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Gaza, la fame e la guerra

Gaza City, 26 luglio: palestinesi in coda per il cibo (reuters)

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Nell’eterno conflitto del Medio Oriente assistiamo ogni giorno in diretta alla fame come causa di morte. Una fame attiva, contemporanea, dunque politica e come tale non eludibile quando ci interpella, per una ragione fondamentale: può essere affrontata, fermata e risolta. Dipende anche da noi
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Poiché la guerra è un atto estremo, capace di spogliare gli avvenimenti di tutte le sovrastrutture che li definiscono, li interpretano e li manipolano, per restituirceli nella durezza del reale, oggi ci troviamo di fronte all’incubo primitivo dell’umanità, riemerso dal primordiale: la morte per fame.

Naturalmente mentre noi viviamo nel benessere del Primo Mondo, per decenni produttore e consumatore del progresso, siamo consapevoli che una parte dell’altro mondo soffre materialmente la fame, ma anestetizziamo il problema giudicandolo figlio degli squilibri storici planetari, comunque troppo vasto per essere risolto dall’impegno individuale dei cittadini, e quindi lo derubrichiamo dalla politica alla beneficenza, lo convertiamo dal diritto alla compassione.

Ma qui, nell’eterno conflitto del Medio Oriente, noi assistiamo ogni giorno in diretta alla fame come causa di morte, una fame attiva, contemporanea, si potrebbe dire moderna, dunque politica e come tale non eludibile quando ci int…

Poiché la guerra è un atto estremo, capace di spogliare gli avvenimenti di tutte le sovrastrutture che li definiscono, li interpretano e li manipolano, per restituirceli nella durezza del reale, oggi ci troviamo di fronte all’incubo primitivo dell’umanità, riemerso dal primordiale: la morte per fame.

Naturalmente mentre noi viviamo nel benessere del Primo Mondo, per decenni produttore e consumatore del progresso, siamo consapevoli che una parte dell’altro mondo soffre materialmente la fame, ma anestetizziamo il problema giudicandolo figlio degli squilibri storici planetari, comunque troppo vasto per essere risolto dall’impegno individuale dei cittadini, e quindi lo derubrichiamo dalla politica alla beneficenza, lo convertiamo dal diritto alla compassione.

Ma qui, nell’eterno conflitto del Medio Oriente, noi assistiamo ogni giorno in diretta alla fame come causa di morte, una fame attiva, contemporanea, si potrebbe dire moderna, dunque politica e come tale non eludibile quando ci interpella, per una ragione fondamentale: può essere affrontata, fermata e risolta. Dipende anche da noi.

La fame è spesso una conseguenza della guerra, un effetto collaterale del conflitto. Oggi a Gaza stiamo assistendo a qualcosa di diverso: la fame è la guerra, è uno strumento strategico del conflitto, e quindi una scelta politica, che comporta una responsabilità diretta da parte del governo di Israele.

Le accuse si intrecciano: Hamas si mobilita contro l’occupazione israeliana per spezzare l’assedio alla Striscia di Gaza e richiama il termine biblico di carestia, “che fa sentire la sua presenza mortale sui volti di bambini, madri e anziani, nella vergogna di chi rimarrà in silenzio”; Israele con il presidente Herzog dichiara di agire «secondo il diritto internazionale», mentre il governo aggiunge che la carenza di cibo a Gaza è «artificiale, progettata da Hamas per impedire la distribuzione dei viveri e saccheggiare gli aiuti».

Testimoni attivi della crisi di Gaza, come le 109 organizzazioni umanitarie — tra cui Save the children, Medici senza frontiere, Caritas, Amnesty International, Oxfam — hanno appena lanciato un appello per fermare la “carestia di massa” che si diffonde nella Striscia, dove “l’assedio imposto dal governo israeliano” insieme con “le restrizioni, i ritardi e la frammentazione nella distribuzione degli aiuti sta affamando la popolazione”, generando oltre alla fame “caos e morte”.

Gaza City, 26 luglio: un bambino in cerca di acqua (agf)

Hamas fa incetta di viveri e medicinali, vendendoli poi a borsa nera, contribuendo al martirio della popolazione palestinese di cui si è assunto una rappresentanza terroristica. Ma è indubbio che la decisione di Netanyahu di mettere al bando l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i palestinesi, per affidare la distribuzione degli aiuti alla fondazione privata statunitense Ghf, ha inceppato il sistema radicalizzando il problema, e soprattutto ha trasformato il cibo in arma di guerra, con un dosaggio politico che è di per sé strumento di dominio.

Secondo L’Organizzazione mondiale della sanità, 57 bambini sono morti per un deficit alimentare dall’inizio del blocco degli aiuti, il 2 marzo, mentre il tasso globale di malnutrizione acuta nella Striscia supera il 10 per cento e arriva al 20 per le donne incinte e in allattamento: «I due milioni di persone intrappolate nella zona di guerra a Gaza — ha spiegato il direttore generale dell’Oms, Ghebreyesus — stanno affrontando un altro killer oltre a bombe e proiettili: stanno morendo di fame in massa, non so come altro dirlo, ed è una cosa provocata dall’uomo, con il blocco».

