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Caso Raoul Bova, il diritto ai segreti

Rocío Muñoz Morales e Raoul Bova 

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In un mondo in cui ogni parola può essere registrata, rilanciata, decontestualizzata, è tempo di ricordare che l’autenticità non coincide con l’esposizione totale. E che nessuno dovrebbe essere costretto a esistere senza più una stanza tutta per sé
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Viviamo nell’epoca della trasparenza assoluta. Una trasparenza che non ha nulla a che vedere con la chiarezza delle istituzioni o con il controllo democratico del potere, ma che travolge la vita privata, abbatte ogni barriera e ci rende tutti esposti, visibili, vulnerabili. È sempre più difficile proteggerci dagli sguardi indiscreti, dalla curiosità morbosa, dalla cattiveria o dall’invidia.

Certo, esiste un Garante per la protezione dei dati personali che per fortuna interviene spesso, soprattutto quando si tratta dei dati sanitari, dell’uso delle informazioni personali da parte delle piattaforme digitali, delle relazioni dei cittadini con le pubbliche amministrazioni. Ma quando un audio o una chat vengono diffusi senza il consenso della persona interessata, il Garante può intervenire solo ex-post, a seguito di denuncia o di segnalazione. Quando, magari, quell’audio o quella chat sono già di dominio pubblico.

Questa volta a farne le spese è stato l’attore Raoul Bova, travolto da un…

Viviamo nell’epoca della trasparenza assoluta. Una trasparenza che non ha nulla a che vedere con la chiarezza delle istituzioni o con il controllo democratico del potere, ma che travolge la vita privata, abbatte ogni barriera e ci rende tutti esposti, visibili, vulnerabili. È sempre più difficile proteggerci dagli sguardi indiscreti, dalla curiosità morbosa, dalla cattiveria o dall’invidia.

Certo, esiste un Garante per la protezione dei dati personali che per fortuna interviene spesso, soprattutto quando si tratta dei dati sanitari, dell’uso delle informazioni personali da parte delle piattaforme digitali, delle relazioni dei cittadini con le pubbliche amministrazioni. Ma quando un audio o una chat vengono diffusi senza il consenso della persona interessata, il Garante può intervenire solo ex-post, a seguito di denuncia o di segnalazione. Quando, magari, quell’audio o quella chat sono già di dominio pubblico.

Questa volta a farne le spese è stato l’attore Raoul Bova, travolto da un terremoto mediatico dopo che Fabrizio Corona ha reso pubblici, nell’ultima puntata del suo videopodcast, audio e chat tra lui e la modella Martina Ceretti. Da lì in poi tutto è diventato virale.

L’audio ha iniziato a rimbalzare ovunque, su TikTok si sono moltiplicate imitazioni, battute, offese e se sentite parlare di “occhi spaccanti” sappiate che è un complimento coniato dall’attore. Un’escalation che non riguarda solo lui, ma anche Rocío Muñoz Morales — la sua compagna (o ex compagna) — e le loro figlie, ancora piccole.

Non conosco Bova, se non come artista. Non conosco Muñoz Morales, né Ceretti o Corona. Non ho cercato quell’audio, non ho guardato i meme. E, francamente, non dovrebbe farlo nessuno. Non dovrebbe interessarci la vita sentimentale di una persona che non ricopre incarichi pubblici e non prende decisioni che riguardano la collettività.

Bova è un attore, una figura pubblica, certo. Ma da quando essere una figura pubblica significa dover rinunciare alla propria intimità? Come ha osservato il giornalista Salvo Sottile, nessun collega o amico si è esposto per difenderlo. Eppure quanto sta accadendo è grave, deplorevole. E rischia di produrre conseguenze dolorose. Non abbiamo imparato nulla dall’epoca dei paparazzi, dalla tragedia di Lady Diana, dalla spettacolarizzazione del dolore, che distrugge e lascia solo macerie.

Oggi la parola “trasparenza” è usata ovunque, spesso come sinonimo — erroneo — di verità. Si chiede trasparenza alle istituzioni, ai conti pubblici, alle decisioni politiche. E giustamente. Ma non si può pretendere la stessa trasparenza quando si tratta di emozioni, legami, vita intima. Un oggetto trasparente si lascia attraversare dallo sguardo e diventa un semplice “luogo di passaggio”.

Se tutto è visibile, nulla può sottrarsi. E quando l’intimità non ha più confini, il “sé” si dissolve. Rendere tutto trasparente significa, in fondo, diventare inconsistenti. “La verità di un uomo è innanzitutto ciò che nasconde”, scriveva André Malraux, rivendicando l’impossibilità, per ciascuno, di mettersi completamente a nudo senza perdere qualcosa di sé — consistenza, valore, dignità.

Il problema è la confusione che regna ogni volta che si identifica la verità con la trasparenza, e il segreto con la menzogna. Un conto è mentire — dire consapevolmente il contrario del vero. Altro conto è tacere, custodire, non dire ciò che — proprio in quanto segreto — non può o non deve essere rivelato. Una cosa è “dire vero”. Un’altra è “dire tutto”.

Come spiegava già Kant — che pure aveva fatto della veridicità un dovere — ogni persona ha il sacrosanto diritto di preservare i propri segreti. “Fra la veracità e la menzogna”, si legge nella Metafisica dei costumi, “non vi sono gradi intermedi, mentre ne esiste uno tra la franchezza che consiste nel dire tutto e la riserva che consiste nel non dire esprimendo tutta la verità”.

In un mondo in cui ogni parola può essere registrata, rilanciata, decontestualizzata, forse è tempo di ricordare che l’autenticità non coincide con l’esposizione totale. Che la delicatezza, la discrezione, la cura sono forme etiche della relazione. E che nessuno — nemmeno una figura pubblica — dovrebbe essere costretto a esistere senza più un dentro protetto, senza più una stanza tutta per sé.

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