questi primi decenni di un secolo immemore. È quel passaggio che Hannah Arendt denunciava, dal pregiudizio antiebraico all’ideologia: e potremmo aggiungere, dalle responsabilità del governo alle accuse al popolo.
Ripetiamo quel che scrivevamo mesi fa: il diritto-dovere di condannare la dismisura bellica del governo di Netanyahu, e di chiedere la fine dei bombardamenti e del blocco agli aiuti nella Striscia di Gaza, deve trovare spazio nel discernimento di ogni cittadino democratico insieme al diritto di Israele alla sicurezza, a partire dal rilascio dei prigionieri rapiti da Hamas, facendoci sentire corresponsabili del suo diritto alla sopravvivenza.
Questo doppio impegno oggi può sembrare squilibrato davanti alle immagini che arrivano da Gaza: ma proprio qui sta la maledizione che ci viene da quella terra, dove non c’è un diritto che possa essere affermato senza che dall’altra parte i torti lo assalgano ammutolendolo.