In un mondo infestato da mostri, l’unica ragione che non cede al sonno è quella delle armi. Tra due guerre parallele in Ucraina e in Palestina, e una terza sospesa in Iran, il vero vincitore della fase è il «complesso militare-industriale», come negli anni ’50 lo definì Dwight Eisenhower, presidente di un’altra era geologica. Lo certifica l’esito del Consiglio Ue e del vertice Nato.
Da un lato, il fallimento delle istituzioni multilaterali come strumenti di prevenzione e regolazione dei conflitti, dall’Unione europea all’Alleanza atlantica, dall’Onu alla Corte penale internazionale, dal Wto fino a Bretton Woods: nessuno dei dispositivi di potere che hanno retto l’ordine mondiale del Novecento resiste alla crisi, auto-prodotta e ora accelerata dal pazzotico tycoon a stelle e strisce. Dall’altro lato, il cedimento della sovranità politica alla superiorità bellica: nel silenzio delle classi dirigenti, parlano solo gli eserciti. Dettano l’agenda, scrivono la lista della spesa e poi passa…
In un mondo infestato da mostri, l’unica ragione che non cede al sonno è quella delle armi. Tra due guerre parallele in Ucraina e in Palestina, e una terza sospesa in Iran, il vero vincitore della fase è il «complesso militare-industriale», come negli anni ’50 lo definì Dwight Eisenhower, presidente di un’altra era geologica. Lo certifica l’esito del Consiglio Ue e del vertice Nato.
Da un lato, il fallimento delle istituzioni multilaterali come strumenti di prevenzione e regolazione dei conflitti, dall’Unione europea all’Alleanza atlantica, dall’Onu alla Corte penale internazionale, dal Wto fino a Bretton Woods: nessuno dei dispositivi di potere che hanno retto l’ordine mondiale del Novecento resiste alla crisi, auto-prodotta e ora accelerata dal pazzotico tycoon a stelle e strisce. Dall’altro lato, il cedimento della sovranità politica alla superiorità bellica: nel silenzio delle classi dirigenti, parlano solo gli eserciti. Dettano l’agenda, scrivono la lista della spesa e poi passano alla cassa.
A Bruxelles i ventisette naufragano miseramente sulle solite secche. Sui dazi, ricevuta dal padrino della Casa Bianca l’ennesima truffa spacciata per “proposta che non si può rifiutare”, siamo in pieno stallo: paralizzati dal braccio di ferro tra chi accetterebbe l’uovo marcio di oggi e chi invece spera ancora nella gallina lessa di domani.
Sulle spese militari siamo in attesa di capire come i nuovi impegni dei singoli Paesi Nato si conciliano con il piano di riarmo da 800 miliardi di von der Leyen, allo stato attuale poco più che una scatola vuota, visto il veto dei nordici all’emissione di un titolo di debito comune: l’alto rappresentante Kaja Kallas presenterà una road map a ottobre, tanto non c’è fretta, il generale agosto incombe e vogliamo andare tutti in vacanza.
Persino su Israele, nonostante la macchina di morte di Netanyahu continui senza sosta e senza pietà a spianare Gaza, abbiamo fortemente “deplorato” la catastrofe umanitaria e nuovamente “invocato” il rispetto del diritto internazionale, ma quanto ad azioni concrete contro il governo di Tel Aviv, nulla da fare, né sanzioni né blocco dei partenariati: Meloni e Merz non vogliono irritare le comunità ebraiche, convinti davvero che il feroce Bibi — bombardando Hamas e Hezbollah, Houti yemeniti e ayatollah di Teheran — stia facendo “il lavoro sporco” per noi.
Anche qui, tutto rinviato a un altro Consiglio Ue da convocare a fine luglio, giusto per andare al mare con la coscienza più pulita e con tanti saluti ai poveri cristi palestinesi che creperanno nella Striscia nei prossimi trenta giorni. Una vergogna senza fine. La prova di un’irrilevanza di cui siamo i primi responsabili, al di là della muta complicità nei massacri dell’impero yankee.
All’Aia, nonostante la bugiarda retorica trumpiana che inneggia a «un vertice fantastico», la Nato si finge guarita dopo il penoso inchino allo sceriffo di Washington. Mark Rutte è il simbolo di questa Europa gioiosamente vassalla: prima l’adorante messaggio al presidente su Whatsapp, poi l’imbarazzante conferenza stampa da maggiordomo in servizio a Mar-a-Lago.
