✕

Sofri, Violante e la verità

La verità non è di proprietà di qualcuno che può dosarne a piacere la quantità da rivelare all’opinione pubblica e la quota invece da conservare in segreto
2 minuti di lettura

Conoscere una prova decisiva degli autori e dei mandanti di un omicidio e mantenere questa informazione riservata lungo tre decenni per coprire la fonte è un’evidente sproporzione difficile da reggere e da spiegare. Soprattutto se si tratta dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, un delitto politico che ancora pesa, oltre che sulla famiglia, sulla coscienza della Repubblica, anche a distanza di 53 anni e dopo la sentenza definitiva che ha riconosciuto Bompressi e Marino come esecutori e Sofri e Pietrostefani — tutti di Lotta Continua — come mandanti. La sproporzione diventa ancora più forte proprio quando esce dal travagliato iter giudiziario e prende la forma di un rendiconto davanti alla pubblica opinione, che vuole conoscere e capire. E infine lo squilibrio tra il vincolo del segreto e il dovere della verità si rivela insostenibile se il contrasto riguarda un esponente politico, con un evidente dovere di lealtà alla democrazia che supera ogni vincolo di lealtà privata e co…

Conoscere una prova decisiva degli autori e dei mandanti di un omicidio e mantenere questa informazione riservata lungo tre decenni per coprire la fonte è un’evidente sproporzione difficile da reggere e da spiegare. Soprattutto se si tratta dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, un delitto politico che ancora pesa, oltre che sulla famiglia, sulla coscienza della Repubblica, anche a distanza di 53 anni e dopo la sentenza definitiva che ha riconosciuto Bompressi e Marino come esecutori e Sofri e Pietrostefani — tutti di Lotta Continua — come mandanti. La sproporzione diventa ancora più forte proprio quando esce dal travagliato iter giudiziario e prende la forma di un rendiconto davanti alla pubblica opinione, che vuole conoscere e capire. E infine lo squilibrio tra il vincolo del segreto e il dovere della verità si rivela insostenibile se il contrasto riguarda un esponente politico, con un evidente dovere di lealtà alla democrazia che supera ogni vincolo di lealtà privata e confidenziale.

In una lettera a Francesco Merlo, Adriano Sofri ha chiesto a Luciano Violante di chiarire il mistero mai svelato in 32 anni della “fonte” che nel 1993 lo confermò nella sua persuasione di colpevolezza del leader di Lotta Continua. Poiché Violante si appresta a spiegare e commentare la Costituzione in un programma pomeridiano di Raidue, Sofri, che si è sempre dichiarato non colpevole di quel delitto, ritiene che questa sia l’occasione pubblica per un atto di trasparenza utile a far cadere il segreto su una rivelazione giudicata allora dall’ex presidente della Camera una “prova non ostensibile”. Violante, intervistato da Annalisa Cuzzocrea su questo giornale, ribadisce l’esistenza dell’informatore e la volontà di mantenerlo riservato: “Ero convinto della responsabilità di Sofri e avevo una fonte, che non potevo rivelare, che aveva consolidato questa mia convinzione”. Ma oggi, domanda Cuzzocrea, perché non chiarire tutto? “Se una persona mi vincola alla riservatezza — risponde Violante — io rispetto quell’impegno. La serietà non va in prescrizione”.

Sofri ribatte: “Io so che non può esistere alcuna fonte, alcuna prova della mia colpevolezza. Posso tranquillamente invitare Violante a dire quello che crede di sapere. Può chiudere definitivamente la questione dimostrandomi, oltre che mandante di omicidio, mentitore. Lui si ripara dietro un riserbo generico, non professionale. La mia conclusione, a meno di pensare che sia lui stesso la fonte della prova, è che Violante abbia ricevuto una confidenza da qualche inquirente e si sia reso conto, prima o dopo, che si era trattato di una bufala”.

La Costituzione, dunque, come pietra d’inciampo, o come espressione di democrazia allo stato puro, che non tollera zone di oscurità e proprio per questo evidenzia le contraddizioni della nostra storia. Chi se ne fa interprete, può intanto aiutare il Paese a chiarire le ombre di una stagione conclusa ma non archiviata per le troppe domande inevase. Ecco perché il caso politico nato dal delitto Calabresi riemerge, dopo essere stato accantonato o dimenticato per decenni. Dunque, chi era la fonte? O almeno, chi ne riferì all’allora presidente della commissione parlamentare antimafia? E perché proprio a lui? Su cosa si basava l’autorevolezza di questa informazione e la confidenza di questo rapporto? La rivelazione nasceva da una conoscenza diretta dei fatti, o da una voce di riporto? La verità non è di proprietà di qualcuno che può dosarne a piacere la quantità da rivelare all’opinione pubblica e la quota invece da conservare in segreto, dopo aver fatto intendere a tutti che esiste questo accumulo di mistero che incombe sulla vicenda democratica senza svelarsi. Le convinzioni espresse da Violante, si basavano certo sui suoi convincimenti maturati nella vicenda pubblica, ma evidentemente anche su questa riserva privata di verità custodita nell’ombra.

Traslata dal diritto alla politica, la formula della “prova non ostensibile” non regge, ma anzi sembra una maliziosa prefigurazione della mezza verità, che si può affermare senza assumersene la responsabilità. Nel processo penale come nel processo civile e amministrativo l’accesso a una prova può essere limitato per legge o per decisione del giudice ma solo quando si debbano tutelare interessi pubblici essenziali, il segreto investigativo, il segreto di Stato, la riservatezza commerciale. Non è questo il caso. Basta mettere in fila le domande che rinascono oggi, con il peso delle mancate risposte, per capire che è interesse della pubblica opinione sapere, ma è interesse dello stesso Violante chiarire, anche per far finire, come ha scritto Francesco Merlo all’inizio della vicenda, la troppo lunga stagione italiana “del sapere e non dire, del rivelare nascondendo”.

Leggi i commenti