La guerra per la realtà
di Marco Mondini«Il monopolio sulla verità è stato infranto, così come quello sulla menzogna». Era il 2019 quando Dmytro Kuleba scriveva queste parole, l’epilogo della prima edizione del suo volume La guerra per la realtà. La guerra a viso aperto, quella combattuta con carri armati, cannoni e decine di migliaia di morti, era di là da venire. E lui non era ancora il ministro degli Esteri che, nel febbraio 2022, si sarebbe trovato ad affrontare l’invasione russa portando nel mondo la voce di un’Ucraina che non aveva alcuna intenzione di arrendersi e di un governo, quello di Zelensky, che non aveva alcuna voglia di fuggire.
All’epoca era solo un giovane diplomatico in carriera. Ma aveva vissuto la crisi del 2014, la decisione di Putin di destabilizzare Kiev dopo la fuga del presidente filorusso Yanukovich, l’annessione russa della Crimea, la secessione di Donetsk e Lugansk a malapena mascherata da un referendum farsa. E si era accorto di quanto il suo Paese avesse perso lo scontro sul campo della comun…
«Il monopolio sulla verità è stato infranto, così come quello sulla menzogna». Era il 2019 quando Dmytro Kuleba scriveva queste parole, l’epilogo della prima edizione del suo volume La guerra per la realtà. La guerra a viso aperto, quella combattuta con carri armati, cannoni e decine di migliaia di morti, era di là da venire. E lui non era ancora il ministro degli Esteri che, nel febbraio 2022, si sarebbe trovato ad affrontare l’invasione russa portando nel mondo la voce di un’Ucraina che non aveva alcuna intenzione di arrendersi e di un governo, quello di Zelensky, che non aveva alcuna voglia di fuggire.
All’epoca era solo un giovane diplomatico in carriera. Ma aveva vissuto la crisi del 2014, la decisione di Putin di destabilizzare Kiev dopo la fuga del presidente filorusso Yanukovich, l’annessione russa della Crimea, la secessione di Donetsk e Lugansk a malapena mascherata da un referendum farsa. E si era accorto di quanto il suo Paese avesse perso lo scontro sul campo della comunicazione e dell’immagine, prima ancora che su quello di battaglia.
I racconti sui fantomatici eccidi perpetrati ai danni delle comunità russofone o le narrazioni sulla dirigenza ucraina affiliata ai movimenti neonazisti avevano fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, dando l’impressione che, in fin dei conti, Putin non avesse tutti i torti. Certo l’avevano fatto infischiandosene della realtà. Per dirne una, del fatto che il partito Svoboda, l’estrema destra ucraina, con il suo 2% dei consensi alle presidenziali del 2019 aveva più o meno lo stesso peso specifico dei neonazisti dell’Illinois nei Blues Brothers.
Ma i dati reali non sembravano avere presa sui voraci consumatori di notizie online o sugli spettatori dei talk show occidentali, indifesi di fronte a una marea montante di bufale capaci di trasformare l’aggressione a uno Stato sovrano in un atto di legittima difesa, il dittatore invasore in un liberatore generoso, e il presidente del Paese aggredito in un arrogante seguace di Hitler.
Kuleba scriveva per questo. Fornire poche regole chiare per riconoscere una falsa notizia e orientarsi in un mondo di mistificazioni. Chissà se immaginava quanto difficile sarebbe stata la battaglia contro la post-verità. Perché negli anni le edizioni del suo volume si sono susseguite, le traduzioni anche, ma la capacità dei cittadini-spettatori europei di reagire criticamente alla propaganda non sembra migliorata, nonostante i rapporti dei think tank che da anni si battono contro le strategie della disinformazione.
Nel 2017 lo Swedish Institute of International Affairs già metteva in guardia dal sistematico ricorso alle false notizie da parte del Cremlino, abituato a diffondere in rete documenti inventati per minare la credibilità della Nato, seminare zizzania e influenzare le politiche interne degli Stati dell’Unione.
Nel 2022 è stato l’Eu DisinfoLab a smascherare l’operazione Doppelganger, un piano per clonare i siti di periodici e quotidiani come Bild o Guardian, per mettere in discussione l’efficacia delle sanzioni alla Russia o gettare discredito su politici ostili al Cremlino.
E negli ultimi tre anni la società di fact-checking NewsGuard ha identificato oltre cinquecento siti di disinformazione attivi tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia, legati al (o finanziati dal) governo russo, specializzati tra l’altro nell’inquinare le prove dei crimini commessi dai russi in tre anni di occupazione brutale, come la strage di Bucha, centinaia di civili ucraini massacrati dalle truppe russe prima di ritirarsi, che il Cremlino continua a negare oltre ogni evidenza.
Eppure, nonostante tutti questi allarmi, l’Europa nell’era dell’intelligenza artificiale sembra un terreno sempre più fertile per la distorsione della verità. Con un pubblico pronto a credere a qualsiasi assurdità se ripetuta rumorosamente. Persino agli slogan di Medvedev sul complotto globale che mira a strangolare una Russia circondata da nazisti e da russofobi fanatici. Come Sergio Mattarella, per esempio.
Ma il problema, per usare le parole di Kuleba, è tutto qui. Nessun controllo sarà mai sufficiente a vincere la guerra per la realtà se non saranno i lettori e gli spettatori a battersi per primi, rifiutando di essere vittime passive di qualsiasi falsità. Se non sapranno essere consumatori critici delle informazioni. Soldati in prima linea in una guerra spietata, in cui in gioco è la possibilità di stabilire chi è dalla parte del torto e chi della ragione.