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Venezia, la buona arte al servizio della politica

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Chi è salito sul palco alla Mostra del cinema ha speso parole chiare su Gaza e ha preso posizione
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Un uomo di chiesa ha detto sabato sera (6 settembre) che il linguaggio costruisce la realtà. Non si limita a indicarla: la costruisce. Segna strade nuove, apre sentieri che non c’erano e da lì, dal sentiero delle parole, si può passare per camminare verso altri orizzonti. Parlare e dunque pensare e infine agire in maniera diversa, ha detto. «Dalla cultura nascono idee che possono passare alla politica, io ci credo».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, è comparso sugli schermi al termine della cerimonia di chiusura della Mostra del cinema di Venezia. Non per tutti è un leader di riferimento, diciamo così: ma milioni nel mondo sono devoti praticanti e vedere un uomo che è stato in predicato per diventare Papa, che ogni giorno cammina fra le rovine deve essere stato potente, per i cattolici di ogni orientamento politico. A sinistra come a destra, per tutti. Che presa di posizione nitida, per chiudere la Mostra.

Un momento prima il presidente della Biennale …

Un uomo di chiesa ha detto sabato sera (6 settembre) che il linguaggio costruisce la realtà. Non si limita a indicarla: la costruisce. Segna strade nuove, apre sentieri che non c’erano e da lì, dal sentiero delle parole, si può passare per camminare verso altri orizzonti. Parlare e dunque pensare e infine agire in maniera diversa, ha detto. «Dalla cultura nascono idee che possono passare alla politica, io ci credo».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, è comparso sugli schermi al termine della cerimonia di chiusura della Mostra del cinema di Venezia. Non per tutti è un leader di riferimento, diciamo così: ma milioni nel mondo sono devoti praticanti e vedere un uomo che è stato in predicato per diventare Papa, che ogni giorno cammina fra le rovine deve essere stato potente, per i cattolici di ogni orientamento politico. A sinistra come a destra, per tutti. Che presa di posizione nitida, per chiudere la Mostra.

Un momento prima il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, aveva parlato della preghiera come «rifugio». Ho ancora negli occhi, aveva detto, quel frammento del film La voce di Hind Rajab in cui «un’operatrice della Mezzaluna rossa invita la bambina intrappolata nell’auto a pregare, il rifugio della preghiera, il rifugio che conduce più lontano della paura». Il rifugio. L’arte che segna strade nuove. La parola che — quando chiara, forte, condivisa — attraverso il cinema, per esempio, può cambiare la politica. La consapevolezza dei cittadini, dunque la politica.

Non sono più pessimista, non ne ho più il tempo: appartengo a quella schiera di fortunati per natura, o anziani, o reduci da qualche catastrofe che vedono il buono dove c’è. Mi pare che il senso di Venezia per Gaza si sia espresso, in questa edizione, fortissimo. Non mi dispiace che il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania non abbia vinto il Leone d’oro, come molti si aspettavano e persino reclamavano. Sono contenta invece che abbia vinto il Gran premio della giuria.

È molto e, come ha spiegato il presidente della giuria Alexander Payne, è stata una questione di zero virgola. Quel giorno ha vinto Jarmusch, fosse stato un altro giorno chissà — ha detto. I premi del resto, chi li pratica lo sa, sono così: l’accordo si trova spesso sui secondi, sui terzi, a volte sui penultimi. Non è grave. The voice of Hind Rajab resterà comunque il manifesto di questa edizione della Mostra.

Jim Jarmusch: "L'arte è sempre politica"

Ed è vero che non basta far singhiozzare per vincere un Leone d’oro, non basta spingere sulla leva emotiva per fare un buon film ma è anche vero che non basta il cinismo e talvolta la ferocia per fare un buon critico, specie in tempi in cui Arbasino e Fofi e Grazia Cherchi sono morti e la critica non muove più uno spettatore, una copia di un libro, quasi niente. È un circolo autoreferenziale che — non sempre, ma spesso — volta le spalle al consenso del pubblico come se il pubblico fosse irrilevante, una molesta zavorra incompetente.

