La guerra dei dodici giorni Israele-Iran termina con il programma nucleare degli ayatollah azzoppato, il regime di Teheran ancora in sella e, soprattutto, il presidente Usa Donald Trump garante di un cessate il fuoco attorno a cui è intenzionato a costruire la rischiosa scommessa di un nuovo equilibrio di forze in Medio Oriente.
Per comprendere la determinazione con cui Trump difende la tregua fra i co-belligeranti, spingendosi ieri ad ammonirli verbalmente a evitare ogni sorta di violazioni, bisogna tener presente tre fattori convergenti. Primo: si tratta di un risultato concreto in politica estera ottenuto dal presidente da quando si è insediato perché né sull’Ucraina né su Gaza è finora riuscito a far tacere le armi come aveva promesso agli elettori, dunque il cessate il fuoco Israele-Iran diventa da subito un vero test di leadership. Secondo: la tregua è un risultato che la Casa Bianca ha costruito nelle ultime 72 ore, prima con il raid aereo sugli impianti nucleari iraniani di N…
La guerra dei dodici giorni Israele-Iran termina con il programma nucleare degli ayatollah azzoppato, il regime di Teheran ancora in sella e, soprattutto, il presidente Usa Donald Trump garante di un cessate il fuoco attorno a cui è intenzionato a costruire la rischiosa scommessa di un nuovo equilibrio di forze in Medio Oriente.
Per comprendere la determinazione con cui Trump difende la tregua fra i co-belligeranti, spingendosi ieri ad ammonirli verbalmente a evitare ogni sorta di violazioni, bisogna tener presente tre fattori convergenti. Primo: si tratta di un risultato concreto in politica estera ottenuto dal presidente da quando si è insediato perché né sull’Ucraina né su Gaza è finora riuscito a far tacere le armi come aveva promesso agli elettori, dunque il cessate il fuoco Israele-Iran diventa da subito un vero test di leadership. Secondo: la tregua è un risultato che la Casa Bianca ha costruito nelle ultime 72 ore, prima con il raid aereo sugli impianti nucleari iraniani di Natanz, Isfahan e Fordow, poi riuscendo a contenere — grazie a Qatar e Russia — la reazione militare iraniana contro la base Usa a Doha, e infine negoziando fra Gerusalemme e Teheran la sospensione di una feroce guerra aerea. Terzo: la Casa Bianca ora scommette sulla possibilità che la tregua possa innescare un domino di conseguenze positive nella regione, da un’intesa su cessate il fuoco e ostaggi a Gaza all’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita.
Questo scenario di opportunità nasce dalla convergenza fra Trump e Putin sul compromesso di fondo che Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei hanno accettato di sottoscrivere: il premier israeliano incassa l’allontanamento di Teheran dall’atomica mentre la Guida Suprema della Rivoluzione salva la sorte del suo regime. Non a caso Trump afferma: “Teheran non avrà mai la bomba” e “sono contro il cambio di regime”. È il punto di caduta dell’intesa con il leader del Cremlino che, davanti al blitz dei B-2, si è schierato con Teheran ma ricordandole che può avere “solo il nucleare civile” e non quello militare. Anche per Putin è un successo perché è riuscito a evitare un cambio di regime in Iran come quelli subiti in Libia nel 2011 e in Siria nel 2024 che lo hanno privato di alleati strategici come Muammar Gheddafi e Bashar Assad. Se a questo aggiungiamo che la demolizione degli impianti nucleari iraniani è il risultato da sempre più auspicato dall’Arabia Saudita non è difficile arrivare alla conclusione che in Medio Oriente si affaccia un “tavolo di potenze” guidato da Trump con Putin, Netanyahu e Mohammed bin Salman nel ruolo di interlocutori privilegiati. E Pechino obbligata a restare fuori dalla porta, con la “Nuova via della seta” congelata in una regione dove l’Iran — partner cruciale della Cina per le forniture di greggio — diventa all’istante un sorvegliato speciale.
Ma poiché siamo in Medio Oriente, dove ogni previsione può essere smentita perché gli attori giocano sempre su più tavoli, Trump si espone anche a grandi rischi scegliendo questo teatro come test della propria leadership globale. Innanzitutto perché Israele e Iran restano nemici mortali, non hanno rinunciato a mettere ko l’avversario e l’ipotesi che possano coesistere anche solo nel brevissimo termine — pur in un equilibrio di terrore — è una scommessa proibitiva. E in secondo luogo in quanto il regime degli ayatollah sembra in bilico: decapitato dei leader militari, con i pasdaran decimati, gli impianti nucleari in gran parte demoliti e Khamenei impegnato a designare i possibili eredi, può sopravvivere allo scontento dei cittadini solo affidandosi alla repressione. Questo significa una situazione di potenziale instabilità in una nazione che detiene almeno 400 kg di uranio arricchito ed una quantità di missili balistici ancora in grado di minacciare i Paesi vicini.
Ecco perché il difficile per Trump inizia ora: deve riuscire a difendere la tregua Israele-Iran evitando che si trasformi nel più pericoloso dei boomerang. È una scommessa da far tremare i polsi anche perché, a ben vedere, Trump tenta di imporsi sulla regione più instabile facendo leva su caratteristiche insolite della proiezione americana nel mondo: la volontà di usare il potere militare in maniera unilaterale e l’assoluta imprevedibilità del suo leader.
In attesa di sapere come finirà l’azzardo di Trump, la Nato riunita al summit dell’Aja è chiamata a trarne le debite conseguenze: deve fare i conti con un presidente che chiede agli alleati non di affiancarlo ma di seguirlo senza troppe esitazioni, proprio come Netanyahu ha fatto ieri richiamando indietro gli aerei che stavano per colpire Teheran. Un chiaro segnale dell’effetto-Medio Oriente sul summit della Nato viene dalla spaccatura su Putin: gli alleati vogliono la condanna della Russia per la perdurante aggressione all’Ucraina mentre la Casa Bianca si oppone a tale linguaggio perché il leader del Cremlino la sta aiutando con l’Iran. L’unico vero terreno sul quale Trump e gli alleati possono incontrarsi sembra essere l’aumento delle spese per la difesa fino al 5 per cento del pil, ovvero una Nato a forte trazione europea.