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Ripartiamo dalle parole

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Quindi di nuovo tutta la questione è la biografia. Chi è, questo sconosciuto ventenne dello Utah che ha sparato a Charlie Kirk, attivista tanto caro a Donald Trump. Presto, presto. Dateci notizie sulla sua famiglia, le abitudini, i poster in cameretta, la musica dei suoi pomeriggi, i successi o insuccessi scolastici, le frustrazioni, le smanie, la sua posizione esatta nella griglia della battaglia navale globale così che lo possiamo iscrivere a una squadra o all’altra. A un ambiente, almeno. A una colonia, a una tribù. Così che possiamo assegnare la colpa: diteci subito chi è questa volta il nemico perché si possa invocare per lui, per loro, la “pena di morte” ha chiesto il presidente biondo, la forca, il rogo. Dove “mandare l’Fbi a sfondare qualche porta”, ha detto Steve Bannon. Sfondare qualche porta. Ma sì. È facile così. Sono sempre gli altri, i mostri i pazzi gli assassini. O i militanti, ecco, ancora meglio. È facile perché basta additarli, allora, e dire guardate: ecco i cattiv…

Quindi di nuovo tutta la questione è la biografia. Chi è, questo sconosciuto ventenne dello Utah che ha sparato a Charlie Kirk, attivista tanto caro a Donald Trump. Presto, presto. Dateci notizie sulla sua famiglia, le abitudini, i poster in cameretta, la musica dei suoi pomeriggi, i successi o insuccessi scolastici, le frustrazioni, le smanie, la sua posizione esatta nella griglia della battaglia navale globale così che lo possiamo iscrivere a una squadra o all’altra. A un ambiente, almeno. A una colonia, a una tribù. Così che possiamo assegnare la colpa: diteci subito chi è questa volta il nemico perché si possa invocare per lui, per loro, la “pena di morte” ha chiesto il presidente biondo, la forca, il rogo. Dove “mandare l’Fbi a sfondare qualche porta”, ha detto Steve Bannon. Sfondare qualche porta. Ma sì. È facile così. Sono sempre gli altri, i mostri i pazzi gli assassini. O i militanti, ecco, ancora meglio. È facile perché basta additarli, allora, e dire guardate: ecco i cattivi, l’erba gramigna da estirpare. Sono loro, che ce l’hanno con noi. Eliminiamoli. Il mondo oggi funziona così, non vi pare? Eliminare il nemico, come se fosse un eccitante videogioco. E difatti. A cosa fanno riferimento le parole scritte sui proiettili? Bella ciao, hey fascist. Che significato hanno: il richiamo alla tradizione di una militanza di sinistra o la parodia della medesima, in uso presso i giocatori di certi giochi di ruolo — videogiochi, appunto — assai amati dalla destra estrema?

E però c’è qualcosa che non torna. Non tornano mai, i conti di questo risiko che somiglia a una pietanza andata a male — bisogna per forza farli tornare con la propaganda, con le notizie false, con l’allarme, con la paura. Ma non torna, nemmeno questa volta, niente. Non mi addentro nella vicenda personale ancora opaca di Tyler Robinson, anni 22, assassino reo confesso di Charlie Kirk, 32, attivista della destra statunitense. È un radicale di sinistra, di destra, aveva complici, chi lo ha armato? Ha davvero importanza? Certo che ne ha. Ce l’ha perché così gli opposti schieramenti possono accendersi insultandosi a vicenda e trascinando nell’insulto la Storia. Degli uni, degli altri. Reciprocamente: a morte. È sua la colpa, è loro la colpa. Noi no. Noi, gli altri, siamo tutti giusti e innocenti. È sempre altrove il difetto.

