La chiamano riforma quella della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ma è un regolamento di conti con la magistratura. Una vendetta a tal punto desiderata, cullata, attesa, da mostrarsi per quella che è. Un feticcio che tradisce e svela l’impotenza ipocrita della politica nell’affrontare anche una sola delle emergenze della giustizia penale (i tempi dei processi, le carceri).
Così come lo sgangherato furore ideologico di questa destra al governo e un’agenda di cristallina impronta autoritaria che immagina di ridefinire l’equilibrio e l’indipendenza tra i poteri dello Stato — esecutivo, legislativo, giudiziario — rispettando formalmente la lettera della Costituzione, ma svuotandone di fatto i princìpi che di quell’indipendenza sono il presidio e che la garantiscono.
Sia chiaro, discutere di separazione delle funzioni tra giudici e pm e dunque degli strumenti che in un processo accusatorio devono garantire la terzietà del giudizio di merito rispetto a ogn…
La chiamano riforma quella della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ma è un regolamento di conti con la magistratura. Una vendetta a tal punto desiderata, cullata, attesa, da mostrarsi per quella che è. Un feticcio che tradisce e svela l’impotenza ipocrita della politica nell’affrontare anche una sola delle emergenze della giustizia penale (i tempi dei processi, le carceri).
Così come lo sgangherato furore ideologico di questa destra al governo e un’agenda di cristallina impronta autoritaria che immagina di ridefinire l’equilibrio e l’indipendenza tra i poteri dello Stato — esecutivo, legislativo, giudiziario — rispettando formalmente la lettera della Costituzione, ma svuotandone di fatto i princìpi che di quell’indipendenza sono il presidio e che la garantiscono.
Sia chiaro, discutere di separazione delle funzioni tra giudici e pm e dunque degli strumenti che in un processo accusatorio devono garantire la terzietà del giudizio di merito rispetto a ogni possibile interferenza o sbilanciamento tra una delle parti, non solo è legittimo, ma è a tal punto patrimonio trasversale della riflessione politica degli ultimi vent’anni che la riforma Cartabia voluta dal governo Draghi (votata anche dalla sinistra) già oggi limita il passaggio di un magistrato dall’una all’altra funzione (giudicante e requirente) a una sola volta e soltanto nei primi nove anni di carriera.
Dunque, perché insistere nel separare giudice e pubblico ministero consegnandoli non solo a due carriere separate, ma a due organi di autogoverno diversi e a un potere disciplinare assegnato a un’Alta Corte i cui membri, per i quattro quinti, sono estratti a sorte?
Nell’avvilente retorica che ha accompagnato in Senato la discussione e l’approvazione in prima lettura del disegno di legge costituzionale si sono scomodate a sproposito le categorie nobili del pensiero liberale ignorando, o fingendo di ignorare, che la nuova architettura dell’ordinamento giudiziario delineata dalla riforma ci consegnerebbe un pubblico ministero ridotto, per come lo immagina il ministro Nordio, ad “avvocato della polizia”. In quanto tale, condizionato e orientato nelle sue scelte processuali, nell’esercizio stesso dell’azione penale, da priorità e scelte maturate nelle questure e nelle caserme. Riportando così l’orologio della giurisdizione del nostro Paese a un’altra Italia. Quella di una magistratura inquirente implacabile con i deboli e felpata con i forti.
E dire che la riforma del nostro processo penale da inquisitorio ad accusatorio — questa sì una riforma epocale — proprio nell’emancipazione del pubblico ministero dalla tutela delle polizie aveva individuato uno dei cardini a garanzia non solo di ogni cittadino, ma dell’autonomia e indipendenza sostanziale del pubblico ministero da ogni possibile condizionamento. Il nuovo processo penale ci ha consegnato un magistrato dell’accusa che governa il lavoro inquirente delle polizie, ne indirizza le indagini e non le subisce. Quello che oggi i sedicenti liberali architetti della riforma vogliono è il contrario.
O forse no. O forse chi lo sa. Perché come accade agli apprendisti stregoni, per giunta costretti a dissimulare le ragioni politiche di questa manomissione a maggioranza della Costituzione, la riforma non ha il coraggio né di abbracciare una soluzione costituzionale adottata nei Paesi di common law come gli Stati Uniti, dove a sostenere la pubblica accusa non sono magistrati, ma avvocati (attorney) eletti dal popolo (voto da cui traggono la loro legittimazione e dunque la discrezionalità nell’esercizio dell’azione penale), né di trasformare il pm in organo dell’esecutivo, magari sul modello “ibrido” francese.
Al contrario, partorisce un nuovo pubblico ministero Frankenstein che da un lato si vorrebbe “finalmente parte” e dunque “avvocato della polizia”, ma dall’altra, nella sua veste di magistrato, tenuto al dovere di “accertamento della verità” e dunque di ricerca anche degli elementi a discolpa dell’indagato. Obbligo che si fatica a immaginare una volta diviso l’ordinamento giudiziario e la cultura dei magistrati che vi appartengono come una mela.
Come in ogni impostura, le gambe di questa riforma sono corte e malferme. Ma di qui al referendum che ne deciderà il destino sarà utile non dimenticare che in gioco non c’è nulla dell’armamentario retorico che la accompagna. Più semplicemente, c’è una parte significativa delle nostre libertà e degli strumenti a garanzia del principio di uguaglianza di fronte alla legge.