✕

Chi nega la dignità della vita

Beppino Englaro 

Ascolta l'audio

Il disegno di legge governativo sarebbe oggetto in questi giorni di una intensa trattativa con la Santa Sede affinché la normativa non risulti in contraddizione con la dottrina cattolica
3 minuti di lettura

La voce di Beppino Englaro è quella di sempre: e, se dovessi definirla con un solo aggettivo, direi disadorna. È la voce più asciutta e scabra che mi sia mai capitato di sentire: priva di qualunque retorica e ridotta all’essenzialità di parole usurate dalla sofferenza. Una voce che, come ha fatto ieri, ci parla della “nuda vita”, raccontandoci del “privilegio di avere avuto una figlia purosangue della libertà” che “non avrebbe mai accettato che altri potessero disporre della sua vita”.

Ciò mentre si apprende che nella seconda metà di luglio verrà presentato un disegno di legge del governo in materia di fine vita. A questo punto l’idea più semplice, e allo stesso tempo più sacrosanta, sarebbe proprio quella di ripartire da lì, da quanto esprime “la cognizione del dolore” di un padre che ha accompagnato per diciassette anni l’esaurirsi del corpo della propria figlia.

Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, ha detto: “Noi speriamo veramente che qualunque soluzione sia a salvaguar…

La voce di Beppino Englaro è quella di sempre: e, se dovessi definirla con un solo aggettivo, direi disadorna. È la voce più asciutta e scabra che mi sia mai capitato di sentire: priva di qualunque retorica e ridotta all’essenzialità di parole usurate dalla sofferenza. Una voce che, come ha fatto ieri, ci parla della “nuda vita”, raccontandoci del “privilegio di avere avuto una figlia purosangue della libertà” che “non avrebbe mai accettato che altri potessero disporre della sua vita”.

Ciò mentre si apprende che nella seconda metà di luglio verrà presentato un disegno di legge del governo in materia di fine vita. A questo punto l’idea più semplice, e allo stesso tempo più sacrosanta, sarebbe proprio quella di ripartire da lì, da quanto esprime “la cognizione del dolore” di un padre che ha accompagnato per diciassette anni l’esaurirsi del corpo della propria figlia.

Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, ha detto: “Noi speriamo veramente che qualunque soluzione sia a salvaguardia della dignità umana”. Se posso permettermi, lo spero anche io, pur sapendo che il nodo cruciale riguarda il significato che gli individui, le comunità e le culture attribuiscono alla categoria di dignità. Se è vero, infatti, che “una vita degna di essere vissuta” non va misurata con gli aridi parametri del consumismo salutista e della competitività economicistica – e questo l’ha insegnato proprio la pastorale della Chiesa –, è altrettanto vero che la dignità umana va tutelata dal degrado cui può sottoporla la decadenza del corpo e dello spirito. Ed è proprio allora, quando l’esistenza perde qualsiasi capacità di relazione e si logora il senso ultimo della vita, che si impone il dilemma tragico del congedo da questo mondo.

È il dolore, quello non sedabile, che fa precipitare corpo e anima nell’insensatezza. Ed è qui, ancora, che l’approssimarsi delle “cose ultime” (Romano Guardini) non offre più scampo: e la scelta è quella tra il separarsi dalla propria rovina per non esserne travolti e l’attendere che la sofferenza ottunda e annichilisca ciò che un tempo era vita.

Il disegno di legge governativo sarebbe oggetto in questi giorni di una intensa trattativa con la Santa Sede affinché la normativa non risulti in contraddizione con la dottrina cattolica. Ovviamente non è in discussione l’opportunità di consultarsi con un soggetto – la Chiesa, appunto – che svolge un ruolo così importante nella formazione delle coscienze e dei comportamenti morali. Ma il rischio è che ciò porti a ignorare due requisiti fondamentali di ogni buona legge. Il primo è il rispetto dei sentimenti collettivi. Abbiamo qualche dato: un sondaggio periodico, condotto su base scientifica, ci dice che tra gli abitanti del Nord Est quanti vorrebbero una legge sulla eutanasia rappresentano l’81 per cento della popolazione. E sull’intero territorio nazionale si manifestano tendenze analoghe.

Il secondo requisito è il rispetto della Costituzione. La sentenza della Consulta 242/2019 è limpida: è ammesso l’accesso al suicidio medicalmente assistito in presenza di quattro condizioni: irreversibilità della patologia; sofferenze fisiche o psicologiche non lenibili; capacità di esprimere un consenso libero e consapevole; dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Successive sentenze hanno ampliato le condizioni in cui ricorrerebbe la dipendenza da tali sostegni.

È del tutto evidente che da questa linea di diritto non è possibile, e tantomeno ragionevole, recedere. Nessun compromesso, al fine di ottenere l’approvazione delle gerarchie ecclesiastiche, può stravolgere il significato così inequivocabile di quella sentenza della Corte costituzionale.

Eppure, è proprio questo che sembra si stia apparecchiando. Non a caso quanti si dichiarano interessati a una legge “con il consenso di tutti” insistono costantemente sul ruolo fondamentale da assegnare alle cure palliative. Qui il gioco sembra farsi assai poco commendevole. In Italia, le cure palliative sono disponibili e ben regolamentate dal 2010, e hanno in tutta evidenza una funzione essenziale nelle strategie terapeutiche. Ma non risolvono la questione.

Esiste una dimensione del dolore che sfugge all’opera di mitigazione degli analgesici. Dunque, una nuova legge che si limitasse a valorizzare e, si spera, a estendere il ricorso alle cure palliative sarebbe drammaticamente inadeguata: e costituirebbe un compromesso davvero al ribasso. D’altra parte la pastorale e anche la dottrina del Cattolicesimo hanno fatto importanti passi avanti. L’accettazione della sedazione profonda, che pure può produrre sofferenze, significa non solo il rifiuto dell’accanimento terapeutico, ma può comportare anche la sospensione delle cure e l’accompagnamento alla morte e la sua accelerazione. E questo vale anche per l’interruzione di nutrizione e idratazione artificiali che la pastorale sembra non rifiutare più come una volta.

Dunque, a contrastare una legge equa sul fine vita sembra essere soprattutto la destra italiana: perché affezionata a una idea autoritaria dello Stato e alla sua facoltà di intervenire nella sfera più intima dei cittadini; e perché ostile all’autodeterminazione della persona, che è principio fondamentale di ogni legge saggia. Non solo: nella gravissima sottovalutazione di cosa sia il dolore del paziente terminale emergono il disprezzo di ciò che è più profondamente umano e la natura sostanzialmente irreligiosa dei fautori dello Stato etico.

Leggi i commenti