Può sembrare onnipotente, Donald Trump. La scorsa settimana ha prima imposto i suoi dazi, poi ha annunciato il vertice con Putin per regolare il conflitto in Ucraina. Ma il fatto che Trump occupi la scena non vuol dire che sia destinato a una marcia trionfale. Al contrario, è probabile che già nei prossimi mesi Trump raggiunga il picco della propria ascesa ed emerga la debolezza del tentativo di usare metodi imperiali in un mondo che un impero non è.
Partiamo dalla guerra commerciale: dallo scorso 7 agosto il mondo degli scambi economici è irriconoscibile, non solo perché i dazi globali sono attorno al 18%, un livello mai raggiunto da 90 anni, ma per la confusione che regna sovrana. Il rappresentante di Trump sul commercio Jamieson Greer ha scritto sul New York Times che dopo ottant’anni di rego…
Può sembrare onnipotente, Donald Trump. La scorsa settimana ha prima imposto i suoi dazi, poi ha annunciato il vertice con Putin per regolare il conflitto in Ucraina. Ma il fatto che Trump occupi la scena non vuol dire che sia destinato a una marcia trionfale. Al contrario, è probabile che già nei prossimi mesi Trump raggiunga il picco della propria ascesa ed emerga la debolezza del tentativo di usare metodi imperiali in un mondo che un impero non è.
Partiamo dalla guerra commerciale: dallo scorso 7 agosto il mondo degli scambi economici è irriconoscibile, non solo perché i dazi globali sono attorno al 18%, un livello mai raggiunto da 90 anni, ma per la confusione che regna sovrana. Il rappresentante di Trump sul commercio Jamieson Greer ha scritto sul New York Times che dopo ottant’anni di regole di Bretton Woods, l’albergo sulle montagne del New England in cui nel 1944 fu disegnato il sistema basato sul dollaro, siamo entrati nell’era delle “regole di Turnberry”, il resort scozzese del golf: dalla prevalenza degli interessi multilaterali a quella degli interessi nazionali. La verità è che invece siamo entrati nell’era del caos, si vive alla giornata, prigionieri di decisioni tanto arbitrarie quanto volatili. Insomma, guai a scambiare questa indubbia capacità di scuotere l’ordine esistente con la forza necessaria a disegnare un nuovo ordine economico mondiale.
La prima a fare le spese della guerra commerciale sarà l’economia americana. Non basta incrementare le entrate delle tariffe doganali di una ventina di miliardi al mese per fare fronte agli enormi costi del debito americano e i segnali di trasferimento dei dazi sui prezzi per i consumatori americani sono già evidenti. Forse le prime previsioni di recessione e fuga dai titoli del Tesoro Usa erano state troppo pessimistiche ed è possibile che sui mercati lo sviluppo irruente dell’intelligenza artificiale compensi in parte gli effetti delle scelte di Trump. Ma non si può non vedere in arrivo, già nei mesi prossimi, il binomio tra rallentamento della crescita e aumento dei prezzi. Un binomio micidiale per il messaggio di Trump e per la sua base di consenso.
Vedremo se Trump avrà maggior successo sul piano geopolitico. Vedremo come andranno le cose con Putin: per ora l’ultimatum, che scadeva l’8 agosto, si è trasformato in un incontro bilaterale dal quale non mi aspetto nulla di buono. Piuttosto che piegare Putin, l’impressione è che si voglia riconoscergli quel che non ha ottenuto dopo tre anni di guerra di invasione. Vedremo. Comunque, è certo che ciò che rappresentano per i Paesi la storia, le identità nazionali, le aspirazioni, la forza politica e militare, tutto ciò non è plasmabile con un gioco di percentuali doganali. L’uso dei dazi in politica estera, anche sommato alla grande forza militare americana, non basta al vasto programma di convincere Putin, risollevare le sorti di Bolsonaro, ridimensionare la Cina, punire Modi, ignorare gli alleati del G7.
Quando la loro potenza poteva apparire incontrastata — nei decenni successivi al crollo dell’Urss — gli Stati Uniti hanno sempre costruito alleanze e sistemi di governo economico condivisi. Oggi, in un mondo con grandi e medie potenze irriducibili, col passare dei mesi gli ordini esecutivi emanati per imporre a questo e quello potrebbero somigliare più che agli Ukase dello Zar alle gride manzoniane: “Comanda chi può, obbedisce chi vuole”. Con conseguenze disastrose per l’insieme del mondo libero.
Resta da chiedersi come è stato possibile che a questa America si sia piegata in quel modo l’Unione europea. Ha sbagliato Ursula von der Leyen. E perché ha sbagliato? Perché non ha avuto il coraggio e la forza di opporsi alla pressione dei governi — in testa Merz e Meloni — che le chiedevano di sbagliare. Chi critica, giustamente, la Presidente della Commissione dovrebbe sempre ricordare chi sono i primi responsabili del cedimento europeo.
La verità che fatica a emergere è che siamo di fronte a un nuovo grande gioco nel quale dovrebbe finalmente trovare spazio una potenza europea, potenza di pace e dell’ordine multilaterale. L’Unione europea ha tante cose da fare per essere più competitiva, ma non fingiamo di non vedere: la sfida è innanzitutto geopolitica e l’Unione europea potrà parteciparvi solo facendo valere il proprio peso di superpotenza commerciale e accelerando il cammino di una autentica difesa comune. È a questo che mira il cancelliere Merz? O le sue priorità sono molto più tedesche? Forse oggi è qui la vera incognita europea. Un certo declino del disegno imperiale di Trump potrebbe manifestarsi prima del previsto, e quando entrano in crisi, i disegni imperiali possono rivelarsi ancora più pericolosi. Si tratta di vedere se l’Europa saprà farsi trovare pronta all’appuntamento con la Storia.