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La doppia crisi di Trump

Un attacco dall'Iran su Israele (reuters)

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Due cerchi concentrici disegnano il perimetro di crisi al centro del quale si muove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il primo, ampio, è lo scenario della nuova guerra mediorientale dopo l’attacco di Israele ai siti nucleari dell’Iran, la decapitazione dei suoi vertici militari e la rappresaglia di Teheran coi missili lanciati su Tel Aviv e Gerusalemme: un incendio in un’area esplosiva del mondo, col rischio di innescare il contagio di un conflitto davvero mondiale, mentre la tragedia di Gaza non trova soluzioni e i combattimenti tra Russia e Ucraina continuano, dopo che il Cremlino ha mandato a vuoto ogni piano di negoziato. Il secondo cerchio è la linea di scontro tra la Casa Bianca e lo stato di California sull’uso delle forze armate — e sul loro comando — di fronte alle manifestazioni di protesta per le retate di migranti “irregolari” da parte della “Immigration and customs enforcement”, la sigla — Ice — contro cui si indirizza la ribellione popolare, estesa ormai a du…

Due cerchi concentrici disegnano il perimetro di crisi al centro del quale si muove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il primo, ampio, è lo scenario della nuova guerra mediorientale dopo l’attacco di Israele ai siti nucleari dell’Iran, la decapitazione dei suoi vertici militari e la rappresaglia di Teheran coi missili lanciati su Tel Aviv e Gerusalemme: un incendio in un’area esplosiva del mondo, col rischio di innescare il contagio di un conflitto davvero mondiale, mentre la tragedia di Gaza non trova soluzioni e i combattimenti tra Russia e Ucraina continuano, dopo che il Cremlino ha mandato a vuoto ogni piano di negoziato. Il secondo cerchio è la linea di scontro tra la Casa Bianca e lo stato di California sull’uso delle forze armate — e sul loro comando — di fronte alle manifestazioni di protesta per le retate di migranti “irregolari” da parte della “Immigration and customs enforcement”, la sigla — Ice — contro cui si indirizza la ribellione popolare, estesa ormai a duemila città. Da un lato l’incubo epocale del nucleare, su cui sta ormai saltando l’interdetto che aveva governato le opposte paure nei decenni della guerra fredda, garantendo la coesistenza pacifica tra regimi diversi. Dall’altro lato l’ossessione quotidiana per l’ondata migratoria, che parla alle fasce più deboli della popolazione e si trasforma nella vera arma ideologica in mano ai leader della destra sovranista, la leva potente della loro mutazione neo-autoritaria. Quasi a chiudere il doppio cerchio della crisi, la parata militare che ieri ha portato centinaia di soldati a sfilare per le strade di Washington per celebrare insieme i 250 anni dalla fondazione dell’esercito degli Stati Uniti, e il settantanovesimo compleanno di Trump: in una sovrapposizione simbolica di anniversari pubblici e privati che in mezzo alla protesta del movimento “No Kings” sembra un messaggio metapolitico di riappropriazione delle città e di controllo del Paese, a partire dalla sua capitale.

In realtà questo è il clima indispensabile al populismo reazionario per portare avanti il suo progetto politico: una continua sollecitazione dell’opinione pubblica, incalzata da paure concrete e artificiali, minacciata da fantasmi sociali, dispersa nella solitudine repubblicana del cittadino misconosciuto, che si sente scartato. In questo mondo di realtà aumentata la politica non è più un fattore di emancipazione dalle paure, quindi un veicolo di libertà. L’antipolitica al contrario va a cercare proprio nel sentimento di esclusione l’incandescenza della rabbia contro le élite e della protesta contro la classe dirigente, trasformandole in moderna ideologia. Nel racconto dominante una minaccia sospesa grava sul cittadino indifeso: che naturalmente è spinto a cercare protezione più che libertà, sicurezza invece che diritti. Qui si compie il nuovo riconoscimento tra l’individuo e il populismo neo-autoritario, un’intesa basata sull’istinto e sulla promessa di vendetta, sulla ribellione permanente e infine sul risarcimento politico.

Ma in realtà c’è qualcosa di più: immerso in questo clima sociale e in questo paesaggio politico il cittadino (ormai estraneo alla mediazione culturale dei partiti) introietta il codice dell’emergenza e lo accetta come regola quotidiana, senza accorgersi che si sta sintonizzando su una lunghezza d’onda politica estrema, dove tutto è dilatato, il vocabolario è maiuscolo, il linguaggio eccessivo, la leadership eroica, le soluzioni spettacolari: mentre nella realtà tutto entra in tensione nello stesso momento, come nei periodi di decadenza, quando si corre verso il caos, come se fosse il soggetto che può generare il nuovo mondo. Se la minaccia è sconosciuta, si finisce per cercare rifugio in una difesa d’eccezione, perché tutti i meccanismi tradizionali di salvaguardia arrugginiscono rispetto alla folgore del populismo reazionario, che vive per “andare oltre”.

In nome dell’emergenza, così, il governo chiede, organizza e gestisce una quota anomala di potestà, come se la crisi lo investisse di un mandato straordinario. Può federalizzare la Guardia Nazionale senza il consenso del governatore, estremizzando il pericolo della ribellione “No Kings”, alterando le proporzioni e sottraendo potere agli Stati con l’introduzione di logiche militari nella gestione civile, fino ad alterare l’equilibrio tra i poteri federali e statali. È una partita doppia, in cui noi finiamo per essere complici della tentazione governativa di incassare quote supplementari di potere, oltre a quelle che hanno regolato il sistema fin qui. Perché davanti alla crisi la leadership decreta l’emergenza, e il suo potere supremo di dare un nome ai fenomeni trasporta la società nel clima estremo di una situazione straordinaria. In più si aggiunge una domanda popolare di urgenza assoluta e di autorità immediata, che è un lasciapassare all’eccezione, un’autorizzazione a vivere e regnare in deroga. Restano le Costituzioni: sono l’ultimo scoglio, diventeranno il primo scontro.

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