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Sulla vita decidiamo noi

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Laura Santi ha trasformato il suo corpo devastato dal male in un magistero mostrandoci che spetta solo al malato la libertà di decidere come incontrare il proprio limite. Le sue parole ci obbligano a scegliere da che parte stare
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La lettera-testamento con la quale Laura Santi ha deciso di congedarsi dalla vita, scritta con una straordinaria lucidità che contrasta con il momento tragico di questa ultima scelta, non può essere considerata un epilogo. Il suo ultimo gesto non è stato di chiusura ma di apertura. In primo piano non è, infatti, la morte ma la vita e il suo diritto a poter essere vissuta degnamente sino alla fine.

In gioco non è il rifiuto della vita nel nome della morte, ma un appello affinché sia salvaguardata la possibilità di una vita che possa preservare sino al suo termine la propria umanità. Si tratta di un gesto di chi reclama il diritto a morire non come un animale braccato dal male, ma come un soggetto che decide quale è il limite della propria resistenza.

Se leggiamo con attenzione questa ultima lettera-testamento non si può ignorare ancora una volta la violenza con la quale la malattia ha strappato Laura dalla propria vita e in seguito la sua tenace resistenza durata anni, settimane, gi…

La lettera-testamento con la quale Laura Santi ha deciso di congedarsi dalla vita, scritta con una straordinaria lucidità che contrasta con il momento tragico di questa ultima scelta, non può essere considerata un epilogo. Il suo ultimo gesto non è stato di chiusura ma di apertura. In primo piano non è, infatti, la morte ma la vita e il suo diritto a poter essere vissuta degnamente sino alla fine.

In gioco non è il rifiuto della vita nel nome della morte, ma un appello affinché sia salvaguardata la possibilità di una vita che possa preservare sino al suo termine la propria umanità. Si tratta di un gesto di chi reclama il diritto a morire non come un animale braccato dal male, ma come un soggetto che decide quale è il limite della propria resistenza.

Se leggiamo con attenzione questa ultima lettera-testamento non si può ignorare ancora una volta la violenza con la quale la malattia ha strappato Laura dalla propria vita e in seguito la sua tenace resistenza durata anni, settimane, giorni, a un dolore che non le lasciava tregua.

Dovremmo allora santificare quel dolore, imporlo come una purificazione dell’anima dai suoi peccati, secondo una follia teologica che fa del dolore stesso il segno di una impurità morale? Non è stato proprio Giobbe, in realtà, a denunciare per primo questa impostura? Il male non è segno di una impurità perché può colpire anche la vita dei giusti e degli innocenti. Non è, dunque, solo un pregiudizio religioso che impedisce che si pratichi un atto di pietas autentico che possa alleviare la vita di chi soffre senza alcuna speranza di guarigione?

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Il dolore e la malattia che non lasciano scampo non sono il segno di un significato recondito, ma solo di una aspra avversità che può costringerci alla resa. Il rifiuto di chi sceglie il suicidio assistito non è mai rifiuto della vita, ma è rifiuto di ridurla a una vita già morta. Se Laura Santi ha compiuto questa scelta drammatica è perché la sua vita non aveva più ai suoi occhi i tratti fondamentali della dimensione umana, perché era divenuta semplicemente una vita impossibile da sopportare.

Ma si tratta di una resa che non è affatto una capitolazione. Piuttosto è la rivolta alla retorica tossica della “lotta” che trasforma il malato in un gladiatore costretto a combattere per il voyeurismo di chi magari non conosce quel dolore senza scampo e si permette di giudicarlo considerandolo come necessario.

Ma necessario a cosa? Nessun sostenitore dell’eutanasia pretenderebbe di imporla come la sola scelta possibile. È solo il soggetto sofferente e senza speranza che dovrebbe poter domandare liberamente di essere accompagnato a lasciare una vita divenuta irriconoscibile perché fonte continua di strazio.

L’esperienza umana del limite non può essere, come tale, normata universalmente. Ciascuno deve avere la possibilità di confrontarvisi in totale libertà. Esiste un giusto modo di morire? La morte giusta sarebbe la morte naturale? Ma ogni soggetto non si umanizza proprio nel separarsi dall’immediatezza dell’istinto animale facendosi responsabile della propria vita? Per questo il suicidio è un atto tanto tragico quanto massimamente umano. Si dovrebbe sempre nutrire rispetto nei confronti di chi si consegna alla morte perché straziato da una malattia che non può essere curata.

Il legislatore terrà conto adeguatamente di questo principio? Se Laura Santi ha deciso con la sua lettera-testamento di rendere la sua morte un evento pubblico è per testimoniare la necessità di salvaguardare la dimensione umana della vita e non per sponsorizzare la morte come soluzione al dolore della vita. Anzi scrive di avere goduto della vita sino alla fine, fino all’ultimo e che sicuramente ne avrebbe voluta ancora se non fosse stata schiacciata dai dolori estenuanti imposti dalla malattia.

Come è possibile non esserle vicini, non essere solidali con la sua scelta, non sentirsi uniti a tutte le persone che le sono state al fianco, che ha amato e che ringrazia nelle sue ultime parole? Il supplizio di una vita fatta di dolore e di mancanza assoluta di speranza rende la sua negazione un paradossale atto vitale. In questi casi, come ho già avuto modo di scrivere sulle pagine di questo giornale, la morte stessa può diventare un dono. Diversamente l’accanimento terapeutico può essere considerato come una nuova forma efferata di biopotere che scambia la sopravvivenza con il diritto alla vita.

Laura Santi ha trasformato il suo corpo devastato dal male in un magistero mostrandoci che spetta solo al malato la libertà di decidere come incontrare il proprio limite. Non come uno schiavo incatenato a macchine o a cure palliative che non possono più lenire il dolore.

Nella sua lettera-testamento non c’è solo l’inevitabile tristezza di chi ha dovuto lasciare prematuramente i suoi affetti e la sua stessa esistenza, ma c’è anche un gesto politico coraggioso che ci ricorda che le leggi servono a tutelare l’umanità dell’essere umano e non a violarla sadicamente.

Le sue parole ci obbligano a scegliere da che parte stare: dalla parte di chi pretende di imporre la propria misura di vita dignitosa agli altri o dalla parte di chi reclama il diritto di ciascuno di confrontarsi liberamente con il proprio limite?

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