Macron, una scossa per Gaza
di Massimo GianniniÈ senz’altro vero, come scrive Emmanuel Carrère, che in Francia detestare Macron è “uno sport nazionale”. Ed è ancora più vero che il presidente francese raschia il fondo del barile dell’ormai svanito esprit jupitérien che aveva promesso a inizio mandato. Ma il riconoscimento dello Stato palestinese, in un tornante così tragico della Storia, è una mossa avventurosa e al tempo stesso coraggiosa.
L’aveva già fatta la Spagna di Sánchez, a maggio, insieme a Irlanda, Norvegia e altri 140 Paesi. Le reazioni innescate dall’annuncio dell’Eliseo dimostrano che quell’atto, temerario quanto si vuole, può cambiare l’inerzia in Medio Oriente.
La risposta di Netanyahu è ovvia e rabbiosa: parla di «premio al terrore» e di «trampolino di lancio per annientare Israele». Quella di Trump, attraverso Marco Rubio, è sorpresa e adirata: parla di «ostacolo alla pace» e di «schiaffo in faccia alle vittime del 7 ottobre». Hamas passa all’incasso e questo certo non aiuta: parla di «passo positivo» e di «gius…
È senz’altro vero, come scrive Emmanuel Carrère, che in Francia detestare Macron è “uno sport nazionale”. Ed è ancora più vero che il presidente francese raschia il fondo del barile dell’ormai svanito esprit jupitérien che aveva promesso a inizio mandato. Ma il riconoscimento dello Stato palestinese, in un tornante così tragico della Storia, è una mossa avventurosa e al tempo stesso coraggiosa.
L’aveva già fatta la Spagna di Sánchez, a maggio, insieme a Irlanda, Norvegia e altri 140 Paesi. Le reazioni innescate dall’annuncio dell’Eliseo dimostrano che quell’atto, temerario quanto si vuole, può cambiare l’inerzia in Medio Oriente.
La risposta di Netanyahu è ovvia e rabbiosa: parla di «premio al terrore» e di «trampolino di lancio per annientare Israele». Quella di Trump, attraverso Marco Rubio, è sorpresa e adirata: parla di «ostacolo alla pace» e di «schiaffo in faccia alle vittime del 7 ottobre». Hamas passa all’incasso e questo certo non aiuta: parla di «passo positivo» e di «giusta direzione per rendere giustizia al popolo palestinese oppresso», che detto da chi ha a sua volta contribuito a quell’oppressione e si è fatto scudo di quel popolo dà la misura di quanto sia rischiosa la scommessa francese.
Ma la rupture di Macron, almeno, ha il pregio di aver scosso il legno storto e rinsecchito dell’Occidente di fronte all’inferno sulla terra scatenato dal governo israeliano e all’ennesimo stop dei negoziati a Doha.
Da quella trattativa — a parte il tronfio tycoon americano — nessuno si aspetta granché. La pace non la vuole Netanyahu (che ha trasformato la guerra in leva di potere e metodo di governo) e ancora meno la vogliono i terroristi di Hamas (che sul macabro rito del rilascio degli ostaggi costruiscono la loro propaganda di morte e per questo ora pretendono il rilascio non più di 1.350 ma 2.200 detenuti palestinesi).
Tutto è fermo, fuorché le bombe dell’Idf. Per questo il vertice a tre Parigi-Berlino-Londra dimostra che qualcosa si muove nell’Europa dei sonnambuli, dove ormai dormono i canoni etici, i codici giuridici, i canali diplomatici.
Finora Merz ha rifiutato di muovere passi sul sentiero che la Francia percorrerà da qui a settembre, quando formalizzerà all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese: per la Germania le ferite della Shoah non saranno mai del tutto rimarginate, per questo rifugge da ogni decisione che possa farle sanguinare ancora. La stessa resistenza l’ha mostrata Starmer, che tuttavia ora sembra più possibilista: senza rinnegare apertamente la Brexit, il Regno Unito si riavvicina a Bruxelles anche a costo di allontanarsi da Washington.
Resta da capire, ancora una volta, da che parte sceglierà di stare l’Italia, finora diligentemente allineata all’asse Trump-Netanyahu. La dottrina del “ma anche” appena ribadita da Tajani è puro artificio retorico: dopo la svolta francese ripetere che siamo per i “due popoli due Stati” e che il riconoscimento dello Stato palestinese deve avvenire in contemporanea con quello di Israele da parte di Hamas è una cinica fuga dalla realtà, giusto per darsi una ripulita alla coscienza.
