✕

Un summit esercizio di dominio

Ascolta l'audio

Trump e Putin non esercitano l’arte della diplomazia, ma si vogliono affermare come i plenipotenziari del pianeta
3 minuti di lettura

Non è l’arte della diplomazia che riunisce Putin e Trump venerdì in Alaska, nel primo vertice Usa-Russia dal 2021, ma è semmai l’esercizio della “kyriarchìa”, espressione del comando, della supremazia, del dominio. I due presidenti si incontrano infatti come i plenipotenziari del pianeta, decisi a sbrogliare da soli i nodi che soffocano oggi il mondo e proiettano un’ombra sul futuro, ingovernabile. Soltanto qualche telefonata del leader del Cremlino ai suoi partner, India e Cina, per informarli della svolta, e un sondaggio di Trump con Giorgia Meloni per indovinare il fondale più adatto al summit, con Roma e il Vaticano scrutinate prima della scelta dell’Alaska: non si sa se il vertice produrrà risultati concreti, ma intanto conviene garantirsi che in ogni caso sia “un momento di grande televisione”, come commentò soddisfatto Trump l’umiliazione inflitta in diretta a Zelensky alla Casa Bianca.

Non è l’arte della diplomazia che riunisce Putin e Trump venerdì in Alaska, nel primo vertice Usa-Russia dal 2021, ma è semmai l’esercizio della “kyriarchìa”, espressione del comando, della supremazia, del dominio. I due presidenti si incontrano infatti come i plenipotenziari del pianeta, decisi a sbrogliare da soli i nodi che soffocano oggi il mondo e proiettano un’ombra sul futuro, ingovernabile. Soltanto qualche telefonata del leader del Cremlino ai suoi partner, India e Cina, per informarli della svolta, e un sondaggio di Trump con Giorgia Meloni per indovinare il fondale più adatto al summit, con Roma e il Vaticano scrutinate prima della scelta dell’Alaska: non si sa se il vertice produrrà risultati concreti, ma intanto conviene garantirsi che in ogni caso sia “un momento di grande televisione”, come commentò soddisfatto Trump l’umiliazione inflitta in diretta a Zelensky alla Casa Bianca.

Il fatto è che i due demiurghi si sono attribuiti da soli — e reciprocamente — lo status di imperatori, anche se alcuni di quei nodi geopolitici li hanno stretti con le loro mani, dall’invasione russa dell’Ucraina alla guerra commerciale scatenata dall’America. Ma sia Trump che Putin non portano responsabilità, non ammettono errori, non conoscono colpe.

Entrambi sono fuori dalla storia corrente, in due luoghi emblematici uniti da una distorsione politica del tempo: l’uomo del Cremlino prigioniero del sogno imperialista della “Grande Russia” teorizzata da Stalin, abiurando Lenin, e il Capo della Casa Bianca convinto che il suo ritorno al potere coincida con l’anno zero dell’America, disposta a cancellare impegni, alleanze, valori e tradizioni per inaugurare una nuova stagione che assomiglia sempre più a una missione.

Ora la loro intesa basata sulla forza è alla prova decisiva. La decisione di incontrarsi dopo gli insuccessi, le incomprensioni e le delusioni degli ultimi mesi, sta caricando di significato una lunga attesa che attende fin d’ora soddisfazione. L’ultimo colloquio tra il leader della Russia e un presidente americano risale infatti al 2021, in occasione dell’incontro con Joe Biden a Ginevra, quindi prima dell’aggressione russa all’Ucraina. L’ultimo viaggio di Putin in America è avvenuto invece nel settembre 2015: il Capo del Cremlino dunque risale con questo viaggio dieci anni di storia, sormonta le sanzioni decise dall’Occidente dopo l’attacco a Kiev, sorvola il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità per arrivare all’appuntamento con Trump in Alaska. La posta in gioco dev’essere per forza di cose all’altezza di questo accumulo di simboli che si raccolgono nel summit.

