Sembra che i reduci europei dello storico, ma inconcludente, vertice di lunedì a Washington, ancora euforici per aver protetto Zelensky dal bullismo del presidente americano e per aver mostrato insolita compattezza alla Casa Bianca, non si siano ancora accorti che Vladimir Putin sta mandando all’aria il cronoprogramma per la pace in Ucraina che Trump aveva sventolato davanti ai loro occhi e in mondovisione.
“Nonostante gli audaci discorsi di Trump, Russia e Ucraina rimangono lontanissime dalla pace”, ha scritto ieri il New York Times. Con una serie di “niet” o di controproposte così provocatorie da apparire fatte solo per essere respinte, Putin e i suoi portavoce hanno smontato una dopo l’altra le promesse che Trump aveva fatto ai leader europei e a Zelensky nello studio ovale della Casa Bianca dopo che aveva parlato con l’uomo del Cremlino, interrompendo per quarantacinque minuti il loro incontro.
A cominciare dall’incontro bilaterale tra Putin e Zelensky, che — secondo Trump — av…
Sembra che i reduci europei dello storico, ma inconcludente, vertice di lunedì a Washington, ancora euforici per aver protetto Zelensky dal bullismo del presidente americano e per aver mostrato insolita compattezza alla Casa Bianca, non si siano ancora accorti che Vladimir Putin sta mandando all’aria il cronoprogramma per la pace in Ucraina che Trump aveva sventolato davanti ai loro occhi e in mondovisione.
“Nonostante gli audaci discorsi di Trump, Russia e Ucraina rimangono lontanissime dalla pace”, ha scritto ieri il New York Times. Con una serie di “niet” o di controproposte così provocatorie da apparire fatte solo per essere respinte, Putin e i suoi portavoce hanno smontato una dopo l’altra le promesse che Trump aveva fatto ai leader europei e a Zelensky nello studio ovale della Casa Bianca dopo che aveva parlato con l’uomo del Cremlino, interrompendo per quarantacinque minuti il loro incontro.
A cominciare dall’incontro bilaterale tra Putin e Zelensky, che — secondo Trump — avrebbe dovuto precedere il trilaterale con il presidente americano e magari addirittura il quadrilaterale (con l’Europa) come suggerito dal francese Macron. Il Cremlino non ha detto “no”, ha semplicemente fatto una proposta indecente sulla sede (Mosca), che non poteva che essere rifiutata da Zelensky. Ribaltando così le responsabilità: è l’Ucraina che dice no, non la Russia. Soltanto Trump poteva credere (magari manipolato da Putin ad Anchorage) che lo zar fosse disponibile a un faccia a faccia con Zelensky.
Vertice Trump-Putin, la provocazione di Lavrov: si presenta con una maglia dell'Urss
Un nome che il presidente russo non pronuncia mai, un presidente che l’uomo del Cremlino considera illegittimo, che la propaganda televisiva russa definisce abitualmente “un clown”, colpevole di “genocidio” verso gli ucraini russofoni (quando la prima lingua di Zelensky è stata proprio il russo). Già martedì si era capito dove tirava il vento a Mosca, quando la tv di regime, nel popolare talk show politico “Sessanta minuti”, aveva ridicolizzato Zelensky dicendo che alla Casa Bianca si era comportato “come uno scolaretto”, ridendo “stupidamente” e continuando a parlare “il suo goffo inglese”.
Eppure nelle capitali europee ci si ostinava a discutere (e ad avanzare candidature) su quale potesse essere la sede più adatta all’incontro e Trump arrivava a chiedere a Orbán di togliere il veto all’ingresso dell’Ucraina nella Ue per rendere Budapest una “location” proponibile. Lo stesso è accaduto per le famose “garanzie di sicurezza” di cui si è tanto parlato nel “summit” alla Casa Bianca e nei vertici a geometria variabile che si sono susseguiti. Anche su questo capitolo i russi hanno fatto controproposte irricevibili più urticanti di un secco rifiuto. Sergej Lavrov — il ministro degli Esteri che per longevità e negatività sta battendo il suo antenato Gromyko, detto “Mister Niet” — ha risposto che non potevano essere decise senza l’approvazione della Russia. Proponendo per giunta tra i garanti la Cina, un’idea che un diplomatico europeo ha definito un “Wtf moment” (acronimo inglese per “What the fuck”, il momento della presa in giro, per tradurre educatamente).
È stato proprio Lavrov — che si era presentato ad Anchorage con la scritta Cccp (Urss in cirillico) per far capire qual è l’obiettivo a lungo termine di Putin — ad assumersi l’incarico di smantellare uno dopo l’altro i punti-chiave del baldanzoso calendario diplomatico di Trump, accolto con credulo ottimismo dai suoi ospiti europei. “Putin si è seduto al posto di guida e il suo piano è di trascinare avanti i negoziati mentre logora l’Ucraina sul campo di battaglia”, ha scritto Alexander Gabuev, uno dei più competenti osservatori della scena russa.
Lo zar è convinto che al fronte il tempo sia dalla sua parte e forse non ha neppure del tutto rinunciato al proposito iniziale di conquistare l’intera Ucraina. È sintomatica la richiesta, fatta all’inviato di Trump Steve Witkoff, prima di Anchorage, di avere in un eventuale scambio di territori tutto il Donbass: dove, a Kramatorsk e Sloviansk, ancora in mano ucraina, ci sono le fortificazioni che in futuro potrebbero impedire ai russi una nuova offensiva verso Kiev. I bellicosi propositi di Putin sono confermati dal fatto che a giugno ha fatto rivedere il piano economico, a spese naturalmente dei civili, per poter sostenere la guerra per altri diciotto mesi. La decisione di Trump di rinviare le sanzioni appare, sotto questo aspetto, ancora di più un favore al Cremlino. Soprattutto perché né India, né Cina sembrano incline a ridurre il loro sostegno economico alla Russia, nonostante i dazi e le minacce del presidente americano.
Al prolungamento dell’economia di guerra Putin accompagna un massiccio aumento nella produzione di droni, dei quali la Russia è stata a lungo acquirente dall’Iran e ora produce, e migliora tecnicamente, in autonomia. E recentemente ha cominciato il reclutamento online, inasprendo le sanzioni penali per i renitenti, mentre ha ridotto i compensi, che erano piuttosto allettanti per chi si arruola volontariamente.
E così mentre gli europei, illusi da Trump, continuano a chiedersi dove potranno tenersi i vertici di pace, Putin si prepara a un altro inverno di guerra. In attesa di sferrare l’offensiva finale nella primavera dell’anno prossimo.