Ma invece è al pubblico che bisogna parlare, dice Pizzaballa in modo implicito: è alle moltitudini che bisogna arrivare se si vuole che una minoranza, una élite coltissima e sovente sdegnosa dell’altrui ignoranza, diventi maggioranza. Come si costruiscono, altrimenti, nuove strade? Come si genera un consenso capace di rovesciare o per lo meno dirottare destini già segnati e cupi, se non si arriva a parlare a chi non è già d’accordo con le proprie tesi e le applaude?

The Voice of Hind Rajab è, tra l’altro, un magnifico film. Imperfetto, come ogni cosa bella. L’emozione che ha suscitato, l’applauso in piedi in sala sono un fatto enorme. Sarà stato lieto della scelta della giuria anche il direttore Alberto Barbera, immagino persino, che non è stato così inchiodato alla pena di dover difendere un verdetto che non dipende da lui, dal suo eccellente lavoro. Piuttosto.

Tornerei sugli artisti che sono saliti su quel palco e, in così tanti, hanno speso parole chiare e hanno preso posizione. Hanno messo l’arte al centro della scena di quel che accade nel mondo. Benedetta Porcaroli, in ordine di apparizione fra i premiati, miglior attrice per la sezione Orizzonti, ha dedicato il suo Leone «agli amici sulla Global Sumud Flotilla. C’è un motivo valido per alzarsi la mattina. Si chiama umanità».

L’umanità non è finita. La regista marocchina Maryam Touzani, Calle Malaga, premio del pubblico, sul tappeto rosso ha portato una borsa con scritto “stop al genocidio a Gaza” e dal palco ha dedicato il premio alle madri, ai padri dei figli che non ci sono più. Toni Servillo magnifico interprete de La grazia, Coppa Volpi, che con un discorso breve, fermo e sereno si è fatto «portavoce del cinema italiano nell’ammirazione verso coloro che hanno deciso di mettersi in mare verso la Palestina, dove la dignità umana è vilipesa».

Ma prima, su quel tappeto, avevano sfilato Lino Musella con la sua kefiah bianca, Anna Foglietta fermata dalla polizia durante una manifestazione, Tecla Insolia reduce dal David e tantissimi altri. Anche Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’oro, si è presentato sul palco con la spilla “enough”. È abbastanza, è troppo.

Qual è il compito dell’arte, dunque. Certo è vero. Non è necessario parlare di politica per fare politica. Ogni artista parla con il suo gesto, con il suo lavoro. È politica anche quel che dice Benny Safdie, Leone d’argento per la regia: è necessario ascoltarsi per migliorarsi.

Quando è stato il turno di The voice of Hind Rajab la regista ha detto «purtroppo il cinema non ce la riporterà. La voce di questa bambina è la voce di un interno popolo sottoposto a genocidio» e ha riferito le parole della madre di Hind, che con suo figlio vive ancora a Gaza: vorrei che tutto questo finisse. I piccoli del mondo devono essere salvati.

Buttafuoco è ripartito da lì, per la chiusura, non era scontato. «Il conformismo cerca di strumentalizzare la tragedia», ha detto, ma la tragedia resta tragedia. «Lo spirito degli abissi» e, di qua, «la speranza». Non solo la preghiera. Anche l’arte è il rifugio che conduce più lontano della paura. Il patriarca Pizzaballa, infine: «Il passaggio dalla violenza verbale alla violenza fisica è solo questione di tempo e i fatti lo dimostrano». Il linguaggio costruisce la realtà. «Io ci credo. Io credo che anche da Venezia venga il segno che ci aiuti a pensare in maniera diversa». Non è poco, per niente. È moltissimo, invece. Bella, quest’anno, Venezia.

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