Nelle città iraniane non suonano sirene d’allarme. Non ci sono rifugi antiaerei, né bunker, né allarmi civili. Quando piovono missili si resta dove si è: nelle case sbrecciate, nei palazzi densi di vite precarie, nelle celle sature del carcere di Evin. Si respira l’aria densa di detriti, metallo, plastica bruciata. Che anche quando scatta una fragile tregua resta pesante. Si aspetta. Ma cosa aspetta un popolo a cui da anni è stato sottratto ogni margine di futuro?
L’attacco israeliano che ha colpito direttamente il carcere di Evin, simbolo del controllo autoritario iraniano, è passato quasi inosservato nel panorama dei media internazionali. Eppure, all’interno di quelle mura, si è consumato qualcosa di più grande di un bombardamento: si è aperta una crepa nella fragile diga del terrore di Stato.
Le immagini non sono state diffuse. Ma i racconti, raccolti da attivisti e ong, sono chiari: i cancelli d’ingresso sono stati sventrati, l’edificio amministrativo sbriciolato, il repar…
Nelle città iraniane non suonano sirene d’allarme. Non ci sono rifugi antiaerei, né bunker, né allarmi civili. Quando piovono missili si resta dove si è: nelle case sbrecciate, nei palazzi densi di vite precarie, nelle celle sature del carcere di Evin. Si respira l’aria densa di detriti, metallo, plastica bruciata. Che anche quando scatta una fragile tregua resta pesante. Si aspetta. Ma cosa aspetta un popolo a cui da anni è stato sottratto ogni margine di futuro?
L’attacco israeliano che ha colpito direttamente il carcere di Evin, simbolo del controllo autoritario iraniano, è passato quasi inosservato nel panorama dei media internazionali. Eppure, all’interno di quelle mura, si è consumato qualcosa di più grande di un bombardamento: si è aperta una crepa nella fragile diga del terrore di Stato.
Le immagini non sono state diffuse. Ma i racconti, raccolti da attivisti e ong, sono chiari: i cancelli d’ingresso sono stati sventrati, l’edificio amministrativo sbriciolato, il reparto 4 e la clinica interna rasi al suolo. Alcuni prigionieri sono rimasti feriti, altri, secondo fonti non confermate, sarebbero morti. I loro corpi non vengono restituiti. I loro nomi non vengono comunicati.
Dentro Evin ci sono madri e figli sotto i due anni, giornaliste, attivisti, minorenni. L’acqua è razionata, l’elettricità intermittente. Le urla si mescolano all’odore acre di materiali fusi, mentre i feriti restano senza cure. Nessun trasporto sanitario è stato autorizzato. Nessun familiare ha potuto avvicinarsi. I medici volontari sono stati lasciati fuori dai cancelli. Le guardie hanno usato la violenza contro detenuti. I prigionieri politici, tra cui noti attivisti e dissidenti, sono stati trasferiti in luoghi segreti. Senza comunicazione, senza processo.
Iran, bombardato anche il carcere di Evin la prigione degli oppositori del regime
Mentre il mondo discute di una supposta tregua tra governi armati, il popolo iraniano subisce una vendetta silenziosa. Gli arresti sono ripresi in massa: a Teheran, Rasht, Sanandaj, Kermanshah. I capi d’accusa sono sempre gli stessi: “propaganda contro lo Stato”, “spionaggio per Israele”, “incitamento al disordine”. Sono formule vuote, scolpite nel linguaggio della teocrazia, ma abbastanza efficaci da giustificare condanne a morte e confessioni estorte con la tortura.
Nei tribunali speciali e nei corridoi delle carceri i detenuti politici vengono trattati come pedine da sacrificare per mandare segnali all’esterno. Almeno due prigionieri sono stati giustiziati nelle ultime settimane, come monito. Altri attendono, con sentenze già scritte. I loro nomi, i loro volti, i loro diritti vengono cancellati dalla cronaca internazionale.
Eppure, fuori dalle celle, qualcosa resiste. Nelle strade di Teheran, sui tetti di Shiraz, nei gesti di disobbedienza quotidiana delle ragazze che sfidano il velo obbligatorio, vive una determinazione nuova. Non è più solo protesta. È una lotta di sopravvivenza contro la violenza sistemica.
È una voce che dice: non abbiamo più paura. È la generazione cresciuta sotto le sanzioni, maturata tra le proteste represse nel sangue, e diventata adulta nella disillusione. Questa generazione non chiede riforme. Chiede la fine: della repressione, del regime, della menzogna. E noi, che mondo siamo, se lasciamo che tutto questo accada nel silenzio?
Mentre le cancellerie negoziano e i governi calcolano, c’è un popolo che viene ucciso lentamente: con i pestaggi, con la tortura, con la fame, con la censura. L’Iran si sta chiudendo in un cerchio di violenza interna che rischia di diventare definitivo. E se non agiamo ora, sarà troppo tardi.
Questo è il momento. È il momento per le Nazioni Unite di pretendere accesso immediato e indipendente nelle carceri. È il momento per i giornalisti di rompere l’apatia e raccontare, con nomi e volti, chi sono i prigionieri dimenticati. È il momento per attivisti, artisti, leader religiosi, accademici, di schierarsi apertamente.
È il momento per chiunque abbia una voce libera, di usarla. Perché ogni secondo che passa nel silenzio è una condanna per chi non può più parlare. Il popolo iraniano sta entrando nella fase più buia della sua storia recente. Ma non è solo. Non deve esserlo. Facciamo in modo che non lo sia. Ora!