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Due odi e due misure

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Il vero problema è la spaccatura della società americana in tribù reciprocamente ostili e in questo ribollire la violenza verbale diventa materiale
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Odio e politica non appartengono al medesimo orizzonte: l’odio è un sentimento privato, la politica è un agire pubblico. Quando si incontrano, nella politica dell’odio, il risultato è patologico, aberrante. La politica perde la capacità di costruire relazioni, anche conflittuali, di risolvere problemi: invece di essere un potere di apertura assume tratti di chiusura ossessiva, paranoici, ripetitivi, deliranti. Può fare danni enormi ma non ha potere: è soltanto violenza distruttiva, incapace di sviluppo, nichilistica. Non azione ma prigione, per tutti. L’odio produce solo sé stesso. È una tautologia infernale. Una dimensione privata — priva di relazioni, di speranza. Una eterna punizione — l’Inferno di Dante, un mondo immobile, disperato, è appunto questo.

Ossessionato dalle cause che lo hanno generato, l’odio le ribadisce all’infinito, senza comprenderle se non in modo unilaterale e senza fare nulla per superarle: anzi, se ne alimenta. È una conseguenza che si crede un inizio. Fa pa…

Odio e politica non appartengono al medesimo orizzonte: l’odio è un sentimento privato, la politica è un agire pubblico. Quando si incontrano, nella politica dell’odio, il risultato è patologico, aberrante. La politica perde la capacità di costruire relazioni, anche conflittuali, di risolvere problemi: invece di essere un potere di apertura assume tratti di chiusura ossessiva, paranoici, ripetitivi, deliranti. Può fare danni enormi ma non ha potere: è soltanto violenza distruttiva, incapace di sviluppo, nichilistica. Non azione ma prigione, per tutti. L’odio produce solo sé stesso. È una tautologia infernale. Una dimensione privata — priva di relazioni, di speranza. Una eterna punizione — l’Inferno di Dante, un mondo immobile, disperato, è appunto questo.

Ossessionato dalle cause che lo hanno generato, l’odio le ribadisce all’infinito, senza comprenderle se non in modo unilaterale e senza fare nulla per superarle: anzi, se ne alimenta. È una conseguenza che si crede un inizio. Fa parte del problema, non della soluzione. Davanti a contesti politici e sociali che l’odio frammenta — e al contempo unisce perversamente — la vera risposta, quindi, non è parteggiare per questo o per quello, ed entrare così nella spirale dell’odio, alimentando la faida incessante. La vera risposta, umana, razionale, politica è scendere al di sotto dell’odio, scoprendone la radice; e trascenderlo, prospettando una soluzione delle questioni che lo hanno generato.

Tuttavia, si tenta l’uso politico dell’odio, si cerca la sua strumentalizzazione, perché non si intende rinunciare a quella che (apparentemente) è una grande fonte di energia. L’assassinio di Charlie Kirk ha avuto come risposta istituzionale da parte della massima carica politica degli Usa la richiesta della pena di morte, e, all’opposto, è stato minimizzato (con qualche compiacimento) a causa delle posizioni estremistiche della vittima. Il vero problema, invece, è la spaccatura della società americana in un brulichio di tribù reciprocamente ostili, in un ribollire di violenza verbale che facilmente diviene materiale; una spaccatura che ha cause economiche in crescenti disuguaglianze e insicurezze esistenziali, e che ha come conseguenza il venir meno di quel minimo di unità morale della nazione che, pur in presenza di conflitti anche profondi, è indispensabile a un’esistenza politica comune. Governare con l’odio e la divisione è davvero una tentazione diabolica e controproducente.

Allo stesso titolo, nel nostro Paese la destra al governo dovrebbe evitare di attribuire alle opposizioni la predica e la pratica dell’odio. Una palese forzatura di fatto, una compiaciuta postura vittimistica che certamente non è suffragata da eventi paragonabili a quelli americani e che ha un palese significato strumentale, simbolico, propagandistico e anche intimidatorio nei confronti delle voci critiche, oltre a essere una forma di distrazione dai problemi reali della società. La cui persistenza è una delle cause della circolazione dei discorsi d’odio di tutti i segni e di tutti i colori (non soltanto anti-destra) che sui media e sui social delegittimano questo e quello in patetici deliri più o meno solitari, sintomo di un degrado culturale e sociale a cui la politica dovrebbe prestare la massima attenzione.

Al contempo, la sensibilità all’odio della destra di governo sembra parecchio attenuata nelle questioni internazionali. Davanti alla macelleria di Gaza, alla pulizia etnica decisa da un governo in cui siedono ministri assertori di una efferata teologia politica dello sterminio, a una politica che conduce tutti in un vicolo cieco, il nostro governo balbetta a stento qualche flebile presa di distanza, senza assumere alcuna significativa misura simbolica o pratica. Sembra che i pericoli mortali di una politica dell’odio — che si inserisce nella storia infernalmente ripetitiva, bloccata in una reciproca maledizione, delle relazioni fra ebrei e palestinesi — , non siano percepiti da chi governa. E che non riguardi il nostro Paese e il suo interesse nazionale il rischio, anzi la certezza, che dall’odio di oggi non esca nel futuro altro che odio, con le conseguenze destabilizzanti (oltre che disumane) che sono prevedibili. Due odi e due misure insomma — quello interno da deprecare, quello esterno da minimizzare — . In realtà, una sola cattiva politica.

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