Meloni si può anche crogiolare tra le copertine di Time e Die Welt. Ma su Gaza siamo scandalosamente fermi alle poche e vaghe parole pronunciate dalla premier in Parlamento il 7 maggio, quando si è limitata a dire «non abbiamo condiviso alcune scelte del governo israeliano». Nel frattempo, nonostante 18 mesi di smentite farlocche, le nostre forniture d’armi a Israele non si sono mai interrotte: sotto l’egida del ministero della Difesa a inizio luglio abbiamo riavviato il patto di cooperazione bilaterale tra imprese italiane e rappresentanti militari di Tel Aviv, interessati a comprare i nostri sistemi dual use.
Tutto questo succede mentre nella Striscia i bambini non muoiono più solo per i missili israeliani, come accade da 658 giorni. Le foto strazianti di Mohammed ridotto a un mucchietto di ossa e di sua madre Hidaya, raccontata da Fabio Tonacci su Repubblica, sono punti di non ritorno.
Come accadde per Alan Kurdi — il piccolo siriano annegato sul bagnasciuga di Bodrum nel 2015 — certe immagini sono più che l’allegoria di un dolore. Da Erode in poi la violenza e la morte inflitte ai bambini segnano più di ogni altra cosa il confine tra l’umano e il disumano. Valicato quel limite, non c’è più nulla che può tenere insieme una civiltà, una società, una comunità.
Israele lo sa perché ha patito sulla sua carne l’orrore di Auschwitz. Nonostante questo Netanyahu usa ormai anche la fame come strumento di guerra. E alle porte della nostra labile memoria bussano fantasmi che credevamo sepolti con il Novecento: l’Olocausto hitleriano, l’Holodomor staliniano. Sull’onda dello sdegno universale il governo di Tel Aviv concede il lancio di viveri alla popolazione, come il buon fattore che tira ghiande nel trogolo: ma ci tiene a precisare che «non c’è nessuna carestia».
Dice il cardinale Lojudice, amico di Prevost: «C’è chi si è stracciato le vesti leggendo la parola “genocidio” usata da Francesco in un libro, ma a Gaza siamo oltre la follia, è all’opera il male più sfrenato, l’uccisione di bambini in fila per un pugno di riso grida giustizia a Dio».
Ha ragione lui (anche se papa Leone, per gridare più forte, ha aspettato che una bomba ferisse padre Gabriel Romanelli). Ce l’ha sicuramente sulla strage degli innocenti massacrati mentre cercano cibo, ma a questo punto viene il dubbio che ce l’abbia anche sul “genocidio” temuto a suo tempo da Bergoglio. E che con lui ce l’abbia anche e soprattutto Francesca Albanese, relatrice delle Nazioni Unite per i Territori occupati, sanzionata e indegnamente lapidata dai falchi della Casa Bianca e della Knesset.
Chiamatela come volete la macelleria quotidiana di Gaza: fa paura comunque un ministro israeliano come Eliyahu che, scavalcando ancora più a destra gli Smotrich e i Ben-Gvir, tuona «stiamo spingendo perché Gaza venga cancellata, tutta la Striscia sarà ebraica, grazie a Dio». Una carneficina con la benedizione divina. Ormai la religione non è più oppio dei popoli ma instrumentum regni.
Non servono i sondaggi per sapere che buona parte dell’opinione pubblica sa distinguere tra chi abita Israele e chi la governa, rifiuta l’equazione “critica politica=antisemitismo”, giudica imprescindibile il diritto all’esistenza di quella democrazia. Ma proprio per questo considera non più tollerabile la mattanza di oltre 60 mila civili inermi in Palestina: ormai non è più una reazione o una vendetta per il barbaro pogrom del 7 ottobre. Siamo oltre.
Sta in noi, adesso, far durare questa indignazione crescente e tradurla in mobilitazione permanente. Vale per tutte le persone di buona volontà, per le sinistre europee, per il Pd. La comunicazione conta, ma l’azione di più. Servono iniziative concrete, piazze piene, delegazioni parlamentari al valico di Rafah armate di sacchi di pane e disposte a farsi respingere in mondovisione dalle truppe di Tsahal.
E alla fine serve anche la sfida di Macron. Rompe l’ignavia pelosa e vergognosa delle élite occidentali che da anni — di fronte alle sofferenze infinite di due milioni di disperati — scimmiottano la regina Maria Antonietta: «Hanno fame? Mangino sabbia».