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Quel conflitto uomo-natura

L'omaggio alle vittime del Texas che superano le cento 

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Forse, davanti al negazionismo ambientale delle destre di tutto il mondo, i progressisti e gli ecologisti devono farsi leopardiani. Quando eravamo piccini e ignoranti, e leggevamo faticosamente Sebastiano Timpanaro, questo avevamo imparato dai suoi scritti su Giacomo Leopardi: che la natura inganna i figli suoi. Una simile coscienza della realtà sembra sfuggire alla destra politico-culturale, alacremente impegnata ad affermare l’innocenza dell’uomo rispetto al collasso del pianeta. Non è una novità. La pandemia di Covid è stata la nevrotica prova generale e il cruento campo di battaglia dell’ultima guerra globale. Che è tuttora in corso e non è quella tra Usa e Cina e nemmeno quella tra Occidente e Islam: è, invece, l’infinito conflitto tra uomo e natura, tra l’aspirazione del primo a dominare la seconda e la potenza del mondo fisico contro la civilizzazione umana, le sue meravigliose conquiste e i suoi spaventosi orrori.

Il Covid è stato un osservatorio formidabile delle azioni e de…

Forse, davanti al negazionismo ambientale delle destre di tutto il mondo, i progressisti e gli ecologisti devono farsi leopardiani. Quando eravamo piccini e ignoranti, e leggevamo faticosamente Sebastiano Timpanaro, questo avevamo imparato dai suoi scritti su Giacomo Leopardi: che la natura inganna i figli suoi. Una simile coscienza della realtà sembra sfuggire alla destra politico-culturale, alacremente impegnata ad affermare l’innocenza dell’uomo rispetto al collasso del pianeta. Non è una novità. La pandemia di Covid è stata la nevrotica prova generale e il cruento campo di battaglia dell’ultima guerra globale. Che è tuttora in corso e non è quella tra Usa e Cina e nemmeno quella tra Occidente e Islam: è, invece, l’infinito conflitto tra uomo e natura, tra l’aspirazione del primo a dominare la seconda e la potenza del mondo fisico contro la civilizzazione umana, le sue meravigliose conquiste e i suoi spaventosi orrori.

Il Covid è stato un osservatorio formidabile delle azioni e delle reazioni degli individui in circostanze estreme, quando sono in gioco la vita e la morte e si manifestano le pulsioni più profonde: panico e psicosi, fobia e angoscia. La pandemia ha anticipato quanto ora va accadendo a proposito del cambiamento climatico, intervenendo non solo sull’inconscio collettivo ma anche sulla mentalità sociale, producendo interpretazioni del mondo e delle cose, attivando fantasie, incubi e costrutti culturali. Il complottismo così presente nel racconto della pandemia e della crisi ambientale è un meccanismo di interpretazione di ciò che non si conosce e che si teme, affidato a una logica apparentemente ferrea, serrata da strettissime connessioni e vincoli saldi, tutti sottoposti a un regime di causa-effetto che non ammette eccezione. È questo che ha consentito una lettura compatta e compiuta dell’intera vicenda, dove tutto si tiene. Va da sé che una simile trama, dove agiscono papa Bergoglio e le Big Pharma, Hillary Clinton e i piani per la sostituzione etnica, l’internazionale omosessualista e Carlo d’Inghilterra, dia piena soddisfazione allo smarrimento e alla frustrazione di tanti, risponda a tutte le domande e sveli tutti i misteri. E, insomma, spiega tutto. Il linguaggio del complottismo è costruito interamente su espressioni come “non è un caso che…”, “sarà pure una coincidenza ma…”, e replica puntualmente allo scetticismo collettivo di un’opinione pubblica sospettosa e diffidente fino alla paranoia. Da qui la cupa mitologia sulle origini del Covid, sulla letalità dei vaccini, sulle strategie di manipolazione delle masse. Quanto detto si è fuso con un orientamento politico-culturale apertamente di destra, e si è trasferito nella dimensione del cambiamento climatico e delle politiche a esso correlate. In men che non si dica questa sottocultura è diventata negazionista rispetto alla crisi ambientale, utilizzando argomenti trascritti paro paro dalla polemica in materia di Covid. Il cambiamento climatico sarebbe un’invenzione dei poteri forti, destinato a disciplinare i costumi e i consumi delle persone, a condizionarne le opzioni e gli stili di vita, a rafforzare un comparto produttivo a scapito di un altro, a ispirare relazioni comunitarie pre-industriali. L’esito di questa campagna propagandistica è, ancora una volta, “di destra”: a vantaggio, cioè, di una idea di società organicistica e illiberale.

Ma poi accade che la destra finisca con lo spaventarsi delle sue stesse parole. Quando l’esondazione del fiume Guadalupe la mette di fronte ad alcuni dati brutali, come rispondere a chi sostiene che quella tragedia sia dovuta ai licenziamenti e ai tagli nel sistema delle previsioni metereologiche? oltre che — evidentemente — alla gravissima incuria nei confronti del dissesto idrogeologico? La destra, in particolare quella italiana, corre ai ripari, glissa sulle cause degli eventi estremi e si rimpannuccia nel senso comune degli insensati: in estate ha sempre fatto caldo, in inverno ha sempre fatto freddo. Così, quella destra afferma un negazionismo in apparenza più rispettabile: il cambiamento climatico c’è ma non ne è responsabile l’uomo. Questo porta a un singolare ribaltamento: l’uomo sarebbe incolpevole, figlio docile della natura e sua parte integrante, amico e non ostile a essa. L’antica convinzione reazionaria, diventata una vera e propria concezione ideologica, che l’uomo sia condannato a un irreparabile destino tragico, viene cancellata. All’essere umano si attribuisce una innocenza assoluta in nome di un ottimismo velleitario. Ne risultano alcuni effetti: l’uomo non ha un ruolo dominante, e dunque anche distruttivo, nel governo del pianeta. È, appunto, innocente e dunque senza colpa. Di conseguenza la dimensione tragica dell’esistenza umana, considerata caposaldo dei pensatori più solidi della cultura di destra, verrebbe abbandonata. In realtà tutto ciò è coerente con la profonda ispirazione anti-ecologista della destra. Questa è, nei suoi fondamenti, tutta concentrata sul qui e ora, sul presente e sul vicino; è sovranista e immediatista, totalmente estranea alle categorie del lontano e del futuro e portata irresistibilmente a ignorare le cause di quanto oggi accade e le responsabilità per quanto accadrà domani. L’ecologia, ma anche la sinistra che la volesse assumere come proprio tratto qualificante, sono o dovrebbero essere l’esatto contrario. Diventando, con ciò, leopardiane.

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