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Israele giustizia sei reporter di Al Jazeera

La protesta per l'uccisione dei giornalisti a Gaza (afp)

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Non esistono più zone franche e soggetti non belligeranti, salvacondotti e immunità
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Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno giustiziati”. Il vertiginoso e crudele aforisma è di origine incerta: se ne trova traccia in Stanis?aw Jerzy Lec, ebreo di famiglia viennese-galiziana, poeta e narratore, che conobbe l’orrore del lager e lasciò scritti disseminati di insidie e stratagemmi linguistici. Quelle parole vennero elaborate successivamente da Angelo Cecchelin, attore triestino dalla malinconica ironia; e vennero riprese, infine, da Piergiorgio Bellocchio, illuminista scettico e severo, nel 1985. L’aforisma mi è venuto alla mente pensando alla morte di Muhannad Eid, quindicenne palestinese schiacciato da una cassa di alimenti paracadutata nella zona centrale di Gaza alcuni giorni fa. E, così, l’adolescente affamato di giustizia e di cibo e di acqua è stato sopraffatto e ucciso da un’azione di soccorso cieca e calata dall’alto, dove la pietas sembra oscillare tra ipocrisia ed esercitazione bellica.

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Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno giustiziati”. Il vertiginoso e crudele aforisma è di origine incerta: se ne trova traccia in Stanis?aw Jerzy Lec, ebreo di famiglia viennese-galiziana, poeta e narratore, che conobbe l’orrore del lager e lasciò scritti disseminati di insidie e stratagemmi linguistici. Quelle parole vennero elaborate successivamente da Angelo Cecchelin, attore triestino dalla malinconica ironia; e vennero riprese, infine, da Piergiorgio Bellocchio, illuminista scettico e severo, nel 1985. L’aforisma mi è venuto alla mente pensando alla morte di Muhannad Eid, quindicenne palestinese schiacciato da una cassa di alimenti paracadutata nella zona centrale di Gaza alcuni giorni fa. E, così, l’adolescente affamato di giustizia e di cibo e di acqua è stato sopraffatto e ucciso da un’azione di soccorso cieca e calata dall’alto, dove la pietas sembra oscillare tra ipocrisia ed esercitazione bellica.

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Qui, l’aforisma non si presenta come un raffinato e intelligente arabesco letterario, bensì come lo stravolgimento dell’ordine morale della parola e il ribaltamento del suo senso, riducendola all’osso e alla sua spietata e nuda verità. Qui, la categoria di giustizia si manifesta nel suo fondamento primitivo — la pena di morte — e, così, chi chiede giustizia viene giustiziato. Questo slittamento semantico sembra travolgere regole e principi. L’altro ieri sei giornalisti di Al Jazeera sono stati uccisi da un raid dell’esercito israeliano. Non si è trattato in alcun modo di un errore tecnico e nemmeno si può dire che quell’assassinio sia avvenuto nonostante le vittime fossero operatori dell’informazione, tutelati dal loro ruolo professionale e dalle convenzioni internazionali. Al contrario: sono stati colpiti proprio perché giornalisti. È l’ennesima tappa di un processo di militarizzazione incondizionata dell’intero spazio bellico. Non esistono più zone franche e soggetti non belligeranti, salvacondotti e immunità. La linea di demarcazione tra militare e civile si assottiglia fino a scomparire: la Croce Rossa e l’Onu sembrano perdere qualsiasi statuto di terzietà e neutralità, diventando attori del conflitto. Questa estensione infinita della dimensione militare travolge lo stesso concetto di intervento umanitario. Esso ha sempre avuto effetti di smilitarizzazione, seppure parziale, del teatro di guerra, fungendo da mezzo di interposizione e da strumento di peacekeeping. Ora non più. E ciò vale non solo per la Striscia di Gaza e per l’Ucraina ma anche per tutte le cinquantanove guerre attualmente in corso. L’illusione della coesistenza pacifica, nata dalla fine della seconda guerra mondiale, si è rivelata il frutto di un generoso velleitarismo. Si era creduto, se non all’abolizione della guerra, a una sua possibile “civilizzazione”. L’ispirazione prima e il senso ultimo di tutte le convenzioni internazionali successive al 1945 consistevano in questa ambizione: la possibilità di imbrigliare la guerra, di ridurne la dimensione più distruttiva, di mettere al bando le armi più letali — da quelle nucleari a quelle chimiche fino alle bombe a grappolo e alle mine antiuomo. La Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra e quella riguardante i civili (1949), la Convenzione sulle armi biologiche (1972) e quella sulla produzione, stoccaggio e uso di armi chimiche (1993) e altri trattati internazionali-umanitari, lungi dall’affermarsi e dallo svilupparsi ulteriormente, hanno perso via via la loro capacità di interdizione, come ci ha insegnato fino all’ultimo Vladimiro Zagrebelsky. L’avvento dei droni non ha reso il conflitto bellico più pulito, neutro, incruento ma — all’opposto — ha esasperato la sua ferocia asettica e la sua brutalità disumana, deresponsabilizzando ancor più l’uomo che governa il computer. Non più guerriero dotato di uno spessore tragico, ma operatore informatico, titolare di una “scienza esatta persuasa allo sterminio” (Quasimodo). Non c’è da stupirsi se, in questo scenario, la fame torna a essere un’arma di guerra. Il premier Netanyahu ha dichiarato che le foto dei bambini palestinesi denutriti fino alla morte sono fake news; e che gli unici ridotti pelle e ossa sarebbero i prigionieri israeliani nelle mani di Hamas. La denuncia della fame effettivamente patita dagli ostaggi viene utilizzata per negare la morte per fame dei bambini di Gaza. Ma l’inedia che uccide quei bambini non è qualcosa di diverso, di più o di meno efferato, della condizione cui sono sottoposte le vittime di Hamas. È la medesima ignominia che si esprime come male assoluto rispetto al quale — proprio in quanto assoluto — non è rilevante la contabilità delle vittime: bensì il fatto che, in una come nell’altra circostanza, è l’indicibile dell’umano che si manifesta.

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