Ma invece. Invece forse dovremmo tutti quanti, così pronti a scandire il giudizio lapidario, fermarci un momento e chiederci: dove conduce, questa violenza verbale quotidiana, questa escalation di anatemi lanciati a priori da una trincea di tastiera a un’altra. Questa ferocia rabbiosa rumore di fondo del tempo. Lo diceva l’altro giorno il cardinale Pizzaballa patriarca di Gerusalemme riprendendo un’antica tradizione di pensiero: le parole generano realtà. Dalla violenza verbale alla violenza reale è un attimo, e infatti guardate. Chi parla male pensa male e chi pensa male agisce peggio. Dove e quando abbiamo smarrito il rispetto del dubbio che sempre precede la conoscenza, la competenza. La capacità di metterci nei panni dell’altro per capire, da un diverso punto di vista. Il pre-giudizio al posto del giudizio. Perché è qui la radice del male. È nella scriteriata reiterazione di parole d’ordine vuote, frasi a effetto lanciate come fumogeni: quelle che gli staff dei politici insegnano loro quando li preparano ad andare in tv. Qualunque sia la domanda tu rispondi con una bomba carta: dì antisemitismo, dì Br, dì radical chic, dì terroristi. Distogli l’attenzione dall’oggetto della discussione, richiama i tuoi eserciti alle parole d’ordine che conoscono, attivali su quelle, ripetile. Funzionerà. Funziona, talvolta, ma dove porta? Giova alla comprensione, alla conoscenza di chi ascolta? Oppure accende solo, invece, rabbia già gravida di rabbia. Odio senza controllo, prima verbale poi materiale. E dunque come difendersi, nel tempo dell’odio: con la pazienza, forse? Con lo sforzo di capire e di imparare, con le parole che generano ponti e trame da tessere? Ma no. Con le armi, naturalmente. Con un fucile a pompa per difesa personale, lo puoi comprare ovunque in America, è la libertà dell’individuo, no? D’altra parte. Siamo o non siamo assediati. Quindi: intanto preparati alla guerra. Chi vince ha sempre ragione.

Giorni fa è morto Stefano Benni. Un grande intellettuale e artista italiano snobbato in vita dalla critica e moltissimo amato dai lettori. (Del resto. Se essere impopolari fosse garanzia di qualità pensa che consolazione per chi non trova pubblico. Perché è vero che grandi talenti sono stati impopolari ma non basta — purtroppo — essere impopolari per dirsi grandi talenti). Benni diceva che “bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse parola per parola ma insomma ci siamo capiti”. Bisogna che la propria vita somigli a quel che si dice. Per esempio, azzardo. Se un giorno manifesti perché l’altro è un pericolo per la libertà e la democrazia e un altro giorno, successivo, smetti di farlo perché quello ti ammette alla sua corte: ti assegna un posto, ti premia, ti ingloba e ti gratifica. Allora non è più un pericolo? Quando è che le parole, credibilmente, ci assomigliano?

Pasolini, Garcia Lorca, Alfonsina Storni, Susana Chavez Castillo — pochi esempi — hanno fatto della loro vita la loro opera e viceversa: hanno pagato, per questo. Non guadagnato consenso.

È stato un momento di grande bellezza quello in cui Daniel Pennac ha parlato al funerale di Benni. Ha raccontato dello studio da psicoanalista per animali che il suo amico aprirà, come desiderava fare in vita, lì dove è andato: la formica individualista, l’elefante complessato dalla proboscide che sempre pettina all’indietro. Si presenterà forse Dio, anche, a cui è mancato un giorno nella creazione per rendere gli uomini più attenti uno all’altro. La bellezza delle parole, di cui Pennac come Benni sono maestri, genera commozione estrema (cercatelo, quel video) perché è nelle parole che nascono i mondi in cui possiamo andare ad abitare. È li che troviamo casa, talvolta rifugio dal male del mondo. E se possiamo, in una fiaba, immaginare il tormento di una formica individualista possiamo anche guardare a chi abbiamo di fronte e indovinare dove sia in lui il danno, il guasto, il lutto. Tutti ne abbiamo uno, e serve molta cura nel giudizio. Se non da qui, dalle parole che ci fanno umani, non saprei da dove altro ripartire.

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