L’annullamento del concerto nella Reggia di Caserta, diretto dal russo Valery Gergiev, è una piccola, ma importantissima vittoria. Non della democrazia, non esageriamo, pur se lo è di una certa idea di democrazia; e nemmeno della resistenza ucraina contro l’invasione dell’esercito di Mosca.
È, piuttosto, una piccola ma importantissima vittoria delle vittime. Ovvero della moltitudine di oppressi, carcerati, uccisi — ucraini e dissidenti russi — che, nell’enormità dello scontro geopolitico e della guerra tra apparati militari e sistemi tecnologici, sembrano scomparire.
Eppure, ogni volta che riescono a far udire la propria voce, come un assoluto etico, le vittime esprimono una incoercibile ragione. È proprio quel sentimento che vibra nella lettera di Yulia Borisovna Abrosimova, vedova di Alexei Navalny, pubblicata da Repubblica il 15 luglio scorso: una forza morale non discutibile, non trattabile, non suscettibile di mediazioni o compromessi. Una voce in apparenza pre-politica, in qua…
L’annullamento del concerto nella Reggia di Caserta, diretto dal russo Valery Gergiev, è una piccola, ma importantissima vittoria. Non della democrazia, non esageriamo, pur se lo è di una certa idea di democrazia; e nemmeno della resistenza ucraina contro l’invasione dell’esercito di Mosca.
È, piuttosto, una piccola ma importantissima vittoria delle vittime. Ovvero della moltitudine di oppressi, carcerati, uccisi — ucraini e dissidenti russi — che, nell’enormità dello scontro geopolitico e della guerra tra apparati militari e sistemi tecnologici, sembrano scomparire.
Eppure, ogni volta che riescono a far udire la propria voce, come un assoluto etico, le vittime esprimono una incoercibile ragione. È proprio quel sentimento che vibra nella lettera di Yulia Borisovna Abrosimova, vedova di Alexei Navalny, pubblicata da Repubblica il 15 luglio scorso: una forza morale non discutibile, non trattabile, non suscettibile di mediazioni o compromessi. Una voce in apparenza pre-politica, in quanto originata da una pulsione emotiva, ma così potente da giungere a interpellare la politica nel suo fondamento costitutivo: la scelta tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.
Tutto il resto viene palesemente dopo: considerazioni tattiche e preoccupazioni diplomatiche, affermazioni di principio e dilemmi filosofici sul concetto di libertà. Tutto ciò si è dovuto inchinare davanti al richiamo, tragico e imperioso, di una vedova di 48 anni, madre di due figli.
Non solo. Penso comunque che un qualche legame, nemmeno troppo esile, tra l’annullamento del concerto e il buon funzionamento del sistema democratico esista davvero. La democrazia non è solo un insieme di regole, un complesso di garanzie e di limiti, un’organizzazione di tutela di tutte le libertà. Non è un semplice regolamento del gioco politico democratico, neutro e neutrale. È tutto questo, ma è anche uno spazio di conflitto, di competizione tra valori contrapposti, di capacità di giudizio e di sanzione.
In altri termini, la democrazia deve consentire l’espressione di idee anche antidemocratiche, ma non può rinunciare a valutarle politicamente e moralmente e a combatterle come nemiche.
Ora, non c’è dubbio alcuno che Valery Gergiev sia un grande direttore d’orchestra, ma è altrettanto certo che le sue azioni, e non solo le sue idee, siano altrettanti crimini, in quanto egli «è un promotore della politica criminale di Putin, suo complice e fiancheggiatore» (Julija Navalnaja).
Insomma, quel direttore d’orchestra è parte integrante della “guerra di Putin”. E non da ieri, ma sin dai tempi delle offensive belliche contro la Cecenia e contro la Georgia. Insomma, stiamo parlando di un attivissimo agente dell’imperialismo russo, considerato quanto nella strategia del Cremlino contino la propaganda, la produzione culturale, l’interferenza con le agenzie di formazione del senso comune, la manipolazione delle mentalità e delle coscienze.
Sia chiaro, non c’è nel rifiuto verso Gergiev la minima traccia, nemmeno la più piccola, di un atteggiamento russofobico: nessuna tentazione razzistica e nessun pregiudizio verso l’immenso patrimonio culturale di quel paese. Nulla, per capirci, di ciò che ha ispirato la decisione (poi ritrattata) dell’Università di Milano Bicocca di annullare il corso su Dostoevskij tenuto da Paolo Nori.
Qui nulla del genere. L’atto morale di una vittima ha determinato l’atto politico che, attraverso un atto amministrativo, intende sanzionare un nemico della democrazia.
Nelle scorse settimane, a favore del concerto di Gergiev, si sono espressi in tanti. La gran parte, ahinoi, ha addotto le stesse motivazioni portate a sostegno della presunta “volontà di pace” di Vladimir Putin e della necessità di un atteggiamento di appeasement nei suoi confronti. Si tratta, in tutta evidenza, di paccottiglia, e come tale va trattata. Chi invece ha esposto sul tema una posizione opposta a quella sostenuta da questo giornale, ma in modo intelligente, è stato Mattia Feltri su La Stampa.
Il suo ragionamento lo porta a elaborare una sorta di “paradigma Céline”: «Non mi importa nulla, quando mi lascio travolgere dalla prosa di Louis-Ferdinand Céline, che fosse uno sguaiato antisemita» (e lo stesso varrebbe, tra gli altri, per von Karajan, Márquez, Sartre, Moravia, Brecht e i relativi rapporti con altrettanti tiranni).
La tesi è suggestiva, ma non risponde a una essenziale esigenza di prospettiva storica. Il nazismo è crollato nel 1945 e Céline è morto nel 1961. Il suo antisemitismo resta inalterato e ripugnante, ma il suo “pensiero negativo” e la sua metafisica dell’odio («Vivo ancora più di odio che di pasta asciutta») sono ineludibili pietre d’inciampo (e di drammatica riflessione) per la cultura democratica contemporanea. E come può un cittadino europeo mediamente colto parlare di pace se non ha avuto occasione di conoscere l’inedito céliniano Guerra, pubblicato in Italia da Adelphi? Vale lo stesso per Valery Gergiev?
Infine, un paradosso che non è un paradosso. Nel caso che due membri del governo Netanyahu, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il già ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, entrambi motivatamente accusati di razzismo, rivelassero straordinarie doti canore, li inviteremmo a esibirsi nel loro repertorio tenorile al Teatro dell’Opera di Roma? Magari in nome dell’indipendenza dell’arte.