L’Europa s’è desta. Almeno a parole e a impegni, sottoscritti o annunciati. Del resto, quella di Roma era l’ultima chiamata per uscire dal torpore. In caso di mancata risposta, sarebbe stato il caso di decretarne la morte cerebrale, come aveva fatto Emmanuel Macron per la Nato nel 2019, tre anni prima dell’invasione russa in Ucraina. Che invece per la Nato fu l’occasione per la rinascita e il successivo allargamento.
Come nel 2022 per la Nato Putin è stato l’indiretto (ma non involontario) rianimatore dell’Europa, o se vogliamo dell’Occidente, visto che nella mega-conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina e nella videoconferenza dei cosidetti “volonterosi” c’erano anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. E la presenza americana, con l’inviato di Trump Keith Kellogg, è una primizia.
Putin ha fatto di tutto per provocare almeno una risposta politica da Roma. Quella economica, di aiuti alla ricostruzione dell’Ucraina, è ancora lontana; ma anche la pace è ancora molto lontana. Il …
L’Europa s’è desta. Almeno a parole e a impegni, sottoscritti o annunciati. Del resto, quella di Roma era l’ultima chiamata per uscire dal torpore. In caso di mancata risposta, sarebbe stato il caso di decretarne la morte cerebrale, come aveva fatto Emmanuel Macron per la Nato nel 2019, tre anni prima dell’invasione russa in Ucraina. Che invece per la Nato fu l’occasione per la rinascita e il successivo allargamento.
Come nel 2022 per la Nato Putin è stato l’indiretto (ma non involontario) rianimatore dell’Europa, o se vogliamo dell’Occidente, visto che nella mega-conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina e nella videoconferenza dei cosidetti “volonterosi” c’erano anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. E la presenza americana, con l’inviato di Trump Keith Kellogg, è una primizia.
Putin ha fatto di tutto per provocare almeno una risposta politica da Roma. Quella economica, di aiuti alla ricostruzione dell’Ucraina, è ancora lontana; ma anche la pace è ancora molto lontana. Il presidente russo lo ha fatto capire chiaramente lanciando nella notte di giovedì, a poche ore dall’apertura dei lavori romani delle 100 delegazioni governative e dei quindici capi di Stato, il secondo più massiccio attacco contro l’Ucraina a quarantott’ore da quello terribile della notte di martedì. Dieci ore di bombardamenti su Kiev e altre cinque città con 18 missili e 400 droni.
Zelensky: "Serve un piano Marshall per ricostruire l'Ucraina. Contiamo sull'Italia"
Questa nuova ondata di attacchi dal cielo ha preceduto di poche ore non solo l’apertura della conferenza di Roma, ma anche l’incontro in Malesia tra i ministri degli Esteri di Russia e Usa, Sergej Lavrov e Marco Rubio. Il colloquio, secondo le fonti russe, è stato “franco e di sostanza”. Il linguaggio ricalca quello dei comunicati dei tempi sovietici, dove “franco” era l’eufemismo per un reciproco scambio di ceffoni. Dopo lo spacconate di Trump, che ha rivelato di aver minacciato Putin di radere al suolo Mosca se avesse attaccato Kiev, era difficile attendersi risultati diversi. Putin non è uno spaccone, è un freddo incassatore (vecchia scuola Kgb). Rubio ha detto che Lavrov gli ha consegnato un nuovo piano per l’Ucraina da sottoporre a Trump. Con ogni probabilità è l’ennesima mossa di quello che è diventato il gioco preferito del presidente russo: menare per il naso il presuntuoso e vanitoso presidente americano.
Il New York Times, citando due persone vicine al Cremlino (rigorosamente anonime, come ovvio), ha scritto che in questo momento “è fuori questione” che Putin accetti non solo un negoziato, ma neppure un cessate il fuoco perché è convinto “che la superiorità sul campo sia crescente e che la difesa ucraina collassi nei prossimi mesi”. Secondo fonti americane, citate sempre dal quotidiano, Putin non si accontenterebbe delle quattro regioni già conquistate e in parte controllate dalla Russia, ma allungherebbe le sue mire ad altre città, compresa Odessa, della cui ricostruzione dovrebbe occuparsi l’Italia (Meloni dixit).
Trump sembra finalmente essersi reso conto che Putin lo mena per il naso da mesi (la frase sulle “stronzate” del russo è un segnale) e comincerebbe a prendere seriamente in considerazione nuove sanzioni, come gli hanno chiesto ieri alcuni capi di governo europei, Meloni compresa, e gli stanno chiedendo da tempo alcuni senatori repubblicani. Potrebbe anche riprendere la fornitura di armamenti cruciali per la difesa aerea dell’Ucraina, bloccati dal Pentagono. Da Roma è arrivato un buon esempio dagli europei. La vicepremier britannica Angela Rayner e il presidente ucraino hanno firmato un accordo, definito “storico” dai media ucraini, per 5mila missili Thales, mentre il cancelliere tedesco Friederich Merz ha annunciato l’intenzione di acquistare missili Patriot dagli Stati Uniti da destinare alla difesa di Kiev.
Dalla duplice conferenza romana, dunque, è arrivata la risposta politica dell’Europa che ci si attendeva. Anche la nascita del fondo europeo di per la ricostruzione è un segnale politico. Keir Starmer ed Emmanuel Macron sono andati addirittura oltre: hanno annunciato da Londra, nella videoconferenza dei “volenterosi”, che è pronto un piano per una forza di peacekeeping quando ci sarà il cessate il fuoco. Che per ora appare molto lontano, così come quel “Piano Marshall” per la ricostruzione invocato ieri da Zelensky. Difficile, viste le intenzioni di Putin, che possa arrivare prima del 2026. Per ora accontentiamoci che la risposta arrivata da Roma sia conforme alla linea enunciata dal presidente Mattarella nel suo incontro con Volodymir Zelensky: c’è un parallelismo tra la sicurezza europea e la sicurezza ucraina. Perché se cade l’Ucraina l’Europa rischia di dover affrontare quello che viene chiamato un “clear and present danger”, un pericolo evidente e imminente. Come ha detto Ursula von der Leyen, concludendo il suo intervento alla conferenza romana, “Slava Ukraini, long live Europe” (Gloria all’Ucraina, lunga vita Europa).