L’attacco di Putin alle democrazie, la difesa a oltranza dell’Ucraina, la condanna dei massacri israeliani a Gaza, la guerra dei dazi e ora anche quella sulla tassazione delle multinazionali, il futuro delle criptovalute e quello dell’ordine finanziario basato sul dollaro, la tutela dell’ambiente e il rispetto del diritto internazionale. Non c’è un solo punto dell’agenda mondiale di lungo e di breve periodo su cui Europa e Stati Uniti vadano veramente d’accordo. Eppure da una parte e dall’altra dell’Atlantico fioriscono sorrisi e promesse, blandizie e moine. Tutti, per una ragione o per l’altra, preferiscono far finta che l’Occidente che abbiamo conosciuto, e nel quale ci siamo riconosciuti, sia ancora lì, rassicurante e olimpico nella sua pretesa superiorità morale.
Come certe coppie celebri in crisi, che si scambiano effusioni in pubblico mentre in privato sono già per avvocati a contendersi figli e patrimoni, americani ed europei devono districare il nodo gordiano delle loro relaz…
L’attacco di Putin alle democrazie, la difesa a oltranza dell’Ucraina, la condanna dei massacri israeliani a Gaza, la guerra dei dazi e ora anche quella sulla tassazione delle multinazionali, il futuro delle criptovalute e quello dell’ordine finanziario basato sul dollaro, la tutela dell’ambiente e il rispetto del diritto internazionale. Non c’è un solo punto dell’agenda mondiale di lungo e di breve periodo su cui Europa e Stati Uniti vadano veramente d’accordo. Eppure da una parte e dall’altra dell’Atlantico fioriscono sorrisi e promesse, blandizie e moine. Tutti, per una ragione o per l’altra, preferiscono far finta che l’Occidente che abbiamo conosciuto, e nel quale ci siamo riconosciuti, sia ancora lì, rassicurante e olimpico nella sua pretesa superiorità morale.
Come certe coppie celebri in crisi, che si scambiano effusioni in pubblico mentre in privato sono già per avvocati a contendersi figli e patrimoni, americani ed europei devono districare il nodo gordiano delle loro relazioni che nessuno può, né vuole, tranciare di netto con un colpo di spada.
Operazione complessa, perché intreccia questioni di breve e medio termine, come Gaza, l’Ucraina, i dazi o il riarmo Nato, con strategie di lungo periodo, come il ruolo del dollaro quale moneta di riserva globale, la ricerca di una autonomia strategica da parte europea, lo scontro titanico in corso tra lo strapotere delle grandi multinazionali e la difesa del potere statuale e democratico.
Naturalmente, in questa prima fase della procedura di divorzio, sono gli europei a dover fare maggiori concessioni. È logico, visto che sono, al momento, i più deboli. Ma si tratta spesso di atti più formali che sostanziali. Al vertice Nato dell’Aia trentadue governi hanno sottoscritto impegni ad aumentare le spese della difesa portandole ad un livello che nessuno intende veramente rispettare, neppure gli Stati Uniti che ne sono stati i promotori. Alla riunione del G7 si è deciso di esentare parzialmente le multinazionali americane dalla “minimum tax” per evitare ritorsioni di Trump sulla tassazione delle imprese europee, compresa la web tax. Una concessione che ha svuotato in parte l’accordo di principio sottoscritto nel 2021, ma rimasto da allora inattuato e destinato a restare tale in eterno, senza un placet americano. Anche sui dazi, dopo le sparate iniziali di Trump, il negoziato è febbrile e Bruxelles, nonostante le aperture e le dichiarazioni di disponibilità, punta ad una revisione anche delle aliquote già entrate in vigore, come quelle sulle auto e sull’acciaio.
Il problema degli europei è che devono guadagnare tempo. La creazione di una difesa autonoma, non dipendente dall’ombrello nucleare e satellitare degli Stati Uniti, richiede anni, non mesi. Lo stesso vale per le prospettive di emancipazione dall’egemonia del dollaro, che rappresenta il 58 per cento delle riserve mondiali, contro il 20 per cento dell’euro. Riuniti a Sintra, i banchieri centrali dei grandi Paesi hanno concordato che il processo è ormai avviato, ma sarà lungo. E se il presidente della Federal Reserve Jerome Powell avverte che il debito pubblico americano «rischia di diventare insostenibile», la responsabile della Bce, Christine Lagarde, spiega che «il 2025 potrebbe essere cruciale» per l’affermazione dell’euro come moneta di riserva globale: «qualcosa chiaramente si è rotto e gli investitori sono alla ricerca di alternative in un clima caratterizzato dall’incertezza. Ma non succederà dall’oggi al domani. Per materializzare un cambiamento radicale occorrono molto tempo e molti sforzi».
Tra un presidente americano che ha fatto della precipitazione la sua arma politica più distintiva, e un’Europa che cerca di ritardare il più possibile la scadenza di cambiali che dovrà comunque onorare, è chiaro che gli europei appaiono lenti, indecisi, «perdenti» per usare un’espressione cara a Trump. In parte, lo sono. Tuttavia il divorzio che sta lacerando l’Occidente non sarà una separazione “lampo”, come piacerebbe all’inquilino della Casa Bianca. E non tutte le crepe che ogni giorno si allargano nell’edificio atlantico sono made in Usa.
Se l’impegno della Nato a spendere il 5 per cento per la difesa non appare credibile neppure a chi lo ha sottoscritto, la decisione della Ue di finanziare il riarmo europeo (e con esso gli aiuti militari all’Ucraina) è un fatto molto concreto e potrebbe diventare risolutivo se avvenisse sulla base della creazione di un debito comune. La Germania stanzierà oltre seicento miliardi in deficit per diventare, entro quattro anni, una potenza militare paragonabile a Francia e Gran Bretagna, le altre due punte della futura difesa europea. Ed è di ieri la notizia che Londra e Berlino si apprestano a firmare un trattato di mutua assistenza in caso di aggressione, che non avrebbe alcun senso se i due Paesi ancora credessero nello scudo dell’Alleanza atlantica di cui sono membri.
Naturalmente, in democrazia, il potere è contendibile e dunque tutto può cambiare. Tra quattro anni i democratici americani potrebbero riconquistare la Casa Bianca. Oppure i democratici europei potrebbero perdere le elezioni a favore dell’estrema destra filo-Putin e filo-Trump. Il divorzio potrebbe rientrare sia per il rinsavimento americano dalla sbandata Maga, sia per il ripudio europeo dei valori condivisi che spingono all’integrazione. Il divorzio, che oggi appare inevitabile, potrebbe perfino trasformarsi in una astiosa convivenza da “separati in casa”. Ma la lezione di un Atlantico sempre più largo dovrebbe servire agli europei per capire dove finiscono i confini della nostra casa comune e dove cominciano quelli del resto del mondo, America inclusa.