Il Patto atlantico, «in stato di morte cerebrale» secondo la formula macroniana del 2019, si rialza dal letto di Procuste solo grazie alla cieca obbedienza ai voleri del «paparino» d’oltreoceano. I 31 alleati hanno troppa paura che The Donald molli anche la Nato, per non concedergli la qualunque, fosse pure una spesa militare al 15% del Pil di ciascuno Stato membro. Per ora si è accontentato del 5. E noi pure, vivaddio, perché poi 5 forse vuol dire 3,5, fra tre anni Trump va a casa e tra dieci chi se ne ricorda più. Intanto noi atlantisti, che già importiamo l’80% delle armi dagli Usa, gliene compriamo ancora di più, spacciando questa per “difesa europea”.
Pazienza se non sappiamo quale sia il nemico: la Russia è improbabile, visto che il da noi tanto temuto Putin resta il compagno di merende preferito da Trump, capace addirittura di candidarlo mediatore per la pace in Medio Oriente; la Cina è impensabile, visto che a tenere buono Khamenei dopo i colpi del “martello di mezzanotte” americano è stato proprio Xi Jinping, i cui acquisti di petrolio coprono il 6% dell’economia iraniana. Chi rimane?
Pazienza poi se per l’Italia questo maledetto 5% — forse depurato dell’1,5 perché con maestria dorotea proveremo a dimostrare che anche il Ponte sullo Stretto fa “sicurezza” — significherebbe a regime 450 miliardi di spesa pubblica ipotecata per la difesa e inevitabilmente sottratta al welfare.
Pazienza se in questo casino euroatlantico la Spagna di Sánchez si sfila, Meloni lo smentisce ma Trump lo conferma: come nel botta e risposta “telefonato” tra superbombe yankee e missili pasdaran, anche nella nebulosa trattativa Nato la comunicazione conta più dell’azione, la “società dello spettacolo” fa premio sulla serietà dell’accordo, il wrestling contest prevale sul problem solving. Ma soprattutto pazienza se sarà tutto inutile, perché presto l’America si sfilerà lo stesso da una confraternita di “scrocconi” alla quale non crede più da un pezzo.
Per rendersene conto — più che ascoltare le farneticazioni di J.D. Vance o le intercettazioni di Pete Hegseth — basta leggere su Limes l’intervista a George Friedman, fondatore di Geopolitical Futures: «Siamo rimasti in Europa perché volevamo evitare la terza guerra mondiale, e ci siamo riusciti. Oggi le cose sono cambiate: la Nato è un mito, non ha più un significato… L’Alleanza atlantica non nasce dal fatto che vi vogliamo bene, ma dal fatto che non ci fidiamo di voi… Oggi l’America non ha alcun obbligo morale di proteggere l’Europa, che potrebbe benissimo farlo da sola, se solo lo volesse. Il problema è che gli europei non vogliono spendere soldi e assumersi questa responsabilità… Se guardiamo alla somma del Pil dei vostri Paesi, è più che sufficiente per costruire un esercito degno di questo nome. Ma di certo noi non potremo più essere i vostri guardiani». È proprio il caso di dirlo: più chiaro di così, si muore.
Trump è un agente del caos, questo l’abbiamo capito. Quello che fatichiamo ad accettare è che l’Europa, orfana dell’amico amerikano, ora sta davvero sola sul cuor della terra. Se vuole esistere, si dimostri all’altezza. Cambi la sua governance e i suoi orizzonti.
E se il riarmo è un destino, almeno i governi spieghino ai popoli come e perché lo faremo, con quali obiettivi e con quali soldi. Dimostrino in che modo l’investimento in armi sgocciolerà sugli altri settori portanti dell’industria (probatio diabolica: come ha dimostrato l’Ufficio parlamentare di Bilancio un euro speso nella difesa porta un aumento del reddito complessivo di appena 50 centesimi). Coinvolgano i Parlamenti e i cittadini.
Insomma, abbiano cura della democrazia, e non lascino che a orientarla sia il «complesso militare-industriale»: anche questo diceva Eisenhower. Era repubblicano come Trump, ma a quell’epoca il Grand old party era davvero il partito della Nazione, non la struttura servente del Commander in chief.