Il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini non è destinato a cambiare il mondo, ma è un indicatore quasi infallibile per capire come si muovono di volta in volta le onde del consenso politico. Tutto comincia con la scelta degli invitati, sempre oculata, e prosegue con la gestione degli stessi. L’ambiente non è mai ostile, come è logico, ma anche qui c’è una scala del gradimento, misurata con il metro degli applausi e delle ovazioni. Sotto questo aspetto Giorgia Meloni ha ottenuto il massimo — senza essere la prima nella storia del meeting — e ha ricambiato scegliendo le note giuste per rivolgersi a un pubblico di cattolici moderati, anzi considerati a lungo “di destra” nel dibattito pubblico. Il che spiega qualcosa, ma non tutto del calore con cui la premier è stata accolta.
Lei sapeva chi aveva di fronte e non ha avuto difficoltà a mostrare il suo volto più pragmatico. Prendiamo ad esempio il tema dell’immigrazione clandestina, cavallo di battaglia del melonismo. Abb…
Il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini non è destinato a cambiare il mondo, ma è un indicatore quasi infallibile per capire come si muovono di volta in volta le onde del consenso politico. Tutto comincia con la scelta degli invitati, sempre oculata, e prosegue con la gestione degli stessi. L’ambiente non è mai ostile, come è logico, ma anche qui c’è una scala del gradimento, misurata con il metro degli applausi e delle ovazioni. Sotto questo aspetto Giorgia Meloni ha ottenuto il massimo — senza essere la prima nella storia del meeting — e ha ricambiato scegliendo le note giuste per rivolgersi a un pubblico di cattolici moderati, anzi considerati a lungo “di destra” nel dibattito pubblico. Il che spiega qualcosa, ma non tutto del calore con cui la premier è stata accolta.
Lei sapeva chi aveva di fronte e non ha avuto difficoltà a mostrare il suo volto più pragmatico. Prendiamo ad esempio il tema dell’immigrazione clandestina, cavallo di battaglia del melonismo. Abbiamo ascoltato la solita condanna intransigente degli irregolari, ma anche l’insistenza sull’importanza di canali d’ingresso legali e ben coordinati. Cl ha di sicuro poco da spartire con la sinistra cattolica delle Ong e gli argomenti della premier hanno trovato orecchie attente. Secondo punto: le critiche di Mario Draghi all’irrilevanza dell’Unione europea sono state condivise dalla presidente del Consiglio (“ha ragione”). Qualcuno si è stupito e invece non c’è troppo da meravigliarsi. Per due ragioni. Primo, perché c’è una differenza. Draghi vorrebbe una maggiore integrazione, purché efficace; Giorgia Meloni viceversa sarebbe favorevole a un rapporto più maturo fra alleati, quindi tra Stati nazionali uniti da vincoli di partnership. Secondo, perché lo spirito di Rimini, quest’anno, andava nel senso di riunire le esperienze delle due figure più significative degli ultimi quattro-cinque anni.
Draghi e Meloni hanno dato la loro impronta a questa stagione: in forme diverse, ma non sempre divergenti. La ricerca di un’intesa euro-americana, una Nato più forte, il sostegno all’Ucraina, il rifiuto di una politica mediorientale che sia ostile a Israele, pur non lesinando critiche a Netanyahu per come conduce le operazioni a Gaza. Può sembrare strano, dal momento che ormai le responsabilità dell’una e dell’altro non sono paragonabili. Tuttavia a Rimini pare essersi abbozzata, magari solo nelle intenzioni, un’idea che taglia fuori una sinistra poco affidabile e soprattutto senza voti sufficienti. Ne consegue che s’intravede un ruolo di medio-lungo periodo per una Meloni capace di tenersi il consenso dopo quasi tre anni di governo. A lei si chiede di rinunciare agli estremismi — anche nel rapporto con Salvini — in vista di consolidare un’immagine credibile e definitiva di leader conservatrice. E a Draghi, che peraltro evita di solito attacchi diretti alla presidente del Consiglio, si propone di ritornare sulla scena italiana o più esattamente europea con il suo riconosciuto prestigio.
È una strada disseminata di ostacoli, naturalmente. Bisogna capire in primo luogo come si assesteranno gli equilibri continentali. Per il momento vediamo il tedesco Merz che si rafforza, anche sul piano militare, e il francese Macron — a lungo il partner preferito di Draghi — che s’indebolisce per le ragioni economiche e finanziarie in cui oggi si dibatte Parigi. Peraltro l’autunno dovrebbe fornire molte risposte a questi e altri interrogativi. Come dice Renzi, che sa essere caustico, Giorgia Meloni “merita dieci in retorica e zero in riforme”. Frase efficace, ma la stabilità italiana è un valore in un’Europa impaurita dalla guerra e resa fragile dalle questioni irrisolte.