«È come se dalla torre di controllo non mi dicessero in che pista atterrare e allora resto lì, giro in tondo a quota sempre più bassa e non so dove fermarmi, non c’è il mio posto», mi ha detto Cesare Cremonini poco prima di salire sul palco del suo ultimo concerto, l’altra sera allo stadio Olimpico di Roma. Ultimo di un giro d’Italia che ha chiamato a raccolta seicentomila persone. Seicentomila spettatori, e non avere un posto. «Non è stare sul palco il problema, quello mi riesce. È come arrivarci, al palco, e come andarsene. Come fare a ritrovare ogni volta un posto dove non sto comodo, dove qualcosa manca perché so che starei bene lì: nell’assenza di qualcuno e di qualcosa, nel desiderio di quello che non c’è. Nel desiderio, ecco».
L’inquietudine, la pressione delle aspettative, i social addosso. La reputazione, come ti vedono gli altri, l’identità, chi sei davvero. La fragilità di un equilibrio sempre mobile e allora l’esorcismo: il grande rito collettivo, il coro che nomina le pa…
«È come se dalla torre di controllo non mi dicessero in che pista atterrare e allora resto lì, giro in tondo a quota sempre più bassa e non so dove fermarmi, non c’è il mio posto», mi ha detto Cesare Cremonini poco prima di salire sul palco del suo ultimo concerto, l’altra sera allo stadio Olimpico di Roma. Ultimo di un giro d’Italia che ha chiamato a raccolta seicentomila persone. Seicentomila spettatori, e non avere un posto. «Non è stare sul palco il problema, quello mi riesce. È come arrivarci, al palco, e come andarsene. Come fare a ritrovare ogni volta un posto dove non sto comodo, dove qualcosa manca perché so che starei bene lì: nell’assenza di qualcuno e di qualcosa, nel desiderio di quello che non c’è. Nel desiderio, ecco».
L’inquietudine, la pressione delle aspettative, i social addosso. La reputazione, come ti vedono gli altri, l’identità, chi sei davvero. La fragilità di un equilibrio sempre mobile e allora l’esorcismo: il grande rito collettivo, il coro che nomina le paure e le scaccia. Ma per una sera, solo per una sera. E poi? «A volte mentre canto e li guardo, guardo il pubblico, mi chiedo chi siete? Ciascuno di voi, chi è, in questo nostro luna park: siete la vittima o il carnefice? Siete l’amico o il nemico? Chi è giudicato o chi giudica? Se tornassimo tutti a casa la sera con questa domanda allora qualcosa di buono sarebbe successo».
Sì, era solo un concerto. Eppure c’era qualcosa all’Olimpico, l’altra sera, che parla molto semplicemente e insieme molto profondamente del tempo che stiamo vivendo. Dei bisogni, dei pericoli, dei desideri e delle terribili insicurezze, delle paure che sono di tutti: la costruzione di un eroe, per esempio, e la sua sempre possibile imminente demolizione. La volatilità e la ferocia della fama e noi che ci sforziamo di costruirla.
Essere all’altezza delle attese logora, però, in questo teatro: impone una maschera e devi tenerla addosso sempre, non vorrai mica deludere. «Ci sono telefoni dappertutto. Chiunque fotografa chiunque. Non esistono momenti di pace. Bisogna partire, per averne. Andare lontanissimo, viaggiare con un sacco in spalla. Oppure chiudersi in una stanza, ma allora siamo prigionieri». Vale per tutti. Per l’idolo e per ciascuno di noi. Per i ragazzi specialmente, che imitano quel che vedono dagli adulti, e per gli adulti — dunque.
Era solo un concerto, sì, ma c’erano il buio e la luce in quell’arena. C’era quello che ci spaventa e quello che desideriamo. Cesare Cremonini — dico a quei quattro che non lo sapessero — è un cantante e un autore di grande talento, molto popolare, molto amato, molto generoso di sé sulla scena, molto forte e molto fragile. Ha 45 anni, è di Bologna. Ha scritto canzoni magnifiche da quando aveva diciott’anni, continua a farlo. Ha negli occhi e nella musica un fondo di malinconia lucente, una specie di dolore nel sorriso.
