Un «sigillo di sangue abbiamo posto sul fascismo perché ogni ponte fosse rotto ed impossibile ogni ritorno verso il passato». È la sera del 23 giugno 1945 quando Ferruccio Parri parla via radio agli italiani. Sono passate quarantotto ore da quando è stato nominato Presidente del Consiglio dei ministri. Vecchio ufficiale di complemento del Regio esercito, insegnante, giornalista, antifascista militante, incarcerato dal regime e confinato per anni tra Ustica e Lipari. Il comandante Maurizio, che nel 1944 è a capo del Corpo volontari della Libertà con Luigi Longo e Raffaele Cadorna, sembra la scelta ideale per guidare il primo governo della pace. Per certi versi è vero. Parri incarna lo spirito della Resistenza. Ha vissuto la guerra di Liberazione come un riscatto. Per lui, come per molti altri aderenti del Partito d’Azione, combattere non significa solo scacciare i tedeschi e i collaborazionisti di Salò. Si sono prese le armi per un dovere etico, per espiare la colpa di tutti quegli …
Un «sigillo di sangue abbiamo posto sul fascismo perché ogni ponte fosse rotto ed impossibile ogni ritorno verso il passato». È la sera del 23 giugno 1945 quando Ferruccio Parri parla via radio agli italiani. Sono passate quarantotto ore da quando è stato nominato Presidente del Consiglio dei ministri. Vecchio ufficiale di complemento del Regio esercito, insegnante, giornalista, antifascista militante, incarcerato dal regime e confinato per anni tra Ustica e Lipari. Il comandante Maurizio, che nel 1944 è a capo del Corpo volontari della Libertà con Luigi Longo e Raffaele Cadorna, sembra la scelta ideale per guidare il primo governo della pace. Per certi versi è vero. Parri incarna lo spirito della Resistenza. Ha vissuto la guerra di Liberazione come un riscatto. Per lui, come per molti altri aderenti del Partito d’Azione, combattere non significa solo scacciare i tedeschi e i collaborazionisti di Salò. Si sono prese le armi per un dovere etico, per espiare la colpa di tutti quegli italiani che hanno accettato, tollerato, osannato la dittatura e il suo duce. Per riparare alla vergogna del fascismo è stato giusto uccidere e morire. Lo dirà, quella sera, in un discorso che ottant’anni dopo è ancora il miglior testamento morale di cosa sia stata la Resistenza. Il risveglio di «una Italia che ha sentito il dovere e il diritto di versare anche il suo sangue», e col sangue dei suoi figli migliori ha riconquistato la possibilità di immaginare un futuro. E di costruirselo da sé. Senza essere semplicemente una vittima, passiva e inerme, che attende le decisioni dei vincitori, come una nota a piè di pagina della storia.
Parri sa bene di parlare a un paese diviso e devastato. Le città sono cumuli di macerie. Il nord della Penisola è sotto il controllo degli Alleati, Trieste ha un destino incerto. La strada per ricostruire, e per ritrovare all’Italia un posto nel mondo libero, è ancora lunga. Al suo popolo non nasconde che ci vorranno lacrime e sacrifici, ma promette anche che il domani potrà essere bellissimo, se non si ripeteranno gli errori del passato. Se si deporranno le armi. Se si rinuncerà alla giustizia sommaria e alle vendette contro gli antichi carnefici in camicia nera. Se si abbandonerà la convinzione che la violenza possa essere uno strumento politico legittimo, come nel 1919, quando i sogni della rivoluzione bolscevica e il miraggio della grande potenza imperiale vagheggiata da Mussolini e camerati avevano distrutto l’Italia liberale. Se si avrà la voglia di credere, insomma, che attorno ad alcune parole d’ordine si possa costruire una nazione nuova. Libertà, democrazia, antifascismo. E coraggio. Il coraggio di guardare in faccia il proprio passato oscuro, di fare i conti con le proprie colpe. È un peccato che non gli abbiano permesso di provarci. Cinque mesi più tardi, il governo Parri cadrà, per fare posto al primo esecutivo dell’era De Gasperi.
Forse è vero, come ha scritto tra gli altri Paul Ginsborg, che Parri era un combattente coraggioso e onesto, ma un politico disastroso. Forse è vero, come ammetteva lui stesso, che era inadatto a guidare un governo. Specialmente uno così litigioso come quello del 1945, ancora composto da tutte le anime del Cln. Liberali, democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, ognuno con priorità diverse, ognuno pronto a fare le scarpe agli antichi compagni di lotta. Lo aveva ripetuto anche a chi gli offriva il governo, fondamentalmente perché gli altri candidati erano stati affossati dai veti incrociati. «Io sono solo un partigiano qualunque». E come molti partigiani, incapace di sopravvivere alla Roma delle segreterie di partito e dei compromessi, dei salotti e delle clientele oscure che Carlo Levi avrebbe immortalato nel romanzo “L’orologio”. Eppure, con tutti i suoi difetti, il comandante Maurizio aveva un’idea decisamente chiara di quali fossero i pericoli a cui andava incontro la nuova Italia. Vedeva già nei suoi concittadini la tentazione di dare per scontata la libertà appena riscoperta. Di dimenticarsi di quanto era costata, e di quanto minacciosi fossero ancora i suoi nemici. A partire da chi, anni prima, la libertà l’aveva cancellata a manganellate e leggi eccezionali. No, Parri non era un politico scaltro. Ma era un sincero combattente contro ogni tirannia. E a ottant’anni di distanza, mentre le fragili democrazie liberali sono sempre più sotto attacco, il suo appello a non abbassare la guardia risuona inquietantemente attuale.