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Troppo assuefatti, anche la bomba diventa normale

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Dal Medio Oriente all’Ucraina, la cecità della guerra può essere colta già nel clima di sostanziale indifferenza che ne accompagna i prodromi e le fasi preparatorie
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Da alcuni decenni la letteratura di molti paesi occidentali racconta quelli che vengono definiti “scenari post-atomici” (o post-nucleari). Ovvero il dopo-Bomba: paesaggi lividi, piogge acide, scomparsa di specie animali, deperimento degli esseri umani, disperata ricerca di cibo. Penso a La strada di Cormac McCarthy (2006) — quel padre e quel figlio smarriti tra i detriti della fine del mondo — e in Italia a molte tracce nei racconti di Niccolò Ammaniti. Ma già nel 1959, nella splendida antologia Le meraviglie del possibile curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero, la rappresentazione dell’Apocalisse determinata dalla follia umana si incontrava di frequente.

Ciò che né allora né oggi viene raccontato è il pre-Bomba: quanto la precede, la prepara, la annuncia, la innesca. La prima e più semplice spiegazione di questa assenza è che la guerra di cui parliamo è in gran parte invisibile. Meglio sarebbe dire che è cieca, dal momento che non la si vede ma che, ancor prima, non è capace di…

Da alcuni decenni la letteratura di molti paesi occidentali racconta quelli che vengono definiti “scenari post-atomici” (o post-nucleari). Ovvero il dopo-Bomba: paesaggi lividi, piogge acide, scomparsa di specie animali, deperimento degli esseri umani, disperata ricerca di cibo. Penso a La strada di Cormac McCarthy (2006) — quel padre e quel figlio smarriti tra i detriti della fine del mondo — e in Italia a molte tracce nei racconti di Niccolò Ammaniti. Ma già nel 1959, nella splendida antologia Le meraviglie del possibile curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero, la rappresentazione dell’Apocalisse determinata dalla follia umana si incontrava di frequente.

Ciò che né allora né oggi viene raccontato è il pre-Bomba: quanto la precede, la prepara, la annuncia, la innesca. La prima e più semplice spiegazione di questa assenza è che la guerra di cui parliamo è in gran parte invisibile. Meglio sarebbe dire che è cieca, dal momento che non la si vede ma che, ancor prima, non è capace di vedere.

La cecità della guerra può essere colta già nel clima di sostanziale indifferenza che, nei giorni che stiamo vivendo, ne accompagna i prodromi e le fasi preparatorie. Facciamo molto bene a promuovere la mobilitazione per la pace, a enfatizzare la resistenza di chi resiste, a esaltare i messaggi che vorrebbero mettere al bando la guerra, ma tutto ciò risulta inesorabilmente poca cosa.

Ho detto indifferenza ma il termine è probabilmente improprio in quanto il sentimento più diffuso non è il nichilismo; è, piuttosto, la combinazione tra senso di impotenza e assuefazione. Il primo è tanto più capace di condizionare emozioni e comportamenti quanto più, in una società secolarizzata come la nostra, vanno esaurendosi tutte le culture alternative, le ideologie antagoniste, le politiche critiche e ci si trova inermi di fronte alla potenza irraggiungibile di chi esercita il comando: compreso quello di decidere la guerra. E ancor più sembra pesare la tendenza all’assuefazione.

A lungo abbiamo detto che l’Europa veniva “da sessant’anni di pace”, per poi scoprire che erano stati, in realtà, anni di guerra non dichiarata, a bassa intensità, sotterranea. Basti pensare che durante quella fase di “lunga pace” tutti gli Stati si sono dotati di arsenali e strumenti bellici sempre più letali; e che le potenze nucleari (i soli Stati Uniti nel 1945) sono diventate nel periodo di non guerra una decina tra quelle ufficialmente riconosciute come tali e quelle che ragionevolmente si ritiene lo siano.

È come se la bomba atomica avesse perso il suo elemento di eccezionalità e anche i morti di Hiroshima e Nagasaki rientrassero nell’ordinario novero delle vittime civili (diventate ormai, come si sa, oltre il 90% della totalità dei morti in tutte le guerre). È vero poi che, a intensificare e accelerare i processi di assuefazione, interviene ciò che possiamo chiamare la normalizzazione del militare.

In un sistema dove l’emergenza è diventata stile di governo, l’evocazione dell’esercito ha perso la tonalità intimidatrice o grottesca che aveva cinquant’anni fa, per farsi strumento dell’amministrazione e della politica. Si richiede l’uso dei soldati nel controllo dell’ordine pubblico, nell’organizzazione dei grandi eventi, nell’assolvere a funzioni di protezione civile durante le catastrofi, nel sopperire alle carenze del sistema sanitario e nell’assicurare servizi indispensabili durante le astensioni dal lavoro. È inevitabile, così, che l’esercito diventi via via una funzione anch’essa “civile”, trasformandosi in strumento del welfare state. Così che la “cosa militare” sembra destinata a oscillare tra pace e guerra e tra una pace che assume contorni marziali e una guerra che esita a pronunciare il proprio nome.

La guerra cieca, intanto, trova la sua apoteosi tecnologica e simbolica nel ricorso ai droni. Il drone invera l’allucinazione militaresca della “guerra delle macchine” (un vecchio titolo della collana Urania del 1962). Il fatto che quell’arma sia priva di pilota, e dunque non metta a repentaglio la vita di chi vi ricorre, non risponde certo al desiderio di ridurre il numero delle vittime. Risponde, bensì, a quello di una guerra sempre più potente perché sottratta — oltre che alla responsabilità personale di chi sgancia la bomba — alla fallacia di ogni azione umana.

Si ottiene l’effetto, in tal modo, di realizzare una gigantesca playstation sopra i cieli di Russia e Ucraina. E quel videogioco mette in ombra i corpi straziati nelle trincee, tra il sangue e il piscio. Non diversamente accade tra le rovine di Gaza dove il ricorso all’arma finale — la fame — sposta l’attenzione, ancora una volta, dalle mutilazioni dei cadaveri all’inedia scheletrica dei corpi bambini. E qui un sussulto di coscienza scuote, infine, l’assuefazione.

Ma la guerra cieca rischia di essere ancora più forte. Nei racconti apocalittici prima ricordati, sullo sfondo si intravedono cucine, dispense e cantine saccheggiate e supermercati assaltati da turbe di affamati. Ricordo che, ancora durante la prima guerra del Golfo, molti italiani presero ad accumulare riserve di cibo e di acqua e a predisporre rudimentali e periclitanti rifugi. In questi giorni di pre-guerra non accade: anche la Bomba è stata normalizzata.

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