Mentre Marco Mengoni cantava, domenica sera a San Siro, i sessantamila nell’enorme catino non sembravano un pubblico ma un immenso (e intonato) coro, parte integrante del giga-show, enorme dilatazione del palcoscenico e dell’artista. Così accade, quasi sempre, con i concerti negli stadi: si stabilisce una paradossale intimità. La folla non dà un’idea di dispersione e anonimato, ma di comunità e di confidenza. Non sembra una minaccia incombente, ma una compagnia amichevole.
Ero tra i sessantamila, e quella felice comunità di una sera – dal tramonto alla mezzanotte stellata – mi ha colpito per alcune qualità improprie, diciamo così, rispetto ai tempi, o meglio rispetto a come pensiamo che i tempi siano, soprattutto in virtù della loro immagine mediatica. Era una comunità prevalentemente giovane, intanto, compresi i bambini di genitori giovani, quanti ne bastavano per allontanare l’idea, un poco pre-funerea, che questo sia un paese di soli vecchi. Per le esequie, c’è ancora tempo. Ma sop…
Mentre Marco Mengoni cantava, domenica sera a San Siro, i sessantamila nell’enorme catino non sembravano un pubblico ma un immenso (e intonato) coro, parte integrante del giga-show, enorme dilatazione del palcoscenico e dell’artista. Così accade, quasi sempre, con i concerti negli stadi: si stabilisce una paradossale intimità. La folla non dà un’idea di dispersione e anonimato, ma di comunità e di confidenza. Non sembra una minaccia incombente, ma una compagnia amichevole.
Ero tra i sessantamila, e quella felice comunità di una sera – dal tramonto alla mezzanotte stellata – mi ha colpito per alcune qualità improprie, diciamo così, rispetto ai tempi, o meglio rispetto a come pensiamo che i tempi siano, soprattutto in virtù della loro immagine mediatica. Era una comunità prevalentemente giovane, intanto, compresi i bambini di genitori giovani, quanti ne bastavano per allontanare l’idea, un poco pre-funerea, che questo sia un paese di soli vecchi. Per le esequie, c’è ancora tempo. Ma soprattutto: era una comunità gentile. Magari solo per l’occasione – appena rientrato a casa qualcuno tornerà a digitare insolenze nella sua stanzetta, altri litigheranno come si litiga in famiglia –, ma in quel posto e in quel momento niente era fuori posto, dal punto di vista del rispetto reciproco e delle regole della convivenza.
Non ho visto una sola lattina per terra – di quelle che a centinaia inghirlandano i marciapiedi, insieme ai cocci di bottiglia, dopo una qualunque movida di strada. Nei parcheggi di auto e moto, nelle lunghe e pazienti code ai cancelli dello stadio e ai chioschi con cibo e bibite, nelle perquisizioni di ordinanza, nel rapporto con la security e con lo staff, nell’attenzione per le persone e le cose, non un grammo di ansia e di tensione. Molte e molti i sorridenti, poco percepibili (grazie anche all’abbigliamento estivo) le differenze sociali, così da sconsigliare qualunque azzardata individuazione per categorie ormai trite, tipo “popolo” e “ztl”. Un colpo d’occhio forse illusorio, ma in quel momento inconfutabile, di convivenza affiatata e civile tra sconosciuti; di diversi venuti a condividere la stessa emozione; infine, incredibile a dirsi, di pace e di serenità (due ingredienti molto difficili da rintracciare nel discorso pubblico, che è un irto groviglio di problemi, recriminazioni, faziosità).
Sicuramente ognuna delle persone presenti aveva un cahier di rivendicazioni da porre, e un taccuino di dolori personali da scontare. Ma nella comunità, tutto sembrava sciogliersi in una insospettata amicizia reciproca. Un gomito a gomito fitto, ma senza che nessuno potesse urtarsi, farsi del male.
La musica, certo. Ha un potere taumaturgico che pochi umani disconoscono, una potenza “fisica” che scioglie il corpo e risolleva lo spirito. La voce di Mengoni buca le nuvole, e poi le canzoni, si sa, sono alfabeto quotidiano, non c’è quasi momento che qualcuna non ci passi per la testa o non attraversi le nostre orecchie. Le conosciamo e loro conoscono noi, siamo impastati nella stessa materia (l’eros, il ritmo, l’amore, il dolore, la speranza, il sogno e tutte le magnifiche melensaggini che ci portiamo nel cuore). Ma è possibile – veniva da pensare – che ci voglia un concerto in uno stadio (ce ne sono molti, questa estate) per fare di una folla di anonimi una comunità festante, affiatata, gentile?
In tanti, della mia generazione e della mia parte politica, abbiamo passato una vita a denunciare la rimozione del conflitto come il peggiore dei delitti: la società ribolle di conflitti e sopirli, tacerli o negarli, da sempre, è un torto che si fa ai più deboli e ai soccombenti. Ma oggi il conflitto, in questo Paese, nella sua rappresentazione politica quotidiana, quella che assorda e ormai disgusta, e nella sua sfilacciata e sanguinolenta scia sui social, assomiglia a una parodia della conflittualità sociale e politica. Tra gli anatemi e le minacce, nei fatti, poi, poco cambia di concreto negli assetti sociali, i deboli rimangono deboli e i forti, forti, come se gli anatemi e le minacce fossero una recita inoffensiva e anestetica, dichiarazioni da telegiornale, niente di più. Un chiasso di fondo dentro il quale fatichiamo a trovare parole importanti, che ci soccorrano e ci orientino.
Viene dunque il dubbio, una sera a San Siro, ascoltando Marco Mengoni in sessantamila, che la gentilezza e la condivisione (oltre a una necessaria dose di sopportazione reciproca) siano la sola vera diversità residua e consentita, l’unico cambiamento immediatamente riconoscibile: stare insieme e scoprire che è possibile starci con piacere. Sarebbe meraviglioso che qualcos’altro, oltre alla musica che fa girare il mondo, e fa vibrare il cuore, aiutasse noi folla a risentirci comunità, senza chiederci per che partito voti la signora qui accanto che canta “Hola”, e di quali tendenze sessuali sia il ragazzo con i ricci dorati che la canta con lei. Le canzoni, almeno loro, sono uguali per tutti.