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L’irrilevanza dell’Europa

(agf)

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La strada per restituire all’Europa una voce che sia ascoltata sarà lunga non passerà necessariamente dalle procedure farraginose delle istituzioni Ue
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C’è qualcosa di molto sinistro se la guerra e la politica internazionale finiscono per assomigliare alla parodia di un quiz televisivo, una specie di “Affari tuoi” dove i leader del mondo sono chiamati a indovinare la risposta giusta senza avere il minimo indizio per capire quale sia. Al ritorno dal G7 in Canada, dopo ore di colloqui e di bilaterali con Trump, i capi di governo europei sono tornati a casa ognuno con una convinzione diversa su quali fossero le intenzioni della prima potenza mondiale in merito al conflitto tra Israele e Iran. Il francese Macron certo che gli Usa cercassero la via di una nuova mediazione. Il britannico Starmer incline a credere in uno sforzo americano per la de-escalation. Il tedesco Merz, invece, preoccupato (ma non troppo) di un imminente coinvolgimento di Washington nella guerra. Solo Giorgia Meloni, di fronte al precipitare della crisi, ha fatto una lunga digressione sulla “centralità dell’Italia” al G7, ma tanto ormai non la ascolta nessuno.

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C’è qualcosa di molto sinistro se la guerra e la politica internazionale finiscono per assomigliare alla parodia di un quiz televisivo, una specie di “Affari tuoi” dove i leader del mondo sono chiamati a indovinare la risposta giusta senza avere il minimo indizio per capire quale sia. Al ritorno dal G7 in Canada, dopo ore di colloqui e di bilaterali con Trump, i capi di governo europei sono tornati a casa ognuno con una convinzione diversa su quali fossero le intenzioni della prima potenza mondiale in merito al conflitto tra Israele e Iran. Il francese Macron certo che gli Usa cercassero la via di una nuova mediazione. Il britannico Starmer incline a credere in uno sforzo americano per la de-escalation. Il tedesco Merz, invece, preoccupato (ma non troppo) di un imminente coinvolgimento di Washington nella guerra. Solo Giorgia Meloni, di fronte al precipitare della crisi, ha fatto una lunga digressione sulla “centralità dell’Italia” al G7, ma tanto ormai non la ascolta nessuno.

Questa volta, forse, e fino alla prossima piroetta di Trump, è stato Merz ad azzeccare la risposta giusta. Che però agli europei non piace per niente. E infatti, mentre a Berlino il cancelliere veniva criticato per non aver preso le distanze dal presidente americano, a Bruxelles si è cercato di correre ai ripari mettendo in guardia contro la tentazione di abbattere il regime iraniano dall’esterno, a colpi di bombe sganciate sulla popolazione civile. Per giungere a questa conclusione e ricompattare una posizione comune, l’alto rappresentante per la politica estera europea, Kaja Kallas, si è consultata con il gruppo soprannominato E3 e composto da Francia, Germania e Gran Bretagna. Roma, evidentemente, non ne fa parte, nonostante la “centralità dell’Italia” meloniana.

Il problema è che un G7 così fallimentare non distrugge l’Occidente: lo ridicolizza, che è anche peggio. Forse è proprio questo l’obiettivo di Trump. Sicuramente lo è di Putin. Gli europei ne sono usciti con le ossa rotte. Umiliati e ridotti a fare da cortigiani-spettatori delle bizzarrie di un sovrano narcisista e imprevedibile, che ha lasciato anticipatamente la festa per non incontrare Zelensky e non mandare aiuti all’Ucraina. Proprio come Putin avrebbe desiderato.

Certo, tra i vari governi della Ue esistono sensibilità diverse riguardo a Israele e alle guerre che ha scatenato. Lo ha riconosciuto apertamente la stessa Kaja Kallas di fronte al Parlamento europeo. Cercare di ricomporre una posizione unitaria e coerente, ricompattando Londra, Parigi e Berlino almeno sulla crisi iraniana non è stato facile. Ma la cosa più grave è che, visto al di fuori dei palazzi di vetro di Bruxelles e delle altre capitali Ue, è stato anche del tutto inutile. Se gli strumenti militari e diplomatici a disposizione dell’Ue sono quelli attuali, della posizione europea sulle varie crisi mediorientali non importa nulla a nessuno. Trump, Netanyahu, Khamenei, Putin capiscono solo il linguaggio della forza. Un idioma di cui l’Europa, che si ostina a parlare di “valori” e di “diritto internazionale”, non conosce né la grammatica né la sintassi.

L’unica nota positiva, in questo panorama desolante, è che dopo la mortificante esperienza del G7 canadese gli europei, a parte Giorgia Meloni, sembrano finalmente aver imparato la lezione. Il fatto che Bruxelles si sia consultata con le tre capitali che contano, nonostante Londra non faccia neppure parte della Ue, per prendere le distanze dagli Stati Uniti prima ancora che da Israele, lascia intendere che le residue illusioni su Trump stanno cadendo una dopo l’altra. Il presidente americano, ancora una volta, non si è comportato né come un amico né come un alleato dell’Europa. Si è rivelato più vicino a Mosca che a Bruxelles cercando perfino di ritagliare per Putin un ruolo di mediatore nella crisi iraniana, ignorando le invocazioni di aiuto dell’Ucraina sempre più sotto attacco, rimpiangendo l’assenza della Russia dal tavolo che avrebbe dovuto sanzionarla.

I partecipanti al G7, con la rimarcabile eccezione di Meloni, ne hanno preso atto. Si spera che al prossimo, imminente vertice della Nato non si faranno cogliere nuovamente impreparati, né si lasceranno bistrattare per compiacere l’ego smisurato del presidente americano. La strada per restituire all’Europa una voce che sia ascoltata, in un mondo che sa parlare solo con la forza, sarà lunga e non passerà necessariamente dalle procedure farraginose delle istituzioni Ue. Ma, come insegna Virgilio, i grandi viaggi iniziano spesso da grandi sconfitte.

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