Cremonini e Carboni sul palco del Dall'Ara: "Capita anche a te.."
L’altra sera, per il concerto di chiusura, era sul palco con Luca Carboni e Jovanotti, di una quindicina d’anni più grandi di lui: la generazione prima. Carboni ha avuto un tumore, questa stagione segna il suo acclamato ritorno. Lorenzo Cherubini ha avuto un incidente spaventoso e ha il titanio, l’acciaio, non so quale metallo installato al posto delle ossa: è reduce da un tour memorabile. Cremonini ha sofferto di schizofrenia e non è che se ne vadano mai per sempre, quei mostri: impari a tenerli a bada, se sei diligente e se hai fortuna. Tre eroi con il cuore d’Achille. Formidabili idoli fragili.
«Nessuno vuol essere Robin dice “tutti con il numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori”. Quando l’ho scritta ero in bilico sul vuoto. Certe canzoni o le scrivi o muori». Quando sei davanti a centinaia di migliaia di persone si generano campi di energia e ciascuno, ogni artista, ha il suo. C’è stato un momento in cui Cremonini e Jovanotti hanno cantato insieme L’ombelico del mondo.
Erano in grazia, entrambi. Ma Jovanotti moltiplica l’energia del pubblico, la riverbera, restituisce solo luce. È uno specchio. Cremonini la assorbe, quell’energia. La trattiene, incorpora il bene e il male. È un filtro, una spugna. È radicalmente diverso, parimenti stupefacente. Ecco cosa c’era di così interessante, all’Olimpico. Il pubblico di Cremonini non è il suo fan club, non è detto che gli somigli. Siamo tutti, così diversi: anche scettici, anche distratti, anche feroci, anche bui. Siamo il mondo com’è. Ma poi quale mondo, il mondo com’è?
«Ne conosco almeno quattro, di mondi. Quello sicuro, protetto, degli alberghi dove faccio colazione, dei luoghi dove studio e lavoro in gruppo. Anche in questo mondo devo fare attenzione: devo ricordarmi ogni mattina chi sono e dove sto andando, non lasciarmi portare dove mi spingono, certo con le migliori intenzioni, a fare quello che “funziona”. Non devo fare quello che funziona, devo fare quello che mi è necessario. Tornare sempre da capo. Il secondo mondo è quello che vedo in tv e leggo sui giornali: la vigilia dell’Apocalisse. Il terzo mondo è quello del palco, dei concerti. Lo show. È un carburante formidabile, ma quando finisce ti lascia completamente solo. Terribilmente solo. Il quarto mondo è quello dei social, ed è terribile. Ti può distruggere in un attimo. Devi metterti al riparo».
Sì, ma come ci si mette al riparo. E poi: nessuno dei quattro mondi è un posto dove fermarsi, nessuno è casa. «Bisogna trovare un metodo. Farsi aiutare, se necessario, io lo faccio. E poi ascolto Rai Storia. Sempre. La tengo sempre accesa, è il mio suono di fondo. Mentre cucino, mentre scrivo. Sento i grandi giornalisti del passato parlare con quella competenza, quella calma, quel tono. Sento le risposte delle persone. Bellissimi documentari sui fatti della storia. Mi fa stare meglio. Mi fa tornare a un tempo prima del mio, pur senza averlo vissuto lo rimpiango. Quel rispetto, quel tempo dell’attesa. È come se me lo ricordassi. Io sono stato educato per vivere in un mondo che non esiste più. Ne sono orfano: di quelle voci, di quei modi. Così cerco, cerco. Continuo a cercare».
Chissà quanti orfani, nella moltitudine dello stadio Olimpico: di senso, di bellezza, di orizzonti. Di un posto dove andare, o tornare. «Sarebbe bello uscire dal concerto con una domanda», dice Cremonini. Cosa possiamo fare per ricostruire grazia, bellezza. La musica, certo, per cominciare. Meno male che la musica c’è.