È vero che due giorni fa scadeva l’ultimatum di Trump che minacciava sanzioni contro i Paesi acquirenti di greggio e gas russo se Putin non si fosse impegnato per un cessate il fuoco: e dunque l’apertura del Cremlino a un incontro di vertice può essere un semplice artifizio per guadagnare tempo mandando a vuoto le minacce americane. Ma i colloqui al Cremlino dell’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, devono aver mostrato un possibile squarcio d’orizzonte positivo per il summit, se i leader hanno deciso di scendere in campo personalmente. Tutti e due non possono permettersi che la stretta di mano in Alaska si risolva in una bolla di sapone. Trump perché distruggerebbe la sua immagine di solutore delle grandi crisi e di mediatore mondiale: come recita l’ultima fotografia che lo ritrae tra i leader di Armenia e Azerbaigian impegnati a siglare una pace “permanente” dopo quasi quarant’anni di guerra, e convinti sostenitore del Nobel per la pace al presidente americano, “che in sei mesi ha fatto il miracolo”. D’altro canto Putin, che non crede ai miracoli, non può rimanere in trincea per sempre senza l’idea di uno sbocco possibile per il conflitto che ha scatenato, anche perché getterebbe al vento la ri-legittimazione concessagli da Trump dopo l’inferno delle sanzioni.

Ecco perché sul tavolo dell’Alaska, anche se Kiev e la Ue preparano una contro-proposta, ci sarà soprattutto il piano russo per arrivare ad un “congelamento del conflitto”. Il cuore di questo piano è la terra: Trump ha accennato alla necessità di “qualche scambio, perché ci sono territori per cui si combatte da tre anni e mezzo, e stiamo cercando di ottenere tutti qualcosa indietro”. Si pensa che la Russia chieda il riconoscimento della sovranità sulla Crimea (annessa militarmente nel 2014) e sulle regioni di Donetsk e Lugansk del Donbass in cambio di un cessate il fuoco generale, che prepari un vero negoziato di pace. A queste condizioni Mosca potrebbe congelare la linea del fronte nell’area di Zaporizhzhia e Kherson, anche se queste regioni sono state annesse alla Russia col sigillo costituzionale, a conferma di una precisa e ostentata volontà politica, difficile da derubricare oggi. Così come resta un’incognita la portata effettiva della richiesta russa di neutralità dell’Ucraina, con la sua rinuncia “a far parte di qualsiasi alleanza o coalizione militare”.

Il limite esplicito di questo progetto sta nella sua unilateralità, visto che è scritto da una parte sola, col mediatore che l’appoggia invece di costruire un punto d’equilibrio, e con Zelensky chiamato non a negoziare, ma a firmare un piano altrui, e comunque assente al vertice in Alaska: anche se ieri si parlava di un possibile contatto telefonico con il leader ucraino durante il summit a due. Quella sedia vuota conferma lo sbilanciamento delle forze in campo. Non si sa se il piano del Cremlino porterà davvero a un cessate il fuoco; ma ha già portato a un cambio di ruolo tra Putin e Zelensky, mettendo il leader ucraino nella difficile alternativa tra accettare una mutilazione alla sovranità del suo Paese e arrivare a una sospensione dei combattimenti, oppure rifiutare lo smembramento negoziale allontanando però il cessate il fuoco.

La tenaglia ora stringe Zelensky, che come dice apertamente Trump “deve essere pronto a firmare qualcosa”. La formula trumpiana incarna lo stato d’animo generale dell’Occidente, che vuole ormai arrivare comunque alla fine del conflitto, illuso di essere soltanto spettatore in questa partita. Si prepara dunque una tregua “comunque”. Fingendo di ignorare che la pace non è soltanto la fine delle ostilità, ma è anche l’inizio di un nuovo ordine mondiale: che non può essere fondato sull’abuso e sul disordine

Leggi i commenti