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Se Gergiev diventa il perseguitato

Valerij Gergiev (agf)

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Il fatto è che la guerra è in corso. Forse la libertà non è un principio astratto. E non si fa un buon servizio nemmeno all’arte se le si toglie il pungolo del suo significato civile, politico e pubblico
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«Una persecuzione senza precedenti»: persecuzione non degli ucraini, da anni sotto le bombe, non degli abitanti di Kharkiv o di Mariupol o dei bambini deportati in Russia, ma di Valerij Abisalovic Gergiev, tra i più grandi direttori di orchestra viventi, il cui concerto alla Reggia di Caserta è stato bruscamente annullato.

A parlare di persecuzione è stata la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, per la quale è scandaloso che Gergiev non possa esibirsi dinanzi al pubblico italiano. Ora, dov’è lo scandalo?

Eviterei di apprenderlo dalle parole della portavoce, per la quale lo scandalo starebbe in ciò, che un Paese come l’Italia vieti l’esecuzione di un concerto con brani di Cajkovskij, in cui si celebrano «i valori tradizionali che la Russia difende: l’amore, il bene, la verità, la giustizia». Bene, brava, bis.

Dopodiché la questione è altra: non quei valori, non la tradizione né come la Russia eterna la difenda, non la musica classica né, ovviamente, Cajko…

«Una persecuzione senza precedenti»: persecuzione non degli ucraini, da anni sotto le bombe, non degli abitanti di Kharkiv o di Mariupol o dei bambini deportati in Russia, ma di Valerij Abisalovic Gergiev, tra i più grandi direttori di orchestra viventi, il cui concerto alla Reggia di Caserta è stato bruscamente annullato.

A parlare di persecuzione è stata la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, per la quale è scandaloso che Gergiev non possa esibirsi dinanzi al pubblico italiano. Ora, dov’è lo scandalo?

Eviterei di apprenderlo dalle parole della portavoce, per la quale lo scandalo starebbe in ciò, che un Paese come l’Italia vieti l’esecuzione di un concerto con brani di Cajkovskij, in cui si celebrano «i valori tradizionali che la Russia difende: l’amore, il bene, la verità, la giustizia». Bene, brava, bis.

Dopodiché la questione è altra: non quei valori, non la tradizione né come la Russia eterna la difenda, non la musica classica né, ovviamente, Cajkovskij, bensì il ruolo politico del maestro Gergiev, la sua prossimità al regime di Putin; la sua complicità, anzi, e il suo fervente appoggio all’«operazione militare speciale» scatenata dal Cremlino in Ucraina.

Ma l’arte? Ma la libertà artistica? Ma il liberalismo come metodo della separazione, che distingue e separa l’etica dall’estetica, e tanto più l’estetica dalla politica? Pare a taluni che impedire a Gergiev di dirigere a Caserta equivalga a una lesione del sacrosanto principio della libertà d’espressione e a una dimostrazione che le celebrate democrazie liberali non sono poi così diverse dai deprecati regimi autoritari.

Ma, a parte l’evidente diversità tra come si vive a Roma e come si vive a Mosca, non bisognosa di particolari dimostrazioni, vediamo pure di fare, come sempre si fa nelle questioni di principio, opera di distinzione.

Anzitutto l’annullamento del concerto di Gergiev non è parte di una campagna che impone il ritiro dai negozi di dischi delle incisioni del grande maestro russo o la censura per i grandi romanzi di Dostoevskij o di Tolstoj. Dalle piattaforme streaming non sono scomparsi né le canzoni né i film russi.

In secondo luogo non c’è bisogno neppure di scomodare l’antisemitismo di Céline o il filonazismo di von Karajan per dire che, se applicassimo standard etici alle loro produzioni, ce ne dovremmo puramente e semplicemente privare. Sarebbe una grave sciocchezza, certo. Ma domando: se foste a Londra, nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, lo mandereste un bel biglietto di invito all’uno o all’altro, in nome della libertà dell’arte?

Il fatto è che la guerra è in corso, i droni colpiscono le città ucraine, e Gergiev è felice delle imprese dell’amico Putin, che spalleggia attivamente: forse aspettare a compiere un gesto di amicizia quando sarà stata firmata almeno una fragile tregua non sarebbe insensato. Forse neanche la libertà è un principio astratto, che vale indipendentemente dalle circostanze concrete in cui si esercita o da gesti di solidarietà che mostrino dove si ritiene che stia il torto e dove la ragione.

In terzo luogo il liberalismo che marca la nostra civiltà è un liberalismo positivo, non una forma di indifferente agnosticismo. Altrimenti non leggeremmo in Costituzione che la Repubblica tutela, favorisce, rimuove, promuove. Vale a riguardo dei diritti, politici civili e sociali, ma pure a proposito della cultura, delle arti o delle scienze, senza che questo comporti necessariamente illiberalismo, paternalismo o autoritarismo.

Naturalmente contano i modi e le forme, il rispetto del pluralismo, il controllo di una Suprema Corte. Ma, detto ciò, udite udite: persino un Paese liberale — anche un Comune, anche una Regione — può avere una politica culturale e compiere delle scelte. Per essere poi apprezzato o criticato per esse.

In quarto e ultimo luogo sfido chiunque a leggere la storia dell’arte e della letteratura del Novecento espungendo da essa militanza, ideologia, ingerenza. Da entrambi i lati, della politica verso l’arte e dell’arte verso la politica, altrimenti perché tutti quei manifesti, quelle scuole o quelle riviste? Questo non significa che sia stato un bene o che questa storia non sia piena di orrori, ma saperlo ci rende più facile riconoscere il significato propagandistico (per la Russia, per Putin e per Zakharova) dell’esibizione di Gergiev.

Del resto non si fa un buon servizio nemmeno all’arte se le si toglie il pungolo del suo significato civile, politico e pubblico. Chiuderla in un recinto perché si esprima liberamente, a patto però di non significare nulla per il resto della società, non dovrebbe essere un ideale nemmeno per Gergiev. Di sicuro non lo è per chi non si limita a credere retoricamente nella libertà, ma ne conosce così bene il valore da assumerne la difesa. Altrimenti, nella nuova guerra ibrida condita di fake news made in Moscow, attacchi cibernetici e propaganda putiniana, che si farà, si lascerà campo libero a qualunque impresa in nome appunto della sua libertà?

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