La contabilità è spaventosa: 33 morti di fame in due giorni, mille uccisi in due mesi mentre erano in fila per il cibo, con i punti di distribuzione che si trasformano in trappola mortale per i palestinesi ostacolati da Hamas e colpiti dagli israeliani mentre corrono porgendo le pentole vuote, nella lotta dei disperati per conquistare una porzione di sopravvivenza.

È un’immagine che oggi fa scandalo e domani segnerà la nostra epoca, come quella dei bambini ischeletriti dal blocco degli aiuti. Guardiamo negli occhi quest’ultima rappresentazione della fame, e immediatamente capiamo che questo è esattamente l’angolo cieco del conflitto israelo-palestinese, il punto in cui si scioglie il nodo che in Medio Oriente tiene ogni azione collegata a una colpa altrui precedente, in un groviglio di reazioni e compensazioni che non ha inizio e sembra non trovare una fine.

Ma dopo 21 mesi di scontri, con Israele che ha disarticolato Hamas a Gaza, ha distrutto Hezbollah in Libano, ha visto cadere Assad in Siria, ha bombardato i siti nucleari in Iran, la guerra per fame nella Striscia acquista infine una sua autonomia, chiede di essere valutata di per sé, non si somma e non si divide con le fasi precedenti del conflitto.

David Grossman ci aveva avvertiti: «Davanti a tanta sofferenza il fatto che questa crisi sia stata iniziata da Hamas il 7 ottobre è irrilevante». Questo non significa dimenticare, o svalutare l’orrore di quel pogrom con il passare del tempo, anche perché sarebbe impossibile prima ancora che ingiusto. Piuttosto, la rilevanza di una strategia che punta sulla morte per fame fuoriesce dal computo di una reazione al crimine altrui e diventa un’altra cosa, determinando una responsabilità disgiunta che chiede un giudizio specifico e apposito: anche perché con ogni evidenza non è una misura contro un esercito ma contro un popolo, che gli ultrà religiosi al governo vogliono sradicare con qualsiasi mezzo da Gaza.

Ogni conflitto ha un suo punto estremo, dove si smarrisce anche la logica della guerra e inizia la contro-logica della disumanità, perché il diritto alla legittima difesa — per un Paese democratico — si esercita nel sentimento del limite, e nella coscienza delle proporzioni. La fame indotta, la vita ridotta a porzione, la sopravvivenza dosata dall’arbitrio, la sottrazione di cibo come strumento di dominazione, il futuro amministrato con il capriccio del cucchiaio, tutto ci dice che quel punto è qui, è oggi: e ci riguarda.

Noi sappiamo di pretendere da Israele ciò che nemmeno chiediamo ad Hamas, perché la democrazia obbliga terribilmente, persino nei confronti dei nemici, e in un Paese democratico il diritto di difendersi è congiunto al dovere di esercitare quella difesa rimanendo se stesso. Ma noi non sappiamo fin dove precipita nell’animo di Israele l’impronta della Shoah, il destino di persecuzione, la minaccia non soltanto storica, ma attuale, di un’eterna distruzione: possiamo soltanto immaginarlo intellettualmente, da lontano, come immaginiamo il peso di quel passaggio in cui il perseguitato diventa persecutore.

La democrazia chiederebbe anche a noi, mentre invochiamo dagli altri il rispetto della misura, di farci carico del diritto alla sicurezza e alla sopravvivenza di Israele, cosa che dimentichiamo troppo spesso, mentre invece la dismisura messa in campo dal governo israeliano contro i palestinesi ha smosso insieme all’indignazione e alla condanna anche una quota di antisemitismo che sopravviveva disattivato, e che oggi si sente legittimato a mostrarsi.

A questo punto c’è l’ultimo dovere che ci riguarda: chiedere all’Europa, cioè a noi stessi, di sfamare Gaza. Cioè di varare un piano di aiuti, di emergenza alimentare, di pronto soccorso, in cui gli Stati possono concorrere, mettendo a buon profitto la tentazione nazionalista, e ogni cittadino può dare il suo contributo materiale, risolvendo la frustrazione generale d’impotenza davanti alla tragedia della Striscia.

Questo non significa sostituire la politica con la misericordia: ma dare una base concreta, materiale, immediata e popolare a quell’azione politica che dobbiamo pretendere dall’Europa, se vuole scrivere la sua parte di storia invece di leggerla come una vicenda altrui.

Questa libertà di giudizio è l’unica coerente con il principio dei due Stati per due popoli, che oggi sembra un miraggio ma resta invece l’unico sentiero razionale per uscire dall’eterno conflitto. Anche il Deuteronomio dice che il vero cibo è la speranza: “Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna”.

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